Rivista il mulino

la nota
3 ottobre, Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione
La giornata dell’ipocrisia
, October 2, 2017

21 marzo 2016: l’aula di Palazzo Madama approva in via definitiva la proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione: 143 voti favorevoli, 9 contrari e 69 astenuti. La relazione di accompagnamento recita, testualmente, che l’iniziativa «nasce dall’esigenza di preservare il ricordo del naufragio avvenuto al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013, nel quale morirono 366 migranti».

Quella decisione fu accompagnata dal plauso di molte istituzioni e da tanti soggetti della società civile. L’Unhcr considerò il via libera del Senato «un passo importante per ricordare tutte le vittime dell’immigrazione e una grande opportunità per la scuola italiana per affrontare il tema dell’asilo e dell’integrazione». Save the Children chiese che la cosa si traducesse presto in «accoglienza e gesti concreti […] ancora molto rimane da fare […] il dramma dei migranti continua a perpetrarsi davanti ai nostri occhi, dentro ai confini europei. Non possiamo ignorare le ripetute violazioni dei diritti umani e la chiusura arbitraria delle frontiere, che provocano grande sofferenza e deprivazione per i migranti, e le morti in mare, che rimangono purtroppo una terribile realtà all’ordine del giorno. Solo ponendo fine al susseguirsi di questi tragici eventi con politiche adeguate di accoglienza a livello europeo si coglierebbe davvero il senso più profondo di questa Giornata».

È interessante – o più che altro deprimente – ripensare a tutto questo mentre ci si accinge a ripetere per la seconda volta il rituale del ricordo.

Dopo il voto tedesco il cammino dell’Unione si fa sempre più tortuoso
Una strada in salita
, September 25, 2017

L’avevano descritta come «l’elezione più noiosa del mondo». Già questo avrebbe dovuto metterci sull’avviso. Da qualche tempo, infatti, le Moire si divertono a spiazzare il senso comune con risultati elettorali che sono stati di volta in volta descritti come «impossibili», «impensabili», «irrazionali» o «folli». Non si può affermare che il successo elettorale della AfD nelle elezioni per il rinnovo del Bundestag sia paragonabile alla vittoria del «sì» al referendum per la Brexit, o a quella di Donald Trump nelle presidenziali statunitensi. Non c’è dubbio, tuttavia, che l’ingresso di 94 parlamentari di una forza politica di destra, nazionalista, che mette in discussione i dogmi su cui si è costruita l’identità politica della Germania nel secondo dopoguerra, potrebbe avere conseguenze storiche. Certo, la Cdu-Csu rimane il primo partito, ma perde 65 seggi, scendendo al 33% dei consensi, suo peggior risultato di sempre. Mai così male anche la Spd, la socialdemocrazia tedesca, che perde 40 seggi, scendendo a un livello di consenso che non ha paragoni nella storia recente del partito, ed evoca per la più grande forza della sinistra tedesca i momenti drammatici degli anni precedenti all’ultima guerra.

Uno smottamento così importante avrà certamente conseguenze significative negli equilibri politici tedeschi. Un primo segnale di turbolenza c’è stato già nelle prime ore con l’annuncio, da parte del candidato socialdemocratico alla cancelleria Martin Schulz, che il suo partito non prenderà più parte a una grande coalizione guidata da Angela Merkel. Possiamo immaginare che, a caldo, abbia prevalso tra i dirigenti l’opinione per cui il calo dei consensi della Spd sia dovuto essenzialmente al fatto che il partito sarebbe apparso al proprio elettorato di riferimento come troppo appiattito sulle posizioni politiche, e in particolare sulla linea economica, dei cristianodemocratici. Se questa lettura del voto si affermasse, potrebbe condurre a un ripensamento della piattaforma programmatica del partito, e forse anche all’apertura di un rapporto di collaborazione con la sinistra radicale della Linke, che in questa elezione ha guadagnato consensi (5 seggi in più rispetto alla precedente legislatura). Anche in Germania, quindi, potrebbe esserci un fenomeno paragonabile a quello cui abbiamo assistito nel Regno Unito: un partito della sinistra storica spinto da una serie di sconfitte elettorali a rimettere in discussione gli orientamenti degli ultimi decenni per avviarsi verso posizioni più radicali.

La politica ferma a un tornante
, September 18, 2017

Sempre più chiaramente la campagna elettorale, già partita da tempo, si presenta come occasione di scontro all’ultimo sangue. La cosa dovrebbe preoccupare, visto il momento delicato tanto a livello nazionale quanto sulla scena internazionale. C’è da augurarsi che le tensioni non superino i limiti di guardia, anche se non c’è certezza che l’augurio si traduca in realtà. La democrazia è un sistema di competizione fra forze diverse e il cosiddetto fair play non è mai stato uno schema di gioco molto praticato.

È ogni giorno più evidente che l’Italia si trova di fronte a una svolta dei suoi equilibri. O meglio: quella svolta che, auspicata o temuta, si preannuncia da vari decenni è probabilmente arrivata a un tornante, anche se non è dato sapere se si tratta di quello definitivo. Ciò che si intuisce è che tutte le forze in campo (non solo quelle politiche) operano e ragionano come se ciò fosse assodato: la posta in gioco è quella definitiva, non ci saranno partite di recupero.

Difficile dire se effettivamente tutto si deciderà nella prossima tornata elettorale. Può accadere se gli eventi spingano gli elettori a fare almeno una scelta di campo decisiva, cioè a consacrare un nuovo equilibrio di forze che ne veda prevalere una con nettezza. Non è necessario immaginare il 51% o più dei consensi: è sufficiente intuire che il vento spira decisamente a favore di una forza politica, poi verrà una legislatura per consolidarsi, durante quella il carro del vincitore accoglierà i consensi – progressivi ma rapidi – della maggior parte dei centri dirigenti del Paese. Sinora in tutti i cambi di equilibri politici è stato così. 

Perché le filosofe accademiche sono così poche?
Professione filosofa
, September 11, 2017

Gli organizzatori dell'ultimo convegno della Società europea di filosofia analitica, conclusosi da poco a Monaco di Baviera, segnalano che solo il 25% dei 700 partecipanti erano donne. Il dato conferma una strana anomalia della disciplina, che è stata ampiamente discussa fra gli addetti ai lavori. Pur essendo collocata fra le scienze umane, la filosofia, in Europa come negli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, registra percentuali di presenze femminili tipiche delle «Stem sciences», come la fisica, l'ingegneria e la matematica, ossia percentuali molto basse. Negli Stati Uniti, ad esempio, le donne sono solo il 21% dei filosofi accademici, mentre nel resto delle altre discipline umanistiche superano il 40%. In Gran Bretagna, le donne sono il 24% dei filosofi di ruolo. Questi dati sembrano essere trasversali ai diversi sistemi universitari e della ricerca dei Paesi occidentali, e sono confermati anche in Italia, dove, per fare un esempio paradigmatico, dei 136 filosofi teoretici in ruolo (ricercatori, associati, ordinari) solo 32 sono donne (meno di un quarto, dunque), rispetto a una presenza ormai consolidata nelle scienze umane.

I filosofi non sono gli unici accademici a essere in questa situazione e di per sé, a fronte delle enormi sperequazioni che ancora esistono nel nostro Paese e in tutto il mondo occidentale fra donne e uomini, le differenze di carriera accademica in una disciplina tutto sommato marginale (non me ne vogliano i miei colleghi) come la filosofia possono apparire irrilevanti.

I poveri fanno paura
, September 4, 2017

“Mi vuoi bene?”, l’invocazione di soccorso – che è allo stesso tempo mozione degli affetti – rivolta dal bambino di Ischia finito sotto le macerie del sisma del 22 agosto scorso ai vigili del fuoco che tentavano di tirarlo fuori da quella trappola di cemento stride con gli insulti razzisti che, in quegli stessi drammatici istanti, sono apparsi in Rete. Eccone un campionario: “Bene terremoto a Ischia. Aspettiamo con ansia il risveglio del Vesuvio. Pensiero del 90% degli italiani”; “Speravamo nel Vesuvio ma il terremoto va bene lo stesso”; “Terremoto a Ischia… dove mangiano 40 kg di carne di coniglio pro-capite l’anno, direi che è Karma…”.  

Purtroppo non si tratta di episodi isolati. Anche in occasione del crollo della palazzina di Torre Annunziata avvenuta qualche mese addietro, che causò la morte tra gli altri di due bambini, la gravità dell’evento e la generosità dei soccorritori e della gente comune (che faceva la spola portando panini, sigarette, caffè e ogni altro genere di conforto) non hanno impedito di rispolverare slogan razzisti nei confronti delle vittime. In entrambe le circostanze si sono chiamati in causa l’abusivismo e l’assenza di controlli, non tanto per denunciare che in molti comuni del Sud l’edilizia pubblica è una voce di bilancio quasi inesistente, quanto per giungere alla conclusione che in fondo questi corrotti di meridionali se la sono andata a cercare.

Qui non intendo affrontare il tema, oggi “caldo”, dell’opportunità o meno di mettere sullo stesso piano l’abusivismo di sussistenza, basato sull’autocostruzione e l’utilizzo di materiali di scarto per necessità, gli abusi edilizi del ceto medio e le grandi speculazioni edilizie che recano gravi danni all’ambiente, alla sicurezza pubblica e all’estetica del paesaggio.