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Rafah, 21/6/2011
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  • lettere internazionali

La porta di Gaza. Dopo quattro anni di blocco egiziano, la diplomazia sorta dall'onda della celebre Piazza Tahrir, cuore della protesta egiziana, ha aperto il valico di Rafah, unica porta di accesso all'Egitto per i palestinesi di Gaza. Fino al 25 gennaio 2011, infatti, l'ex presidente Mubarak, detronizzato in seguito al vento di protesta, aveva perseguito una politica in linea con gli interessi israeliani, contribuendo all'assedio imposto contro la Striscia. Nello specifico, dal 2007, l'Egitto rifiutava di aprire il confine contribuendo alla drammatica situazione della popolazione di Gaza. Una mossa, dunque, che è costata all'ex presidente egiziano l'accusa di complicità con Israele. Poi, la protesta di Tahrir. E, quindi, il governo di transizione. A fine aprile, il ministro degli Affari Esteri, Nabil Al-Arabi, annuncia di voler aprire permanentemente la frontiera con Gaza. Dunque, una novità: il governo transitorio egiziano supera l'accordo del 2005 che, stipulato con l'Autorità Nazionale Palestinese e l'Unione Europea, intendeva istituire un sistema di osservazione al confine gestito da attori internazionali. Tuttavia, il riposizionamento diplomatico del Cairo aveva già inaugurato un cambiamento di direzione offrendo la propria sede alla riconciliazione tra Ḥamās e Al-Fatah poche settimane prima dell'annuncio ufficiale dell'apertura del valico. Così, il 28 maggio 2011 è parso segnare un'importante tappa della diplomazia egiziana nei confronti della vicina Striscia di Gaza. Questa scelta è apparsa in perfetta sintonia con le proteste anti-Mubarak: tra i tanti slogan, infatti, il grido "Free Palestine" si è alzato tra le voci di Tahrir nella speranza che il rovesciamento del regime portasse anche ad un'effettiva politica di sostegno al popolo palestinese. L'annuncio della svolta, quindi, è stato accolto dall'opinione pubblica come uno degli esiti più significativi dell'intera primavera araba, vale a dire, come un esempio di forte discontinuità rispetto al vecchio regime.

Tuttavia, l'apertura del valico sembra tradire gli auspici. Sul piano pratico, infatti, la misura riguarda soprattutto le donne ed esclude gli uomini tra i 18 e i 40 anni. A queste condizioni, è difficile credere che la manovra possa realmente incidere sulla libertà di movimento degli abitanti di Gaza ed, eventualmente, condurre ad un cambiamento considerevole delle loro condizioni di vita. In aggiunta, a soli pochi giorni dall'apertura, per motivi poco chiari, il valico è stato chiuso per alcune ore senza un previo accordo fra le parti, fatto che ha generato profonda tensione al confine e tra la popolazione di Gaza. Fonti locali, inoltre, hanno sollevato il problema relativo ai criteri di ingresso e di uscita, ancora poco chiari ai gazawi. Secondo altre fonti, questa mancanza di chiarezza nelle procedure incide anche sul transito delle donne le quali avrebbero avuto difficoltà a superare il confine. Infine, oltre agli aspetti pratici, sarebbe bene valutare l'apertura alla luce del persistente assedio della Striscia. Essa, infatti, non riguarda il traffico delle merci e non intacca il controllo di Israele sulle condizioni di Gaza. I valichi di Sufa, Karem Shalom, Karin, Nahel Oz ed Erez, sotto la giurisdizione israeliana, consentono ad Israele di conservare misure di embargo pari a quelle precedenti all'apertura. Il blocco aereo, marittimo e terrestre di Israele contro Gaza persiste ancora e continua a violare i termini dell'accordo Gaza-Gerico del 1994 sul diritto di passaggio per le persone e le merci tra la Striscia e la Cisgiordania. Per quanto significativa, l'apertura di Rafah, non sembra porsi come una manovra capace di introdurre modifiche strutturali tali da contenere l'emergenza. Circa il 66% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, il tasso di disoccupazione raggiunge il 40%, a ciò si aggiungono la mancanza di acqua potabile, la fame e la guerra. A queste condizioni, la scelta egiziana, da sola, difficilmente sarà in grado di rispondere all'allarme umanitario a Gaza.

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