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La scuola è
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Alicudi, la più occidentale delle Eolie, è un isolotto di poco più di cinque chilometri quadrati. Bellissima, per chi vi approda da turista, ma particolarmente aspra e impervia per chi ci vive. Per arrivare: tre ore di aliscafo da Milazzo, 50 miglia marine.
In questo scoglio lo Stato di fatto non c’è. Se hai bisogno dei Carabinieri devi far riferimento alla caserma di Filicudi, se devi spedire una raccomandata puoi contare sui due soli giorni di apertura di un piccolo sportello delle Poste. L’unica presenza istituzionale è la scuola, che tutto deve a un’insegnante.
Teresa Perre arriva da Milano quattordici anni fa e trova una situazione a dir poco provvisoria. Una piccola aula con soppalco che ospita una pluriclasse di quattordici alunni, alcuni dei quali alla fine della quinta elementare non sanno ancora né leggere né scrivere. La maggior parte dei giovani abitanti dell’isola alla scuola preferisce il denaro che può ottenere con piccoli lavori di trasporto a dorso di mulo. Ad Alicudi tutte le merci si spostano così. Se c’è da ristrutturare una casa, ad esempio, i materiali non possono essere portati sul posto con un camioncino. Servono un mulo e qualcuno che lo guidi per le scalinate dell’isola. Così a bambini e ragazzi la scuola non interessa punto, attratti come sono dal guadagno immediato. Un anno dopo il suo arrivo, grazie all’anzianità di servizio e al punteggio accumulato, la maestra Perre potrebbe andarsene, ritornare in un luogo “normale”. E invece decide di restare.
Così, poco alla volta, ricostruisce la scuola che non c’è e ottiene, in una piccola casa tipicamente eoliana, lo spazio necessario per insegnare.
Nel frattempo la sua classe raccoglie qualche alunno in più: i più giovani rimangono in aula parte della giornata e poi si ritrovano al molo, i più grandi lavorano. Grazie alle nuove tecnologie iniziano le prime videoconferenze con altri alunni su altre isole, e si tenta di aprire una finestra sul mondo.
In questi quattordici anni la scuola (e dunque lo Stato, forse suo malgrado) prova a garantire i diritti minimi di cittadinanza a un manipolo di italiani che abitano su uno scoglio. Questo è il suo ruolo, anche in un posto fuori dal mondo come Alicudi: sottrarre dal miraggio del facile guadagno i giovani abituati a vivere in un sistema dove la legalità è sempre incerta (e la maestra non a caso arriva a ricevere minacce), motivandoli verso nuove possibilità, tenendo ben presenti le loro radici e la loro storia. Come ricorda la stessa maestra Perre, “la scuola si pone come edificio pubblico, come luogo in cui confluiscono i bisogni dell’isola, diventa un punto di riferimento per i ragazzi e per le famiglie”. Riesce a portare alla fine del percorso dell’obbligo ragazzi che altrimenti avrebbero lasciato, mentre alcuni continuano alle superiori, a Lipari; e fa sì che a un certo punto si festeggi il primo laureato proveniente da Alicudi.
Una decina d’anni fa uscì un bel documentario, “Essere e avere”; se Nicolas Philibert, il regista, avesse saputo di questa scuola, forse avrebbe messo la sua macchina da presa anche lì, per osservare l’intero anno scolastico dei bambini e della loro insegnante.
Il rischio che la classe di Alicudi debba chiudere è sempre reale. Se ciò accadesse con essa se ne andrebbe la funzione principale della scuola in un simile contesto, far vedere ai ragazzi che un altro modo è possibile, dare loro gli strumenti per poter scegliere. Aprire porte, o almeno socchiuderle. Porli di fronte a una prospettiva diversa, che non sia quella di andar su e giù tutto il giorno con i somari. Don Milani è morto nel 1967, ma le sue critiche al sistema scolastico in molti casi sono ancora valide. Perché, come si legge in Lettera a una professoressa, e come disse Lucio che aveva 36 mucche nella stalla, “la scuola sarà sempre meglio della merda”.

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