Rivista il mulino

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Le donne non fanno notizia
, April 13, 2015

Si sta concludendo in questi giorni la raccolta dati per la quinta edizione del Global Media Monitoring Project (Gmmp). Una rete di ricercatrici e ricercatori di più di cento Paesi ha monitorato la presenza delle donne nelle notizie riportate nei media principali, dai giornali televisivi e radiofonici, ai quotidiani, ai siti internet di news, a Twitter.

Guardare ai rapporti delle passate edizioni dà parecchio da pensare. Se in generale nel mondo, fra i professionisti della notizia, la presenza di donne è alta (circa il 40%) e per alcuni media è in crescita, cosa diversa è per la presenza delle donne nelle notizie. Ancora nel 2010, a livello mondiale, solo il 24% delle persone menzionate nelle notizie erano donne. Quando le donne intervenivano nelle notizie in qualità di soggetti principali avevano una probabilità doppia rispetto agli uomini di essere ritratte come vittime. Inoltre, le donne intervenivano come "parere esperto", cioè in posizione di autorità, solo nel 20% dei casi, mentre come latrici dell'"opinione popolare" nel 44% dei casi. E in Italia? Nei dati dell'ultimo monitoraggio le donne costituivano il 19% delle persone citate nelle notizie, cinque punti sotto la pur bassa percentuale mondiale. Le donne comparivano come vittime tre volte più spesso degli uomini. Erano intervistate come esperte solo nel 14% dei casi, mentre intervenivano come latrici dell'"opinione popolare" nel 57% dei casi. Insomma, i soliti record negativi a cui il nostro paese è abituato quando si tratta di questioni di genere.

Le guerre culturali negli Stati Uniti non accennano a diminuire
Discriminare per legge
, April 8, 2015

Lo scontro culturale sui diritti e sulle libertà individuali e collettive domina il dibattito politico statunitense e alimenta le divisioni fra i due maggiori partiti. Ancor più che a livello federale, lo si osserva in ambito statale, soprattutto laddove i conservatori del partito repubblicano controllano legislativo ed esecutivo. Negli Stati del “profondo rosso”, i conservatori sono in grado di promuovere iniziative legislative che devono mettere argine a quello che considerano un pericoloso processo di secolarizzazione e di relativismo etico e culturale.

È di questi giorni la battaglia combattuta in nome della difesa delle libertà religiose. Tema nobile, che richiama uno dei diritti fondamentali dell’uomo ma che, nel contesto statunitense dove non c’è termine più scivoloso di “libertà”, diventa un’arma a doppio taglio per l’uso che ne stanno facendo soprattutto i conservatori. Più che difendere la libertà religiosa (implicitamente cristiana fondamentalista), l’obiettivo sembra quello di voler mettere in discussione i diritti e le libertà “degli altri” e in primis della comunità gay e lesbica. Secondo alcuni osservatori, poiché le sentenze delle corti stanno di fatto legalizzando i matrimoni same-sex, i conservatori utilizzano l’arma della difesa della libertà religiosa per recuperare quel terreno che si sta perdendo nelle aule dei tribunali.

In realtà, è proprio la Corte Suprema, con una sentenza del 2014 (Hobby Lobby Decision), a legittimare tale interpretazione della libertà religiosa sostenendo la legittimità per le imprese a conduzione familiare di rifiutare su tali basi l’obbligo di garantire ai propri dipendenti assicurazioni sanitarie, accesso alla contraccezione incluso. Così, in Georgia, i repubblicani conservatori hanno approvato in Senato una proposta di legge che, in nome della libertà religiosa, di fatto permetterebbe ai datori di lavoro di licenziare le donne che hanno abortito.

Cresciuti con la crisi
, March 30, 2015

Crescere e diventare adulti per la generazione che era adolescente nel 2008, all’inizio della grande recessione, ha significato maturare aspettative e progetti in un tempo di crisi economica, sociale, morale globale.

Le esperienze della precarietà lavorativa, della frammentarietà delle carriere, della difficoltà nel raggiungimento di un’autonomia economica, della necessità di adeguare prontamente le proprie competenze a contesti in continuo mutamento, si inseriscono in un più complessivo scenario di trasformazioni che contribuiscono a creare un insieme nuovo di linguaggi, significati, pratiche, aspettative e aspirazioni che segnano una frattura rispetto al “mondo” delle generazioni precedenti. La globalizzazione, innanzitutto: l’inserimento in flussi globali di idee, immagini, informazioni, modelli di vita e di consumo che contribuiscono a modificare l’idea della soggettività, dell’appartenenza e dell’azione politica, rendendo comuni e scontati – nell’analisi sociologica, ma sempre più anche nel discorso comune – nozioni come quelle di “sfera pubblica diasporica”, “comunità trans-locali”, “società in rete’.

Lo sviluppo e la diffusione capillare delle tecnologie elettroniche costituiscono un secondo elemento che segna in modo nuovo e peculiare l’esperienza dei giovani contemporanei. Perennemente “connessi” e abituati a utilizzare linguaggi diversi e, a differenza della generazione precedente, meno preoccupati della coerenza. Oggi nei giovani appare accresciuta la capacità di adattarsi per non essere esclusi e perdere le scarse opportunità che via via si presentano loro. In questo articolato scenario, anche la congiuntura economica negativa – esperienza di regressione, riduzione, involuzione e delusione per le generazioni precedenti – può assumere un significato diverso agli occhi di una generazione per cui la crisi ha costituito esperienza comune e condivisa sin dall’adolescenza, il contesto “normale” in cui si è compiuta, o si sta per compiere, la transizione dalla scuola al lavoro, dall’infanzia al mondo adulto. 

L’altra faccia di Scampia
, March 23, 2015

Periferia, prossimità, poveri: queste sono le tre «p» al centro degli interventi più recenti di papa Bergoglio. La sua visita a Scampia di sabato le assomma tutte. Di nuovo si accendono i riflettori su Scampia: ai margini della città di Napoli, agli aspetti più truculenti della vita del quartiere si sono da sempre affiancate forme quotidiane di resistenza al degrado poste in atto dai residenti, a volte anche senza il supporto delle istituzioni e delle associazioni. Queste ultime sono state spesso oscurate dalla tendenza da parte dei media a rappresentare soltanto gli aspetti negativi o, all’opposto, a glorificare alcune isolate iniziative. Per anni Scampia è stato un quartiere dimenticato. Qualcuno più informato era a conoscenza di cosa fossero le Vele e forse delle condizioni di abbandono in cui queste si trovavano. Ogni tanto se ne parlava sui giornali locali. Quelli nazionali hanno cominciato ad interessarsi al quartiere nel 1990 in occasione della visita di Papa Wojtyla e nel 1997 quando fu abbattuta la prima Vela (senza entrare troppo nel merito dei problemi della zona), e poi di nuovo in concomitanza con la sequenza di omicidi efferati legati alle faide tra camorristi per il controllo del territorio e del traffico di droga a cavallo tra il 2004 e il 2005. Da quel momento Scampia diventa il simbolo per eccellenza del degrado e della criminalità e le Vele la rappresentazione del male. Il successo internazionale di Gomorra e della successiva serie televisiva tratta dal libro di Roberto Saviano, e la conseguente difficoltà di distinguere tra finzione letteraria e documentazione dei fatti hanno fatto il resto.

Alla rappresentazione di Scampia come situazione di degrado senza via di uscita, di un quartiere asservito alla camorra e di essa complice, negli anni se ne è affiancata a più riprese un’altra, di segno opposto – talvolta non meno stereotipata della prima – che vede in esso un perenne laboratorio di campioni sportivi e di creatività artistica. Indubbiamente tenere alta l’attenzione sul lavoro educativo delle associazioni, dei parroci e degli insegnanti che si muovono sul territorio è importante. E mostrare “l’altra faccia di Scampia”, quella della prossimità, serve a far cambiare l’atteggiamento dell’opinione pubblica soprattutto nei confronti di chi ci vive. Ma ciò che sfugge ai due stereotipi contrapposti – il male dilagante e il bene che non si spegne – è l’area grigia ed estesa delle famiglie con serie difficoltà di vita: insomma la terza p, quella dei poveri. 

Anche in vista della manifestazione di Libera di sabato
La raccomandazione come terreno di cultura della mafia
, March 18, 2015

Le manifestazioni pubbliche, le folle e i giovani che riempiono le piazze delle nostre città in segno di protesta civile contro reati e delitti di mafia non possono che colmare il nostro animo di speranza, in particolare quando dietro di loro sta un impegno concreto per il riscatto dei beni sottratti alla collettività dalla mafia e recuperati invece al servizio pubblico. Ma proprio questa maturazione della coscienza nazionale e giovanile sul tema della mafia può ora consentirci di compiere un passo avanti. Non dobbiamo limitarci alla denuncia dei crimini mafiosi e delle complicità dei detentori del potere, politico o economico come se in fondo questi fossero fenomeni estranei, diavoli che possiamo respingere con esorcismi, con discorsi in piazza e lenzuoli bianchi o chiedendo leggi su leggi, nuove, ulteriori commissioni per la repressione della corruzione.

Tutto ciò, naturalmente, è necessario; e la nostra gratitudine verso tutti i volontari che si impegnano in questa lotta contro il potere mafioso e le sue collusioni è enorme. Ma non vorremmo che distogliesse dall’impegno personale a combattere comportamenti che sono dentro di noi e che si aggravano in questa situazione di disordine, resa tragica dalla crisi economica e dal malessere sociale.

Il vero e profondo terreno di cultura dei comportamenti mafiosi è la raccomandazione, particolarmente forte nel nostro Paese, a sostituire nella vita quotidiana la regola pubblica con l’affermazione dell’interesse privato tramite legami di famiglia, di clan, di Paese, di chiesa. A mio avviso è questo il vero terreno, il vero brodo in cui cresce la mafia, che non è estraneo ma spesso interno anche a chi protesta nelle piazze contro la mafia.