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La Scampia che non ci sta
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A Scampia, quartiere degradato alla periferia nord di Napoli, c'è una piccola oasi di speranza. È il Centro di formazione Hurtado diretto dal gesuita Fabrizio Valletti, impegnato a “liberare” i giovani da ricatti e lusinghe della camorra per avviarli a lavori onesti. Una sfida ambiziosa in un territorio dove per molti l’alternativa alla fuga è accettare lavoro nero o proposte criminali e le attività sommerse non emergono perché sono i lavoratori a voler restare in nero per non perdere una occupazione precaria. Dove conta solo la soddisfazione dei bisogni elementari, la “vita come viene: non per scelta ma per paura di soccombere al confronto con gli altri spegnendo così ogni interesse a progettare il futuro. E a Scampia, più che altrove, l’obnubilante televisione è un partner obbligato, vera fonte di educazione dell’infanzia e formazione degli adulti: più apparecchi in ogni stanza, sempre accessi, guardati da bambini di ogni età. Né a superare l’impasse aiuta l’egoismo della borghesia e dei cascami della aristocrazia borbonica che dominano la gerarchia dei rapporti umani rendendo tutti gli altri quantité négligéable.

Le ragioni che spingono persone con parenti in carcere per furti e rapine a” rifugiarsi”nella chiesa dei gesuiti e nel Centro Hurtado sono le stesse che inducono i camorristi a vendere droga nella piazza di Scampia accanto alla cattedrale, dove troneggiano le statue della Madonna di Fatima e di quella dell’Arco, di Padre Pio e di Papa Giovanni XIII, quasi a implorare la benedizione su un business che frutta fino a mezzo milione al giorno. Ma la ricerca di “protezione divina”, che accomuna comparse e protagonisti di una realtà abbrutita dalla disperazione, assieme a debolezze e vulnerabilità, segnala una voglia di cambiare, un bisogno di pace. A costoro questi gesuiti prospettano i vantaggi del passaggio da una vita giocata sulle piccole esigenze a una vita che coltivi anche i desideri interiori più autentici.

In un contesto di sopraffazione apparentemente senza scampo, parlare di legalità, onestà e di amicizia è una provocazione che agisce nel profondo della coscienza e può divenire forza dirompente, aiutando a ricostruire la scala dei propri bisogni secondo un ordine di priorità non imposto da altri, a ritrovare la propria dignità. E i rischi di delusione per i possibili insuccessi, sono imparagonabili alla soddisfazione per la vitalità sprigionata dalla ricerca di realizzare un desiderio e all’abbandono dello stato di frustrazione che colpisce chi lascia le cose intentate. Questi gesuiti, e insieme a loro i volontari che li aiutano, credono che suscitare sin dalla più giovane età i desideri allarghi l’orizzonte della mente, spinga a riflettere sulle possibilità offerte dalla vita. E in effetti i desideri si dilatano nel tempo, cambiano la prospettiva, sviluppano creatività e talento guardando più lontano del contingente quotidiano.

Così i gruppi di lettura rompono l’accerchiamento televisivo, inducendo i bambini a commentare i personaggi delle novelle e dei racconti e gli adulti a drammatizzare le vicende ascoltate intravedendo possibili alternative agli sbocchi camorristici. E la solidarietà degli studenti del liceo Pontano, che lì fanno scuola serale e amicizia, rompe l’isolamento, spinge a recuperare fiducia in se stessi, ad aprirsi verso gli altri. Il risultato più tangibile è la nascita e lo sviluppo della cooperativa di lavoro di giovani donne La Roccia: una sartoria che produce borse e sciarpe fantasiose, vendute direttamente, attraverso il passaparola di una comunità di sostenitori allargata a tutto il territorio nazionale. Una testimonianza che si può lavorare, con dignità, senza ricorrere alla camorra.

A ben vedere l’impegno dei gesuiti a Scampia non è solo un contributo alla riqualificazione del quartiere. È parte della lotta alle mafie, della rivolta in atto contro la logica dell’economia di rapina, quella illegale e quella legale, della “crescita per la crescita e delle sue degenerazioni. È il tentativo di inverare quella “felicità pubblica” che gli intellettuali napoletani pensarono nella prima metà del Settecento ponendola alla base di una economia civile troppo presto abbandonata per affidarsi alla mano invisibile del mercato, ma che sta rianimandosi in forme nuove incoraggiata dall’azione, sempre più convinta, di coloro che credono nella forza delle relazioni amichevoli e disinteressate.

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