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Dopo il voto: il grande nodo delle partecipate
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Un tema rimasto un po’ nell’ombra nella recente tornata elettorale, ma che i nuovi sindaci dovranno affrontare con urgenza, è quello delle società partecipate dai comuni. È infatti necessario uscire al più presto dal disinteresse della politica per una gestione efficiente di queste imprese, utilizzate troppo spesso come luogo di politiche consociative a danno delle imprese stesse e dei cittadini.

La situazione è molto variegata sul territorio nazionale, per numero e tipo di società coinvolte, nonché per la varietà dei risultati economici: accanto a società in perdita, che prima o poi comporteranno anche pesanti oneri sui bilanci comunali, vi sono vere e proprie casseforti, a cui i comuni hanno attinto per coprire i buchi di bilancio, soprattutto in questi anni di tagli dei trasferimenti governativi. Ne risente la politica di privatizzazioni e/o liberalizzazioni, che se in un caso diventa difficile nell’altro è osteggiata dagli enti stessi che incassano i dividendi. Che siano in utile o siano in perdita, le società dei comuni sono poi il luogo di compensazione che consente ai politici di gestire conflitti e mantenere consensi, grazie alla gestione diretta di incarichi i cui compensi sono spesso di grande appetibilità.

Il ripensamento sulle imprese dei Comuni deve essere a 360 gradi, a partire dalle opportunità di privatizzazione e/o di liberalizzazione, anche al di là degli obblighi di legge.

Per le società che si ritiene debbano essere mantenute in mano pubblica è necessario definire in modo più chiaro gli indirizzi strategici e stabilire un forte presidio che consenta di controllare ex post l’operato degli amministratori e del management.

Funzioni e indirizzi strategici vanno ripensati in un’ottica non soltanto comunale, per evitare duplicazioni, concorrenze dannose, sprechi di risorse e delineare invece strategie territoriali ottimali, dal punto di vista dell’economicità dei costi e della soddisfazione dei bisogni dei cittadini. 

Occorre procedere rapidamente a un consolidamento dei bilanci, per garantire una maggiore trasparenza dei bilanci comunali e verificare quali rischi potenziali potranno esservi per i bilanci pubblici, nel loro insieme.

D’altro canto, occorre anche evitare che le società in utile siano utilizzate come fonte di approvvigionamento per finanziare una tantum spese correnti, privando al contempo le società di utili che potrebbero invece più opportunamente essere reinvestiti per la crescita delle società stesse.

L’altra priorità che va da subito affrontata è quella delle nomine, per le quali è urgente garantire maggiore trasparenza e garanzie di professionalità e adeguatezza dei nominati. Secondo un recente studio di Civicum (2009) basato sugli Statuti dei comuni capoluoghi di Regione, 9 comuni (Ancona, Aosta, Bari, Cagliari, Catanzaro, Napoli, Perugia, Trento, Trieste) non prevedono alcun criterio, 5 (Bologna, Campobasso, Genova, Roma, Venezia) si limitano a previsioni del tutto marginali, relative ad alcune incompatibilità (per lo più derivanti da obblighi di legge) e a previsioni di pari opportunità. In due casi (L’Aquila e Palermo) si prevede un bando pubblico e una relazione sull’operato. A Firenze, Torino e Milano vi sono le previsioni più interessanti, di controllo ex ante e/o ex post, ma anch’esse sono del tutto insufficienti a garantire la trasparenza e la professionalità delle nomine.

Certo è che la necessità, non più rinviabile, di riduzione dei costi della politica non può mandare esente la gestione delle società partecipate, nell’interesse degli enti locali, delle imprese stesse e dei cittadini.

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