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Islamabad, 21/7/2011
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  • lettere internazionali

Una frontiera esplosiva. Il più volte discusso impegno del Pakistan nella lotta al terrorismo potrebbe essere ad una svolta, altrettanto discutibile! Nei giorni scorsi, l’autorevole quotidiano “Dawn”, di Islamabad, ha pubblicato alcune indiscrezioni giunte da fonti militari, secondo le quali il governo pakistano è tornato a considerare la possibilità di minare parte del confine con l’Afghanistan. La trovata, originariamente proposta dall’ex dittatore Pervez Musharraf ma bocciata a seguito dell’opposizione di Kabul, è stata ripresa all’indomani dell’uccisione di Osama Bin Laden, avvenuta in Pakistan per mano dei marines americani e senza il coinvolgimento dell’esercito pakistano, considerato poco affidabile per via degli ormai certi legami tra apparati militari e organizzazioni terroristiche, inclusa al Qaeda. Messo sotto pressione dalla dilagante sfiducia internazionale, il governo pakistano sembra intenda riscattarsi, divenendo dall’oggi al domani un baluardo nella lotta al terrorismo, iniziando con la riduzione delle infiltrazioni di guerriglieri attraverso i 2.645 chilometri di confine con l’Afghanistan. La strategia prevede il posizionamento di un numero imprecisato di mine antiuomo lungo alcune aree strategiche in prossimità della Linea Durand, nonché, al pari di quanto fatto dagli Stati Uniti a ridosso della frontiera con il Messico, l’erezione di recinzioni metalliche. Si partirebbe dalle aree tribali più critiche, in particolare Bajaur, Alto Dir e Mohmand, dove vige una forma di controllo del territorio basata sulla legge locale, svincolata dalle autorità governative. È qui che nell’ultimo mese si sono registrate almeno quattro incursioni di combattenti armati, che hanno poi innescato violenti scontri con l’esercito pakistano, nel corso dei quali hanno perso la vita decine di persone, in particolare militanti. La preoccupazione dell’esercito pakistano per l’aumento delle infiltrazioni, unita alla mancanza di risposte concrete da parte di Kabul, incapace di limitare il fenomeno dall’interno, sembra abbiano spinto il governo pakistano a rispolverare un’arma devastante quale la mina antiuomo.

Inutile tornare a descrivere il funzionamento di questo terribile ordigno, ma non possiamo esimerci dal ricordare come l’Afghanistan sia il paese al mondo con il maggior numero di mine inesplose (circa 10 milioni), quindi ancora efficaci. Questa triste classifica lo vede davanti a Cambogia, Angola, Mozambico, ex-Jugoslavia, Sudan, Somalia, El Salvador, Kurdistan e Kuwait. Le cifre riguardanti l’Afghanistan parlano di almeno 5 incidenti al giorno, la maggioranza dei quali coinvolgono civili, in particolare i bambini, tradizionalmente incaricati di portare le greggi al pascolo in zone pericolose, o comunque incuriositi da oggetti metallici simili a giocattoli trovati al suolo. Chi non muore sul posto in genere non sopravvive alle ferite a causa delle cure inadeguate (50% dei casi), mentre gli altri subiscono pesanti amputazioni, iniziando una nuova vita ai margini di una società che non prevede indennizzi, assistenza o altre forme di aiuto. Nel dettaglio, secondo i dati della Croce Rossa, risulta che le vittime siano 7% combattenti, 34% bambini, 26% anziani, 16% donne e 17% uomini non combattenti. Continuando a citare la Croce Rossa, si evince come la maggior parte degli amputati siano uomini di età compresa tra i 18 e i 30 anni (essendo più forti hanno più chance di sopravvivere), l’età in cui ci si sposa, si hanno figli piccoli da mantenere, un lavoro e una posizione che in un contesto sociale come quello afghano dipende anche dal ruolo svolto all’interno della comunità. Sin dal termine dell’invasione sovietica, in Afghanistan sono attivi progetti di sminamento che non riescono ancora a coprire l’intero paese. Ciononostante, a causa della lentezza delle operazioni, dovuta in parte alla pericolosità del lavoro, in parte ai continui conflitti in atto, si stima che ai ritmi odierni servirebbero almeno 4000 anni per ripulire completamente il territorio. Non è un caso quindi se il governo di Kabul, così come “Dawn” e parte dell’opinione pubblica, abbiano accolto la nuova strategia difensiva del Pakistan con malcelato sdegno. Sentimento che chi scrive condivide in pieno.   

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