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Genova 2001-2011
Il declino del movimento?
rubrica
  • Memoria /memorie

Sono passati 10 anni dalla morte di Carlo Giuliani; insieme alle commemorazioni, abbondano le analisi giornalistiche, accademiche e militanti sulle vicende giudiziarie, mentre scarseggiano le considerazioni relative al lascito di quelle intense giornate di protesta sui movimenti successivi, in Italia e altrove. In questo contributo vorrei dunque provare a riflettere sul declino dei movimenti globali.

Se le giornate di Genova contro il G8 sembravano dimostrare che si stava strutturando un movimento di portata globale, le performance dei movimenti otto anni dopo, all’Aquila, contro lo stesso G8, sono state riassunte in modo poco confortante: «Dimensione sostanzialmente trascurabile della contestazione», «Stagione tramontata», «Sipario calato» sul movimento no global. Se il balletto delle cifre resta impossibile da chiarire, è certo che i 300.000 manifestanti di Genova sono ormai un lontanissimo ricordo.

Il vistoso calo della partecipazione non sembra appartenere peraltro a una dinamica solo italiana: la presenza di massa ai contro-summit del G8 pare declinare ovunque, persino laddove il movimento aveva preso mediaticamente (ma non solo) forma, negli Stati Uniti. Lo stesso accade per la partecipazione ai Forum europei: dalle 60.000 persone radunate al primo Fse di Firenze (2002), si è passati alle appena 10.000 di Malmoe, nel 2008 (C. Haug, N. Haeringer e L. Mosca, The Esf Organizing Process in a Diachronic Perspective, in D. della Porta [a cura di], Another Europe, Routledge, 2009, p. 28).

Cosa è cambiato nel campo dei movimenti globali e nazionali negli otto anni trascorsi tra Genova e L’Aquila?

A mio parere, per capire le cause di questo declino, dobbiamo adottare una prospettiva dinamica all’analisi dei movimenti, analizzando come e perché questi si formano, si trasformano e declinano.

Per della Porta e Tarrow (Transnational Protest & Global Activism, Rowman & Littlefield Publishers, 2005), la formazione di un movimento transnazionale come quello contro la globalizzazione neoliberista può essere spiegata a partire da:

- cambiamenti ambientali: il collasso del blocco sovietico; lo sviluppo delle comunicazioni elettroniche; e la crescita del potere di corporations e di istituzioni e organizzazioni governative internazionali;

- cambiamenti cognitivi: tra cui la trasformazione di identità collettive e di schemi interpretativi dell’azione;

- cambiamenti relazionali: sia tra movimenti e istituzioni, che tra organizzazioni e individui all’interno dei movimenti.

Un altro meccanismo che ha successivamente operato per l’allargamento del movimento in Italia è stato quello dell’appropriazione sociale di organizzazioni esistenti. Si prenda il caso della Cgil che aveva deciso, come confederazione, di non partecipare alle proteste di Genova e che invece ha aderito pienamente alle iniziative del Forum sociale europeo di Firenze, appena un anno dopo, soprattutto per la pressione dei militanti. Sono seguite poi le grandi manifestazioni di piazza che hanno portato milioni di cittadini in piazza a Firenze, per il Forum sociale europeo, in difesa dell’articolo 18 con la Cgil e a Roma contro la guerra in Iraq (2003).

Eppure, quei tre momenti di mobilitazione appena menzionati rappresentano anche le fasi di un processo che ha portato al declino del movimento in Italia. Alcune trasformazioni ambientali, quali gli attentati terroristici negli Stati Uniti e la decisione dell’amministrazione Bush di rispondere loro con la guerra hanno spinto i movimenti a investire tutte le risorse accumulate negli anni precedenti per sostenere una forte mobilitazione per la pace. L’impegno nel movimento pacifista ha comportato una ridefinizione degli schemi interpretativi della protesta, con l’abbandono progressivo dei temi legati al neoliberismo, e un cambiamento di scala dell’azione collettiva, dal livello transnazionale al livello nazionale.

In Italia, inoltre, le stesse giornate di Genova avevano cambiato la percezione delle opportunità politiche disponibili per l’azione collettiva e questo aveva comportato un cambiamento radicale delle relazioni tra le organizzazioni del movimento, le più moderate delle quali misero paletti molto precisi sulle forme che potevano assumere le proteste.

Tuttavia, non bisogna esagerare la portata delle trasformazioni in atto. Molti movimenti in Italia hanno preso forma anche dopo l’Aquila, dai movimenti degli studenti a quelli dei precari, da quelli territoriali (Val di Susa), a quelli tradizionalmente legati al mondo del lavoro dipendente (sindacati). Inoltre, i recenti risultati dei referendum in tema di acqua pubblica e nucleare si devono anche a reti di movimenti nati dal l’esperienza di Genova. E’ vero, i movimenti hanno perso oggi quella capacità di costruire significati e spazi comuni di azione, ma, quando decideranno di riunire le loro forze, verrà loro in aiuto la memoria di Genova.

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Comments
Pier Paolo Castellari, 30-07-2011, 19:35
Lo spirito movimentista negli anni successivi alla trasformazione del PCI, che leninianamente li demonizzava, hanno surrogato la mancanza di manifestazioni della sinistra, potenzialmente di governo, o la loro riduzione a poche iniziative ben delimitate. Il loro limite è ed è stato la dispersione mondialista, più da campus studentesco che da "partito" orientato a dei risultati. Che Genova sia diventata l'icona, almeno nostrana, del nostro spirito protestatario è congruente con la storia di quella grande piazza resistenziale, alimentata dalle dinamiche della casbah dei carrugi. Quando decideranno di riunire le forze ( in un nuovo partito, con i vincoli dell'Unione Europea, nell'ambito di un'economia basata sul minor prezzo? ) potranno essere rappresentativi di una cultura del nomadismo marginale delle società occidentali e, temo, di nient'altro.