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Buenos Aires, 10/6/2011
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La lunga corsa della Presidenta. Le elezioni dello scorso 13 marzo nella provincia di Catamarca hanno aperto una lunga maratona elettorale che si concluderà il 23 ottobre prossimo, con le presidenziali. Queste elezioni amministrative, per certi aspetti, servono a misurare la temperatura politica locale offrendo nuovi spunti per l’analisi di quella nazionale. Per certi altri, invece, accelerano o frenano la costruzione di alleanze elettorali nazionali. Insomma, rimodulando i rapporti di forza tra le formazioni politiche, definiscono le opportunità di alcune candidature e stroncano il futuro di altre. La prima a cadere è stata quella dell’attuale sindaco della città di Buenos Aires, Mauricio Macri. Proposto ormai da molti anni come una delle alternative più credibili ai Kirchner (Cristina, attuale Presidente, e suo marito Néstor, suo predecessore), Macri ha preferito ricandidarsi per la poltrona di primo cittadino di Buenos Aires. Il suo partito, il Pro, scartata l’ipotesi di candidare alla presidenza Francisco de Narvaez (impossibilitato per questioni burocratiche), sostiene Ricardo Alfonsín, candidato dell’Unión Cívica Radical. Un sostegno che ha definitivamente vanificato il tentativo di alleanza tra i radicali e i socialisti. Questi ultimi dovrebbero, a breve, rendere pubblica la candidatura di Hermes Binner. A completare il quadro delle opposizioni al governo della Presidenta, rimangono ancora in piedi le candidature di altri due esponenti con una storia e uno stile distanti tra loro: quella di Elisa Carrió, proveniente da una costola del radicalismo, e quella di Eduardo A. Duhalde, animatore del cosiddetto ‘peronismo dissidente’. Un dissidio, questo, nato con il peronismo del Frente para la Victoria, formazione politica che sostiene la Presidenta, Cristina Fernández de Kirchner. E con quest’ultima si completa il puzzle delle candidature.

Che quella di Cristina sia stata una presidenza caratterizzata da una forte conflittualità politico-sociale è sotto gli occhi di tutti. E quando non ne è stata la principale protagonista, la Presidenta non si è mostrata incline a depotenziarne i toni. Nonostante i sondaggi più recenti le concedano un ampio margine sugli altri candidati, negli ultimi mesi è emerso un elemento nuovo. Dismessi i soliti messaggi, il Frente pare interessato ad abbassare i toni del dibattito politico attraverso un graduale allontanamento dalle posizioni di Hugo Moyano, il leader sindacalista con il quale Cristina, durante la sua presidenza, ha costruito una stretta alleanza. Con l’approssimarsi delle elezioni, ‘armonia’, ‘riconciliazione’ e ‘condivisione’ sono diventati i termini centrali del discorso kirchnerista. Una posizione non tanto diversa è quella maturata dal principale rivale della Presidenta, Ricardo Alfonsín. Figlio del primo Presidente eletto dopo l’ultima dittatura militare, egli ha costruito il proprio capitale politico intorno alla figura del padre, scomparso due anni fa e diventato ormai l’emblema della democrazia argentina. Alfonsín si presenta come il promotore di un processo di ricostruzione della comunità nazionale, analogo a quello avviato dal padre negli anni Ottanta. Della stessa natura sono le intenzioni di Duhalde. Esponente di lungo corso del partito peronista, egli ha occupato la presidenza argentina all’indomani della default del 2001 e ha traghettato il Paese verso le elezioni presidenziali del 2003. Proprio da questa esperienza Duhalde ha maturato un credito politico ancora oggi rilevante. È quello stesso credito che gli permette di proporsi come possibile candidato di tutte le opposizioni al Frente con l’idea di risanare le ferite causate dai conflitti esplosi durante l’era kirchnerista. Eccezion fatta per Carrió e per Binner (candidati con meno chances di occupare la presidenza), tutti i principali candidati, insomma, sembrano voler giocare nel ruolo di garanti di una rinnovata armonia. Cristina, Alfonsín e Duhalde tratteggiano una società monolitica, non attraversata da classi, da fratture politico/ideologiche o da conflitti. Un ritornello, questo, fin troppo ripetitivo in un’Argentina la cui vita politica è stata segnata da un immaginario politico e sociale di tipo monista.

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