Rivista il mulino

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la nota
Senza figli
, January 22, 2018

Le cose in Italia non vanno bene. E questo se non fosse vero sarebbe niente più che un luogo comune. Ma poiché è molto vero, è quantomeno curioso, per non dire altro, che a quaranta giorni dalle elezioni di tutto si parli fuorché di programmi (di governo, non elettorali). Il che naturalmente non significa che non arrivino proposte, idee, il più delle volte gettate lì, senza troppe verifiche sulle coperture o sugli effetti di sistema, nella speranza di poter raccogliere voti. Tutto questo mentre il debito pubblico lampeggia inesorabile il suo 133%, a ricordarci che la stagione dello spread, parola ignota sino all’estate del 2011 (a novembre di quell’anno toccò i 574 punti ed era sulle prime pagine di tutti i giornali), non è certo superata per sempre.

Eppure, fra i molti temi assenti dalla campagna elettorale, ve ne sarebbe uno da affrontare come emergenza nazionale, da tutte le forze politiche. Neanche i dati arrivati dalla Francia, l’eccezione virtuosa europea grazie ai forti sussidi statali, dove per la prima volta da anni si è scesi sotto la soglia degli 1,9 figli per donna, sono serviti per portare il dibattito pre-elettorale sulla natalità. Si fanno sempre meno figli, e sempre più tardi (nel 2016 l’età media alla nascita del primo figlio è 31 anni; era 28 nel 1995). Continuiamo a essere assai lontani dalla soglia naturale (lo dice la matematica, prima ancora della demografia) dei 2,1 figli che permette a una società di mantenere la propria struttura demografica. In breve di restare in vita. Al di sotto di essa è destinata a estinguersi. E ovviamente più bassa è la media, più rapido è il declino. Così, mentre a politici di primo piano preoccupati che la “razza bianca” possa scomparire a causa dell’invasione di neri, gialli e marroncini, “scappa il lapsus”, non ci accorgiamo che il dato italiano è ormai da anni stabilmente sotto la media degli 1,4 figli per donna, giunto ormai a 1,34 (nel 2016), tornato a calare a partire dal 2011 dopo essersi ripreso a causa dello spostamento in avanti di molte donne della decisione di avere il primo figlio, da un lato, e, soprattutto, del contributo fondamentale delle donne straniere. Senza dimenticare che, poco alla volta, proprio le donne straniere si allontaneranno sempre più dagli standard riproduttivi dei Paesi di origine per avvicinarsi progressivamente a quelli del Paese di immigrazione.

Il M5S oggi: da movimento a post-partito
, January 8, 2018

Incoronazione di Luigi Di Maio come capo politico, con poteri di decisione ultima sulle candidature. Adozione di un nuovo statuto e di un codice etico. Apertura ai non iscritti delle candidature alle prossime politiche. Prefigurazione di accordi di governo – a destra, con la Lega, o a sinistra, con Liberi e uguali – dopo le prossime elezioni. I cambiamenti recenti nel M5S vengono letti dalla stampa più critica – quasi tutta – e persino da qualche attivista della prima ora come un’omologazione ai partiti tradizionali. Eppure, il Movimento cerca ancora di sanzionare le violazioni del vincolo di mandato da parte degli eletti, nonostante la sua incompatibilità con l’articolo 67 della Costituzione.

In realtà, tutti questi aggiustamenti organizzativi sono resi necessari dal cambio di ruolo del Movimento. Non tutti ricordano, infatti, che il M5S uscì dalle elezioni del 2013 come primo partito alla Camera – superato solo da una coalizione Pd-Sel poi subito sciolta – nella sorpresa generale, anche sua. Un movimento antisistema costruito sul web divenne così la principale forza di opposizione della diciassettesima legislatura, senza avere strutture organizzative, personale e cultura politica per esercitare quel ruolo. Fu quella la vera ragione del fallimento delle trattative in streaming con Bersani: il M5S sarebbe uscito cannibalizzato da un accordo con i partiti tradizionali.

Allora il Movimento era davvero un movimento, come crede di essere tuttora: quasi che i partiti fossero sempre stati ciò che sono diventati oggi, ossia gusci vuoti con leader sempre più scoloriti che litigano in televisione e poi si mettono d’accordo (o viceversa). Quando se oggi c’è un partito, ossia una forza politica rigidamente organizzata e un’autentica comunità di militanti, sia pure con tenui legami ideologici, questo è proprio il M5S. La diversità del Movimento, anzi, sta forse proprio qui: gli altri sono generali senza esercito, loro, semmai, un esercito senza generali.

Il M5S di oggi non è più un movimento, non è ancora, né vuole diventarlo, un partito tradizionale, ma è un post-partito: una forza politica organizzata in forme nuove, anche più rigide di quelle dei partiti. A distinguere il M5S dai partiti tradizionali, infatti, sono soprattutto le forme di controllo telematiche degli attivisti sugli eletti e la sorveglianza esercitata sugli uni e sugli altri dai gestori della piattaforma Rousseau,

L’Italia e gli indici internazionali di corruzione
Siamo un Paese corrotto?
, December 18, 2017

In un recente e quanto mai opportuno articolo sul «Corriere della Sera» Sabino Cassese – all’interno di un articolato ragionamento sulle Strategie anti-corruzione da ripensare – richiama l’attenzione sull’affermazione secondo la quale nel nostro Paese il costo relativo alla corruzione «sarebbe di 60 miliardi all’anno, pari alla metà del costo della corruzione di tutti i Paesi dell’Unione europea messi assieme». Notizia, ricorda Cassese, totalmente priva di fondamento, la cui genesi è stata ricostruita con ironia da Luca Ricolfi e Caterina Guidoni (in Il pregiudizio universale, Laterza, 2016).

Ma è opportuno andare oltre questa specifica «falsa notizia». La principale fonte alla quale attingono i sostenitori di quello che ormai sembra diventato un «luogo comune», e cioè del fatto che saremmo uno dei Paesi più corrotti del mondo, è rappresentata dall’Indice della percezione della corruzione (Cpi – Global corruption perception index) stilato ogni anno dall’associazione non governativa contro la corruzione Transparency International. Secondo l’ultima emissione dell’Indice (rilevazione del 2016, pubblicazione nel gennaio 2017), che riguarda 176 Paesi di tutto il mondo e che vede al primo posto Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia e Svezia, l’Italia si collocherebbe al 60° posto, dopo Buthan, Emirati Arabi, Botswana, Georgia, Namibia, Malta, seguita fra le nazioni dell’Unione europea, solo da Grecia e Bulgaria (la Francia è al 23° posto).

Ma questa è la corruzione «percepita», come peraltro viene esplicitamente menzionato nel nome stesso dell’Indice. E la percezione è un concetto quanto mai ambiguo e scivoloso, che andrebbe sempre evitato in un ragionamento non dico scientifico ma quanto meno oggettivo.

Il presidente oscuro
, December 11, 2017

La ipertrofica firma apposta da Donald Trump al decreto che ha stabilito il trasferimento della sede dell’ambasciata americana a Gerusalemme ha sollevato timori, perplessità, ansie per il futuro e, prevedibilmente, la rabbia dei palestinesi e dei Paesi arabi. L’apparente incapacità di Trump di comprendere l’importanza dei simboli, specie laddove questi si inseriscono in equilibri precari e contesti incandescenti, può risultare incredibile, specie da parte di chi intende riaffermare la leadership muscolare statunitense. È solo questione di incompetenza, instabilità psicologica, bullismo, temperamento irascibile? O è la volontà di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale dal sempre più scottante caso dei rapporti fra collaboratori del presidente ed esponenti del governo russo che ha riacceso le luci su un possibile impeachment del presidente? O, invece, è parte di una strategia politica più complessiva che deve tenere assieme esigenza di costruzione del consenso interno e consolidamento della base elettorale, da un lato, e, dall’altro, riposizionamento della leadership americana a livello globale secondo termini nuovi e ancora non pienamente comprensibili?

Come la stampa ha ricordato in questi giorni, la decisione di Trump non fa che rendere efficace la legge approvata nel 1995 da un Congresso che vedeva l’ala più radicale del Partito repubblicano, guidata da Newt Gingrich, vittoriosa nelle elezioni di metà mandato del 1994. Pur avendo apposto la firma, Clinton e i presidenti successivi, sia George W. Bush sia Barack Obama, avevano congelato il trasferimento

Alla ricerca di una politica responsabile
, December 4, 2017

Nel suo editoriale di ieri, Ferruccio de Bortoli richiama le forze politiche al vincolo della responsabilità. Per de Bortoli è pericoloso «evadere dalla realtà, rimuovendo la forza delle cose e l’amarezza stringente di un elevato indebitamento. Basta ingannare gli elettori illudendoli che vi sia una torta da dividere. Non c’è più da tempo. E non è detto che proposte serie, circostanziate e credibili, non raccolgano più consenso dei giochi di prestigio programmatici». L’occasione di questo accorato appello è l’approvazione al Senato della legge di bilancio, con la gran quantità di piccoli provvedimenti di spesa che essa contiene. In assenza di una credibile strategia di lungo periodo per far fronte alla vera emergenza costituita dal debito pubblico, questa disponibilità a venire incontro alle richieste di intervento pubblico che provengono da ogni parte del Paese – per cause di ogni genere, più o meno degne di attenzione e appoggio – appare irresponsabile. Semplicemente una tattica per guadagnar tempo, e per non perdere consenso.

Un appello che ci sentiamo di condividere. A maggior ragione in un momento in cui, stando alle previsioni, il Paese si avvia a una nuova fase di incertezza politica.