Rivista il mulino

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Ius soli, un dibattito forzato e fuorviante
La cittadinanza come protezione
, July 17, 2017

Nel nostro Paese la questione dello ius soli ha dato vita non solo a un imbarazzante iter parlamentare (ben documentato in un recente intervento su questo sito), ma anche a una singolare altalena di sentimenti e disposizioni d'animo da parte del pubblico, almeno a stare a quanto riportano i media e i numerosi sondaggi che si sono susseguiti negli anni. Queste oscillazioni non sono dovute solo all'inevitabile intreccio con i difficili equilibri politici degli ultimi mesi e alla forza d'urto dei flussi migratori che continuano a interessare l’Italia. Gli atteggiamenti sono ondivaghi anche perché gran parte della discussione, da una parte e dall'altra, è basata su sentimenti ed emozioni che per loro natura sono altamente instabili e volatili.

La campagna contro lo ius soli è connotata da forti accenti identitari e razzisti; la legge è dipinta come un pericoloso cedimento alla logica dell'annacquamento etnico, che porta a sacrificare gli interessi degli italiani «veri» a vantaggio di estranei senza il giusto pedigree. Ma purtroppo anche molte delle campagne mediatiche e delle prese di posizione a favore dello ius soli condividono questo stesso filone narrativo. Lo ius soli, secondo una strategia retorica imperante, è un atto di dovuto riconoscimento per quei ragazzi che, essendo nati e cresciuti qui, sono di fatto «al 100% italiani». Ragazzi che sono figli di migranti, certo, ma possono esibire, come credenziali inoppugnabili di accesso alla cittadinanza, una dieta a base di spaghetti e l'inconfondibile cadenza di un qualche dialetto nostrano.

Secondo questa concezione, i diritti di cittadinanza sono il riconoscimento di legami profondi e di valore che i residenti stringono con il Paese in cui vivono: le relazioni amicali, l'uso della lingua, l'abitudine e il gusto per le tradizioni e il modo di vivere locale, l'affetto che si sviluppa per il suo paesaggio tipico. Questo modo di concepire i requisiti di cittadinanza è incredibilmente rozzo e primitivo, e fa torto allo stesso nobile principio dell'identità nazionale. In realtà, infatti, non è basato su un'idea di nazione come impresa politica e culturale condivisa in nome di principi e ideali comuni, ma su una concezione sentimentalistica dei rapporti che si creano fra le persone e la terra in cui nascono e crescono. 

L’ultimo dei veri partiti?
, July 10, 2017

È stato pubblicato da poco un bel libro, soprattutto un libro utile per chi si interessa delle vicende dei partiti e dei movimenti politici del nostro Paese: L’ultimo partito, di Luciano Fasano e Paolo Natale, edito da Giappichelli. L’ultimo partito è il Partito democratico, il solo grande partito sopravvissuto attraverso continue trasformazioni e ridenominazioni alla doppia crisi che i partiti italiani hanno conosciuto nell’ultimo quarto di secolo: quella dei primi anni Novanta, a seguito di Tangentopoli, e quella più recente, che ha condotto alla straordinaria affermazione del Movimento 5 Stelle. È il partito che ha raccolto l’eredità politica del Partito comunista e della sinistra democristiana e ha mantenuto forme organizzative e modelli di democrazia interna che assomigliano a quelli dei partiti di una volta. Sconvolgimenti di questa intensità e durata – il primo soprattutto – non ci sono stati negli altri grandi Paesi dell’Europa occidentale e solo di recente il loro sistema politico e i loro modelli di democrazia stanno risentendo dell’ondata populista e anti-europea conseguente alle difficoltà economiche e all’intensità dell’immigrazione.

Luigi Pedrazzi (1927-2017)
, June 28, 2017

Chi vuole bene a un uomo di quasi novant’anni sa, ovviamente, che non manca molto al momento in cui quest’uomo dovrà andarsene. Però poi, quando accade, capita di trovarsi impreparati comunque. Succede così con Luigi Pedrazzi, per noi semplicemente Gigi, che è impossibile da raccontare. Figurarsi in poche righe.

Due cose almeno, però, vanno dette. Una, per noi che lavoriamo nella rivista che Pedrazzi fondò con altri giovani studenti bolognesi nel 1951, è fin troppo ovvia. Gigi è stato sempre il Mulino. Naturalmente lo è stato quando immaginò a Bologna una piccola rivista – dopo il liceo classico Galvani erano gli anni dell’università, lui e i suoi sodali avevano ventitré, ventiquattro anni. Ragazzi che, come lui stesso ha ricordato, «tra i quindici e i diciotto anni erano stati abbastanza grandi per osservare molto e cercare di capire; ma, tra il 1943 e il 1945, furono in pratica abbastanza piccoli per essere lasciati tranquilli sul bordo della storia più dolorosa e difficile» (salvo Ezio Raimondi, di qualche anno più anziano). Dunque fu «un’amicizia all’origine della storia del Mulino». Se quella storia è proseguita sino ad oggi molto, molto di più di quanto comunemente non sia detto, lo si deve a Pedrazzi. Lui, quando glielo si ricordava, si schermiva; ma, piacione com’era, in realtà non gli era sgradito avere l’occasione di raccontare del tempo in cui la prima proprietà del Mulino, nella persona dell’avvocato Barbieri, l’editore del Carlino, troncò i rapporti (e dunque i finanziamenti) all’intrapresa dei giovani galvanisti; e fu solo grazie a una cospicua eredità arrivata a Gigi, il quale se ne disfò interamente a favore del Mulino, che quella storia poté proseguire.

Erano anni di grande maturazione culturale per quei giovani e per l’intero Paese, che poco alla volta dopo il disastro si ritrovava. Anni di una straordinaria vivacità intellettuale, di cui Pedrazzi fu animatore, certo con tanti altri, ma con una forza sua propria che lo rendeva unico e, davvero, insostituibile in quel progetto culturale. Un progetto che molto presto divenne poi compiutamente editoriale: alla rivista nata nel ’51 fece seguito poco dopo, nel ’54, la società editrice.

Dopo quello tipicamente mulinesco, il secondo carattere di Gigi lo si può racchiudere in una parola: dialogo. Nella sua capacità inesauribile, perché sincera e fortemente motivata, di aprirsi a un confronto non sempre facile ma sempre franco con chi stava su posizioni diverse, a volte opposte. Un confronto reale, e dunque proficuo, perché derivante da una sua straordinaria apertura mentale che gli veniva da quella curiosità che non lo ha mai abbandonato.

Così, ci pare, si possono leggere tutte le più importanti tappe del suo vivacissimo percorso intellettuale e umano.

Oltre al Mulino, il dialogo aperto e mai concluso all’interno della sua Chiesa cattolica, dove al rispetto per la cornice istituzionale si mescolava l’entusiasmo per le spinte riformatrici presenti nella Chiesa di quegli anni. Lo studio del Concilio Vaticano II non lo abbandonerà mai e lo porterà, ottantenne pressoché digiuno di ogni forma di comunicazione elettronica, a realizzare una rete di contatti grazie alla quale condurrà analisi degli anni conciliari e preconciliari, poi concretizzatesi in una serie di volumi usciti al Mulino dal 2010: «Vaticano II in rete». Studi anch’essi, come la gran parte del suo percorso, dominati dalla figura ingombrante di Giuseppe Dossetti, da lui incontrato nel 1956, molto amato e studiato e che sempre lo affiancherà nelle sue riflessioni.

La politica degli sgambetti
, June 26, 2017

Una analisi di quanto sta avvenendo nella politica italiana induce l’impressione di stare assistendo a uno scontro chiuso fra fazioni in lotta che tutto hanno in mente tranne la risoluzione dei problemi del Paese. La dialettica politica, ammesso che si possa usare questo termine per quanto sta avvenendo, ha come obiettivo di determinare un quadro in cui non sia possibile formare convergenze con la forza di affrontare la crisi politica in corso e di conseguenza provare a trarre profitto della ripresa che sembra affacciarsi a livello europeo. Di qui una tattica quotidiana di sgambetti reciproci, in Parlamento e nel teatrino mediatico.

L’obiettivo che unisce la maggior parte delle forze è disarticolare il Pd sotto la leadership di Renzi. Su come farlo divergono ovviamente i vari attori in campo, che però sono uniti dalla convinzione secondo cui riuscire in quell’impresa significa aprire una fase in cui quasi tutti i soggetti in campo, inclusi quelli minori, potranno avere opportunità di guadagnare per sé feudi più o meno grandi.

Un tema sfruttato elettoralmente, ma decisivo per il futuro dell'Italia
Ius soli, al più presto
, June 16, 2017

Sono trascorsi circa 20 mesi da quando la Camera dei deputati trasmise al Senato il disegno di legge per modificare la legge n. 91 del 5 febbraio 1992 in materia di cittadinanza. L’approvazione alla Camera sembrò un passo avanti significativo verso la concessione della cittadinanza ai figli nati in Italia da cittadini stranieri, «chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno [diritto di soggiorno permanente per i comunitari, carta di soggiorno di lungo residente per i non comunitari]». In realtà da allora – era il 15 ottobre 2015 – quel testo è fermo in Senato.

Se sono trascorsi quasi due anni dall’approvazione del disegno di legge alla Camera, ne sono trascorsi venticinque da quando, nel 1992, venne approvata la legge tuttora in vigore, che concede la cittadinanza al compimento della maggiore età. Da allora fino al 2004 sono stati circa 120.000 gli stranieri residenti divenuti italiani, circa 10.000 all’anno, inclusi quanti hanno ottenuto la cittadinanza per matrimonio. Come ricorda Neodemos, «a partire dal biennio 2005-2006 il numero di nuovi cittadini è nettamente cresciuto, assestandosi su una media di 40-50.000 all’anno per l’effetto dell’aumento dell’anzianità migratoria e dell’informatizzazione delle procedure». Da quel momento le concessioni della cittadinanza per durata della residenza hanno superato quelle per matrimonio. Qualche anno dopo, sono poi cresciute via via le concessioni di cittadinanza ai figli di stranieri residenti in Italia che chiedono di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno di età. Nel 2014 la cifra era salita a circa 130.000 nuovi italiani, compresi i nuovi cittadini di origine comunitaria.

La concezione della cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia rimane una questione irrisolta, dunque. Come detto, già la legge del 1992 riconosceva il cosiddetto ius soli, ma solo al compimento della maggiore età. Appelli e petizioni a poco sono serviti, se è vero che il percorso parlamentare della nuova legge continua a incontrare ostacoli.