Rivista il mulino

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la nota
Le elezioni in Emilia-Romagna
Tornare sui luoghi
, January 27, 2020

Il primo treno della mattina lascia Vignola poco dopo le sei. Lungo il tragitto si ferma sedici volte e raccoglie via via chi pendola sul capoluogo, a cominciare dagli studenti e da chi a Bologna lavora. C’è una corsa ogni ora, più qualcun’altra a inizio giornata. Idem al ritorno, quando l’ultimo treno se ne va dalla Stazione centrale alle venti e diciotto. Per i ritardatari, un bus parte un’ora dopo, ma è l’ultima possibilità per tornare a casa. È sempre pieno, per lo più di immigrati che rientrano dopo una giornata di lavoro: dall’edilizia e dai servizi, badanti, infermiere; e venditori con il saccone ancora pieno di mercanzia. Un treno analogo copre l’asse che ripercorre quello della ottocentesca ferrovia Bologna-Portomaggiore verso la provincia di Ferrara: attraversa Budrio, il paesone della bassa immersa nella nebbia che cerca di togliersi di dosso la cronaca nera di Igor e il ricordo della recente alluvione. Poi c’è la Porrettana, vecchia di oltre un secolo e mezzo, che corre lungo un percorso di grande bellezza sino a Pistoia attraversando Porretta Terme. I piccoli convogli, gestiti da Trenitalia, sono più scalcagnati, e non è raro che vengano soppressi all’ultimo istante. Così tocca aspettare anche un’ora prima che arrivi il successivo. La maggior parte delle corse la domenica non c’è, tanto dei treni quanto dei bus, e per gli adolescenti che vogliono farsi un giro in città o nei centri commerciali della cintura spesso l’unica alternativa è farsi accompagnare in auto dai genitori.

Dal numero 6/19
Perché la democrazia è in crisi?
, January 16, 2020

Dopo la Seconda guerra mondiale i sistemi democratici dell’Occidente, governando lo sviluppo capitalista anche al fine di distribuirne i benefici alle classi lavoratrici, hanno creato le società più prospere, colte e libere che mai si siano avute in tutta la storia umana. È stato il trionfo della «democrazia liberale», non solo nel mondo anglosassone dove era nata, ma pure (e forse ancora di più) in buona parte dell’Europa continentale: qui è dove essa più compiutamente ha dimostrato di potere evolvere verso un assetto social-democratico che, oltre alla crescita economica e accanto ai diritti civili, si prefigge di garantire, con ambizione universalista, anche i diritti sociali.

Assieme allo sviluppo economico, il «capitalismo democratico» ha consentito la riduzione delle disuguaglianze e una mobilità sociale dal basso verso l’alto senza precedenti. Un processo simile, epocale, non è stato il risultato dello spontaneo operare del mercato, tantomeno della bontà di quelli che una volta si chiamavano «padroni»: ma l’esito delle lotte delle classi lavoratrici per la giustizia sociale, e dell’azione politica riformista delle forze che le rappresentavano, perlopiù sotto l’ombrello del «socialismo democratico», le quali hanno saputo volgere a vantaggio di coloro che mai avevano avuto voce le istituzioni del liberalismo e lo Stato nazione[1].

Oggi, nel tempo in cui per l’ennesima volta c’è chi annuncia che «il socialismo è morto», anche il liberalismo non si sente tanto bene. Poco dopo la celebre profezia di Francis Fukuyama sulla «fine della storia»[2], come per un’astuzia imprevista, le cose nel mondo hanno preso a girare ancor più vorticosamente e negli ultimi anni l’espansione delle democrazie liberali non solo si è arrestata, ma ha subito arretramenti e involuzioni.

A disordered mind
, January 8, 2020

I presidenti americani sono sempre stati interessati alla storia, soprattutto al modo in cui verranno ricordati dai posteri; guardano ai modelli del passato per trarne esempio e insegnamento, per cercare di comprendere quali sono gli effetti di lunga durata delle decisioni prese. Insomma, vi è la consapevolezza che le lezioni della storia siano in grado di fornire una bussola per le decisioni da prendere nel presente. Molti storici americani, come Arthur Schlesinger Jr durante l’amministrazione Kennedy, hanno svolto un ruolo di consiglieri politici; e Obama spesso invitava storici, anche di diverso orientamento, alla Casa Bianca, alcuni dei quali hanno collaborato alla stesura di alcuni dei suoi discorsi politici. Lo stesso Trump, certo dallo spessore intellettuale non paragonabile a quello di Obama, qualche volta ha fatto riferimento a coloro che lo hanno preceduto, come modelli a cui ispirarsi: Andrew Jackson, campione della retorica populista democratica ottocentesca, e, naturalmente, Ronald Reagan.

La velocità e volatilità che sembrano in apparenza guidare le decisioni dell’attuale presidente – che pure non perde occasione di autocelebrarsi come colui che lascerà un segno indelebile nella politica statunitense e internazionale – non appaiono però sempre imperniate su ciò che la storia, anche recente, può insegnare. Ad esempio, Trump, prima di dare il via libera all’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, avrebbe forse dovuto riflettere su quanto Ronald Reagan confessò a uno dei maggiori intellettuali conservatori statunitensi, William Buckley: “Bill, il Medio Oriente è un posto complicato – insomma non propriamente un posto, più uno state of mind. A disordered mind. Una mossa precipitosa o sbagliata rischia di produrre immediatamente il caos”.

Come valutare la produttività dei parlamentari
, January 4, 2020

Il già apprezzato presidente dell’Inps Tito Boeri ha scritto un articolo (Non solo questione di numeri, “la Repubblica”, 31.12.2019), alquanto confuso, inteso a dimostrare che è possibile ridurre il numero dei parlamentari senza che ne discendano conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento. Il suo punto di partenza è che i parlamentari attualmente esistenti, pure inspiegabilmente numerosi (rispetto a che cosa, a chi? agli elettori Boeri non offre nessun elemento di valutazione comparata), risultano molto poco produttivi. Per definire e misurare la produttività dei parlamentari l’articolo utilizza due criteri. Il primo è la presenza alle votazioni in aula; il secondo è la stesura di disegni di legge. Entrambi i criteri sono inadeguati e fuorvianti.

Senza figli
, January 22, 2018

Le cose in Italia non vanno bene. E questo se non fosse vero sarebbe niente più che un luogo comune. Ma poiché è molto vero, è quantomeno curioso, per non dire altro, che a quaranta giorni dalle elezioni di tutto si parli fuorché di programmi (di governo, non elettorali). Il che naturalmente non significa che non arrivino proposte, idee, il più delle volte gettate lì, senza troppe verifiche sulle coperture o sugli effetti di sistema, nella speranza di poter raccogliere voti. Tutto questo mentre il debito pubblico lampeggia inesorabile il suo 133%, a ricordarci che la stagione dello spread, parola ignota sino all’estate del 2011 (a novembre di quell’anno toccò i 574 punti ed era sulle prime pagine di tutti i giornali), non è certo superata per sempre.

Eppure, fra i molti temi assenti dalla campagna elettorale, ve ne sarebbe uno da affrontare come emergenza nazionale, da tutte le forze politiche. Neanche i dati arrivati dalla Francia, l’eccezione virtuosa europea grazie ai forti sussidi statali, dove per la prima volta da anni si è scesi sotto la soglia degli 1,9 figli per donna, sono serviti per portare il dibattito pre-elettorale sulla natalità. Si fanno sempre meno figli, e sempre più tardi (nel 2016 l’età media alla nascita del primo figlio è 31 anni; era 28 nel 1995). Continuiamo a essere assai lontani dalla soglia naturale (lo dice la matematica, prima ancora della demografia) dei 2,1 figli che permette a una società di mantenere la propria struttura demografica. In breve di restare in vita. Al di sotto di essa è destinata a estinguersi. E ovviamente più bassa è la media, più rapido è il declino. Così, mentre a politici di primo piano preoccupati che la “razza bianca” possa scomparire a causa dell’invasione di neri, gialli e marroncini, “scappa il lapsus”, non ci accorgiamo che il dato italiano è ormai da anni stabilmente sotto la media degli 1,4 figli per donna, giunto ormai a 1,34 (nel 2016), tornato a calare a partire dal 2011 dopo essersi ripreso a causa dello spostamento in avanti di molte donne della decisione di avere il primo figlio, da un lato, e, soprattutto, del contributo fondamentale delle donne straniere. Senza dimenticare che, poco alla volta, proprio le donne straniere si allontaneranno sempre più dagli standard riproduttivi dei Paesi di origine per avvicinarsi progressivamente a quelli del Paese di immigrazione.