Rivista il mulino

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Se si rompe il sistema-Paese
, November 13, 2017

La politica italiana non è più sull’orlo di una crisi di nervi: ormai c’è entrata in pieno. Basti considerare i tormenti relativi alle elezioni siciliane: anziché continuare a domandarsi se si possano considerare l’anteprima di quanto succederà a marzo, limitandosi in questo caso alle profezie su chi vincerà le elezioni, converrebbe fare qualche ragionamento pacato su alcune tendenze di fondo.

Innanzitutto sul fenomeno dell’astensionismo. Ridurlo a una questione sicula è piuttosto improprio, visto che alle regionali emiliane del novembre 2014 votò il 37,1% degli aventi diritto e che alle amministrative del giugno scorso al primo turno in pochissimi casi si andò oltre il 40% (e sorvoliamo sul caso di Ostia). Adesso naturalmente tutti, dai 5 Stelle alla sinistra-sinistra fino alla Lega, si affannano a ripetere che ci penseranno loro a richiamare alle urne il gregge disperso. Nessuno, però, che spieghi come mai ne erano convinti anche prima di domenica 5 novembre, ma poi siano stati smentiti alla prova dei fatti.

In realtà un astensionismo così ampio testimonia il distacco dalla politica di quote importanti anche di cittadini informati, che non credono più al significato di scegliere i rappresentanti: vuoi perché una parte pensa che chiunque vinca non cambierà molto, tanto più o meno tutti sono vincolati a fare quel poco che è possibile; vuoi perché un’altra parte pensa che siano tutti egualmente incapaci e poco raccomandabili.

Quel che vediamo è che i partiti sono pochissimo disposti a farsi carico davvero del sistema-Paese e rimangono inchiodati alle rispettive retoriche consolidate, ormai espresse più in formule rituali da negromanti che in ragionamenti che invitino a entrare dialetticamente nel merito di quel che si propone.

Un algoritmo ci seppellirà?
, November 6, 2017

Pochi giorni fa gli avvocati di Facebook, Twitter e Google sono stati interrogati dal Senato degli Stati Uniti per spiegare come abbiano potuto non accorgersi della presenza sulle loro piattaforme di propaganda politica occulta. Quella, in particolare, che sembra essere stata finanziata da account russi durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2016 che, giusto un anno fa, ha portato alla vittoria di Donald Trump.

Un nuovo capitolo del cosiddetto «Russiagate» si è così aperto. Facebook, infatti, avrebbe ricavato una cifra superiore ai 100.000 dollari dalla vendita di spazi pubblicitari ad account fake legati a server russi. Il periodo interessato è quello che va dalla discesa in campo di Trump (maggio 2015) al maggio di quest’anno. Gli account coinvolti avrebbero pubblicato post che, pur non riferendosi in maniera esplicita al voto, trattavano, orientando l’opinione del lettore, contenuti oggetto della campagna elettorale: omofobia, xenofobia e politiche migratorie, diritto a possedere armi per difendersi da sé.

Stando a quanto pubblicato dal “New York Times”, oltre 3.000 spazi pubblicitari sulle bacheche degli utenti di Facebook sarebbero stati acquistati da account fake legati alla Russia, raggiungendo 126 milioni di utenti del social di Mark Zuckerberg. A questi andrebbero aggiunti oltre 131.000 messaggi su Twitter e più di 1.000 video caricati su YouTube. Dietro questa vera e propria campagna si celerebbero organizzazioni riconducibili alla Internet Research Agency di San Pietroburgo.

A un anno dalla elezione, Trump non sa ancora distinguere politica e puro esercizio di potere
The disrupter
, October 30, 2017

A pensare male qualche volta ci si azzecca, diceva qualcuno. Forse Trump, annunciando il rispetto della scadenza del 26 ottobre 2017 per la messa a disposizione dei documenti desecretati concernenti l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, sperava di distrarre l’opinione pubblica americana con il ghiotto boccone di uno dei misteri più discussi della storia americana. In nome della trasparenza, infatti, ha autorizzato la pubblicazione di circa 2.800 documenti, in ottemperanza a una legge approvata nel 1992, durante la presidenza di George H.W. Bush, dopo il clamore seguito al film di Oliver Stone, JFK. Come è noto, il film ventilava la tesi secondo la quale l’assassinio del presidente diventato una vera e propria icona nel Novecento fosse il frutto di una vasta cospirazione che coinvolgeva la Cia, l’Fbi e le forze armate.

In realtà, il desiderio di Trump di «togliere il velo», come ha dichiarato, si è dovuto piegare alle esigenze di sicurezza nazionale. «Non ho scelta», ha continuato Trump, il re delle teorie cospirative più fantasiose – dalla nascita kenyota di Obama alle accuse all’ex presidente di aver messo microspie alla Trump Tower, dall’appoggio dato a chi mette in relazione l’uso di vaccini con l’autismo fino a insinuare il dubbio che il giudice della Corte suprema Anthony Scalia non sia deceduto per morte naturale, e così via. I documenti disponibili sul sito dei National Archives per il momento non sembrano però introdurre novità significative. Nuovi dettagli e particolari dovranno essere vagliati dall’indagine storiografica e opportunamente contestualizzati. Certo è che la decisione di Trump di accettare le richieste della Cia e dell'Fbi di rimandare, almeno per il momento, di sei mesi la pubblicazione di altri 300 documenti dà ulteriore alimento a chi si nutre di teorie cospirazioniste e paventa il complotto a scapito del popolo e del suo diritto a conoscere la verità.

Un salto nel buio
, October 23, 2017

Ieri lombardi e veneti hanno votato formalmente sul trasferimento di competenze dallo Stato alle loro Regioni, ma sostanzialmente sui soldi; è stato loro chiesto: volete voi sostenere l’iniziativa politica per mantenere nelle nostre regioni un po’ più di gettito fiscale, togliendolo agli altri italiani?

La risposta è stata differente nelle due regioni. In Lombardia si è registrata una partecipazione al voto relativamente modesta (e ancor più modesta nelle città, e in particolare a Milano), considerando l’attrattività del quesito e l’assenza di uno schieramento contrario. In Veneto, invece, il “sì” ha raccolto il sostegno esplicito della maggioranza degli aventi diritto al voto.

Formalmente e giuridicamente nulla cambia. In teoria, si dovrebbe avviare un dialogo (peraltro già possibile prima, e avviato senza referendum dall’Emilia-Romagna) fra Stato e Regioni per un ridisegno delle rispettive competenze. Ridisegno interessante, nient’affatto ovvio; come ricordava da ultimo ieri Romano Prodi, il quadro potrebbe essere rivisto con un più attento bilanciamento tema per tema, anche rafforzando competenze e raccordi centrali laddove necessario.

Ma non è di questo che si parla e si parlerà. Smentendo i tantissimi che hanno preso sottogamba la scadenza referendaria, il tema del riparto delle risorse fiscali fra Regioni e cittadini potrebbe segnare a lungo e profondamente il dibattito politico nel Paese.

Una sacher amara
, October 16, 2017

Poteva andare peggio. Poteva piovere. Così, parafrasando Mel Brooks, si potrebbe commentare il risultato uscito dalle urne per il rinnovo del Parlamento autriaco. Perché rispetto alla vigilia (e al primo exitpoll) i socialdemocratici di Christian Kern sono andati meglio, tenendo la posizione e conquistando la seconda piazza, dietro alla Övp guidata dal trentunenne Sebastian Kurz - il leader popolare dalle idee assai poco moderate, prossimo cancelliere austriaco - ma davanti all’ultradestra di Heinz-Christian Strache (26% dei consensi, più 5% rispetto alle precedenti elezioni).

L’Austria, che dopo vari tentativi aveva eletto presidente il professore verde ed europeista Van der Bellen, ieri ha premiato la destra (e punito duramente i Verdi, che rischiano di restare fuori dal Parlamento, ma manca ancora lo spoglio del voto postale e i dati non possono essere considerati definitivi). Le posizioni prese dal futuro cancelliere durante la campagna elettorale gli hanno garantito popolarità e consensi; ma si tratta di posizioni dichiaratamente di destra, che in gran parte condivide con il Partito delle libertà di Strache. L’uno e l’altro sfiorano il 60% dei consensi. Laddove non era riuscito il candidato xenofobo che aveva tentato di conquistare la presidenza della Repubblica austriaca il dicembre scorso (si votò la stessa domenica del referendum costituzionale italiano), Norbert Hofer, sono riusciti Strache e Kurz. Gran parte dei sei milioni e mezzo di austriaci che ieri si sono espressi hanno detto chiaramente di condividere politiche anti-immigrazione, in buona parte anche anti-europeiste