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Pechino, 9/8/2011
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  • lettere internazionali

La geopolitica del Dragone. La politica estera della Repubblica popolare cinese sta subendo una lenta ma inesorabile evoluzione. Lo spettro di una Cina sempre più potente preoccupa da tempo l’Occidente, anche perché questa nazione è cresciuta molto più velocemente di quanto tutte le previsioni avessero messo in conto. Dall’esterno, la Cina continua a dare l’impressione di essere guidata da un Partito che, a novant’anni dalla sua fondazione, resta estremamente centralizzato e disciplinato. Dall’interno, al contrario, le scelte di politica estera appaiono più fluide che mai, e sono oggi il risultato di un complesso dibattito tra gruppi di potere con posizioni sempre più spesso non coincidenti. Da un lato ci sono i burocrati, convinti che la Cina debba continuare a promuovere una politica nazionalistica, a tratti sciovinistica. Dall’altro i comunisti, sicuri che per il futuro della Repubblica popolare una maggiore integrazione nella comunità internazionale sia fondamentale. Ma da grande potenza, non da nazione “normale”. E la Cina sa benissimo che, nonostante la propria forza economica, il resto del mondo continua a fare fatica a riconoscerla a tutti gli effetti come grande potenza. Non può ancora contare su una proiezione militare internazionale, né è riuscita a trasformarsi da “fabbrica del mondo” a hub tecnologico di fama mondiale. Del resto, non è facile per una nazione che negli ultimi decenni si è occupata quasi esclusivamente di sviluppo e stabilità interna prepararsi a diventare la protagonista del prossimo “secolo cinese”.

Anche seguendo il dibattito interno, la Cina appare molto più isolata e insicura di quanto la retorica aggressiva che spesso caratterizza le sue affermazioni – spesso esuberanti, a tratti minacciose, ma a volte anche subdolamente sobrie e concilianti – potrebbe far immaginare. Contemporaneamente, se fino alla fine degli anni Ottanta i leader del partito potevano permettersi di decidere con la massima libertà, oggi anche ministeri, agenzie governative e i think tanks più introdotti nei centri di potere, sono riusciti a ritagliarsi uno spazio di manovra più ampio. David Shambaugh, uno dei maggiori esperti di Cina a livello internazionale, ha individuato quattro correnti all’interno del partito unico. I “nativisti” sono convinti che tutto il mondo cospiri contro la Cina, quindi l’integrazione con la comunità internazionale non farebbe altro che favorire il crollo della Repubblica popolare. I “realisti” ritengono che Pechino debba mantenere un atteggiamento aggressivo contro tutte quelle potenze, in primis Stati Uniti e Inghilterra, che, storicamente, si sono sempre schierate contro la Cina. Un terzo gruppo, più eterogeneo, ritiene che per il partito debba essere prioritario rafforzare l’alleanza con partner internazionali (alcuni propongono Russia o Stati Uniti, altri i paesi asiatici o le potenze emergenti del Terzo Mondo). Infine, per i “globalismi-liberali” Pechino dovrebbe integrarsi il più possibile nella comunità internazionale, anche a costo di limitare la propria sovranità. Una posizione, questa, che per ovvie ragioni continuerà a rimanere a lungo minoritaria.

Mentre la Cina decide come interagire con il resto del mondo, gli Stati Uniti più di qualsiasi altra potenza dovrebbero iniziare a ridefinire la propria posizione in Oriente. Consapevoli che, se manterranno una posizione rigida, Pechino potrebbe convincersi della loro propensione a uno scontro. Un’idea che potrebbe trasformarsi in certezza alla luce dell’attivismo recentemente dimostrato dalle nazioni del Sudest asiatico a coinvolgere Washington in tutte quelle controversie che rischiano di mettere in discussione la stabilità della regione, quindi in funzione anti-cinese. D’altro canto, se l’America decidesse di mostrarsi più disponibile al compromesso potrebbe premiare i realisti convincendo Pechino che l’aggressività, implicita o palese che sia, paghi. Ci vorrà ancora del tempo prima che i massimi esponenti del partito trovino un accordo sulla politica estera da seguire nel prossimo “secolo cinese”, ma è auspicabile che anche l’Occidente inizi a prepararsi per tempo, evitando così di farsi cogliere impreparato.

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