Rivista il mulino

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Dopo decenni di oblio la montagna è sempre più presente nella comunicazione di massa. Non se ne parla più solo a proposito delle gare di sci, dei disastri naturali o degli incidenti alpinistici. Non è un mutamento improvviso. Dietro la riscoperta della montagna c’è l’onda lunga di un più generale cambiamento culturale che – dalle domeniche senza auto degli anni Settanta ai Fridays for Future, dai primi movimenti ambientalisti all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco – ci ha obbligato a ripensare i nostri rapporti con la natura e quindi anche con quella natura facilmente accessibile che nel pensare comune è la montagna.

Questa identificazione non tiene conto del fatto che le nostre montagne sono una conquista umana, una costruzione millenaria che si è realizzata e si regge non solo lottando contro le forze naturali che nel tempo geologico sollevano e poi distruggono i rilievi, ma anche accettando di sottomettersi al loro dominio. Molti dei paesaggi montani che ci paiono naturali sono il risultato di questo adattamento che nei secoli ha subito avanzate e regressi. L’ultimo regresso è quello che nel secolo scorso ha visto l’abbandono di vaste estensioni di coltivi, di pascoli e di boschi assieme a case e interi borghi rurali. Accanto a una montagna in crescita demografica ed economica – quella dei fondi vallivi e dei distretti turistici – si è così formata una montagna rurale semideserta (tra i 5 e i 15 ab/km² contro una media italiana di 200), che occupa un quinto del territorio nazionale.

Una nuova vita in montagna può essere un’alternativa soddisfacente se sostenuta da politiche adeguate

Spopolamento e abbandono fanno apparire questa montagna come uno spazio semivuoto, disposto ad accogliere chi è attratto dai suoi valori (ambientali, paesaggistici, insediativi, socio-culturali) e intende viverli sia nelle forme temporanee della fruizione ricreativa, sia in quelle dell’insediamento residenziale e produttivo. Così, oltre ai nuovi turismi esperienziali, si assiste al fenomeno dei «nuovi montanari». Sono singole persone o gruppi familiari, per lo più di provenienza urbana, attratti dalla prospettiva di una vita più naturale, meno consumistica, più solidale, preferibile a quella delle grandi periferie urbane. Non mancano poi i migranti stranieri per scelta, «economici», o per forza, rifugiati (Per scelta o per forza. L’immigrazione straniera nelle Alpi e negli Appennini, a cura di A. Membretti, P.P. Viazzo e I. Kofler, Aracne, 2017). Non meno importanti sono i montanari «nuovi»: giovani nativi/e che invece di emigrare si impegnano nell’uso innovativo di risorse locali trascurate.

I nuovi residenti per ora sono pochi e le loro storie non sono tutte di successo, perché, in assenza di politiche facilitanti, la carenza di infrastrutture e di servizi è un grave ostacolo al ripopolamento. Tuttavia essi testimoniano che una nuova vita in montagna può essere un’alternativa soddisfacente a quella metropolitana, specialmente nei casi in cui viene praticata secondo modelli mutualistici, come quello delle cooperative di comunità, dove chi partecipa è al tempo stesso produttore e fruitore dei beni e dei servizi prodotti. Queste nuove organizzazioni comunitarie, specie se sostenute da politiche adeguate, riescono a unire i vantaggi degli ambienti montani a quelli della vita urbana. Diventano laboratori in cui la montagna vuole farsi «città» senza perdere la sua diversità, ma associandola a quanto oggi più manca nelle metropoli: cultura del limite, senso civico comunitario, solidarietà, democrazia partecipativa.

La crescente «domanda di montagna» ha suggerito ad Aldo Bonomi l’idea di una «nuova centralità». Questa espressione ha dato il nome a un convegno organizzato nel novembre dell’anno scorso a Camaldoli dalla Società dei territorialisti e delle territorialiste di Firenze, in collaborazione con numerosi altri enti e associazioni. Da esso è uscito il Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna, promotore di una montagna diversa e in parte alternativa a quella metropolitana. È una centralità «nuova» sia perché già affermatasi in epoche passate (si pensi ad esempio a quei centri di cultura, di innovazioni e di potere che furono i monasteri nel medioevo), sia perché portatrice di una nuova modernità, capace di mettere in discussione la vecchia modernità metropolitana in crisi.

Questo riscatto dei margini apre la strada a relazioni più equilibrate tra la montagna e le grandi aree urbano-metropolitane, basate sul riconoscimento reciproco e su rapporti paritari. Come illustrano gli articoli di Federica Corrado e di Filippo Barbera in questo numero della rivista, si delinea così la formazione di sistemi territoriali metromontani strutturati attorno a due polarità, diverse nei loro contenuti, ma complementari e interdipendenti nei loro valori: l’una concentrata nelle aree centrali urbano-metropolitane, l’altra distribuita nella rete insediativa policentrica della montagna. Esse disegnano due gradienti: quello dei valori economico-funzionali, decrescente dalla città verso la montagna, e quello di altri valori ambientali e socio-culturali, con andamento inverso. Una riduzione della pendenza, oggi assai marcata, di entrambi i gradienti è il presupposto di un’alleanza tra grande città e montagna come quella che si propone la Strategia macroregionale alpina europea, ma che può valere in tutti i casi in cui i territori montani sono prossimi a grandi agglomerati urbani.

Altitudine e clima hanno contribuito alla frequentazione ricreativa della montagna, che l’ha trasformata non poco

La rinascita della montagna spopolata fa parte del progetto di ricupero di un’Italia dimenticata, non solo montana, portato avanti dalla Strategia nazionale per le aree interne (Snai). In termini più generali si muovono nella stessa prospettiva D. Cersosimo e C. Donzelli nel loro Manifesto per riabitare l’Italia (Donzelli, 2020). Gran parte della montagna rientra in questi spazi dell’abbandono, ma con caratteri, risorse e problemi suoi propri. Alla base di tali specificità c’è il fatto, apparentemente banale, dell’altitudine (di regola sopra i 600 metri). Questa dimensione verticale, essendo strettamente legata al clima e quindi alla vita vegetale, è stata un fattore decisivo della loro storia (W. Bätzing, Le Alpi. Una regione unica al centro dell’Europa, Bollati Boringhieri, 2005).

I diversi piani altitudinali hanno permesso l’utilizzo stagionale delle varie risorse pastorali, agricole e forestali con la transumanza e la monticazione. A queste pratiche plurisecolari dobbiamo le principali caratteristiche dei paesaggi montani e le specificità riscontrabili nelle tradizioni locali, nelle forme di organizzazione comunitaria e in quelle giuridico-istituzionali del passato, ancora ricche di insegnamenti per i nostri giorni. Nel secolo scorso, poi, altitudine e clima sono stati all’origine della frequentazione ricreativa e salutistica della montagna, che, specialmente con l’affermarsi degli sport invernali, ha contribuito non poco – nel bene e nel male – alla trasformazione di molte sue parti.

Il recupero della montagna spopolata richiede una manutenzione continua e un presidio umano stabile

A queste specificità esclusive se ne aggiungono altre, di vario grado: la dotazione particolarmente ricca di risorse naturali come quelle minerarie, idriche, energetiche e forestali, la biodiversità naturale testimoniata dalla frequenza di parchi e aree protette, la persistenza del manto nevoso favorevole agli sport invernali, la produzione di servizi ecosistemici, la grande varietà culturale locale, anche linguistica. Non mancano però i caratteri negativi, come gli ostacoli morfologici e climatici alla circolazione, le valanghe, le frane, gli incendi e i minori rendimenti agricoli. La storia delle nostre montagne è quella delle interazioni co-evolutive di lunga durata tra le società locali e i loro ambienti naturali (A. Salsa, I paesaggi delle Alpi, Donzelli, 2019). È un processo che continua tuttora con la risposta alle minacce derivanti dagli effetti congiunti del cambiamento climatico e della pandemia Covid-19.

Questa risposta sarà tanto più efficace quanto più saremo consapevoli dello stato attuale e delle tendenze evolutive delle nostre montagne e sapremo accettare queste sfide per instaurare nuovi rapporti con gli ambienti montani. A questo riguardo dispiace constatare che, mentre disponiamo di una buona conoscenza a livello specialistico, la consapevolezza di massa – e per riflesso quella dei decisori politici – è invece carente. Credo che la stragrande maggioranza dei nostri concittadini si stupirebbe leggendo il Rapporto montagne Italia 2017 dell’omonima fondazione (Rubbettino, 2018), tanto l’immagine collettiva ancora dominante è lontana dai dati e dalle cartografie che esso presenta. Ad esempio il pensare comune ignora l’esistenza e l’importanza delle molte piccole e medie città montane, mentre prevale ancora l’immagine di una montagna arretrata, incapace di innovare, assieme alla falsa idea che il suo futuro dipenda solo dal turismo e che per il resto essa debba ritornare alla «natura». Il recupero della montagna dipende molto da un’opinione pubblica avvertita, affrancata da questi pregiudizi, necessaria per sostenere politiche efficaci.

Anzitutto occorre rendersi conto che la «rinaturazione» degli spazi montani spopolati può essere solo parziale e va comunque gestita, come già si fa nei parchi naturali, e che l’idea di un riequilibrio naturale spontaneo non ha alcun fondamento. I rilievi alpini e appenninici sono geologicamente giovani, quindi in uno stato di perenne squilibrio, oggi accentuato dal cambiamento climatico, per cui lasciar fare alla natura significa aumentare le frane e le alluvioni disastrose che minacciano l’avampaese. Le montagne vanno pensate come un manufatto che richiede una manutenzione continua e quindi un presidio umano stabile, anche per assicurare – a vantaggio delle terre basse – importanti servizi ecosistemici, come la regolazione delle acque, la loro qualità e la fruibilità ricreativa dei suoi ambienti. Là dove questo presidio è venuto a mancare, un ragionevole ripopolamento può contribuire a ridurre le pressioni agglomerative nei centri pedemontani e fare della montagna interna il laboratorio di nuovi stili di vita, con ricadute positive sull’intera società.

Si può imparare dall’organizzazione socio-politica del passato, per riscoprire e preservare valori perduti

L’alternativa di un abbandono della montagna interna minaccerebbe la sopravvivenza del suo patrimonio ambientale e culturale, oltre a privarci di produzioni importanti, che possono contribuire alla crescita del reddito nazionale e dell’occupazione. Purtroppo prevale invece il pregiudizio secondo cui la rilevanza economica delle terre alte si riduce principalmente al turismo invernale di massa, al settore immobiliare delle seconde case, allo sfruttamento di risorse idriche ed energetiche a basso costo, a essere il palcoscenico di grandi eventi che ben poco hanno a che fare con la sua natura e la sua cultura.

Per quanto riguarda il turismo bisogna tener conto delle grandi trasformazioni in atto nel modo di concepirlo e di praticarlo. La crisi delle grandi stazioni sciistiche e l’affermarsi di un turismo «dolce», esperienziale, consapevole e sostenibile stanno facendo del turismo montano un’attività multi-stagionale, integrata con altre di servizio e produttive, adatte ai contesti locali. Va infatti ricordato che, oltre che dal turismo, l’economia montana è da tempo caratterizzata da una base agropastorale diffusa, dalle filiere di trasformazione dei suoi prodotti, dalla multifunzionalità delle imprese e dalla compresenza di più attività come l’artigianato e l’industria manifatturiera, la gestione locale delle risorse idriche ed energetiche, il recupero del patrimonio edilizio tradizionale, la formazione e la ricerca applicate ai suoi contesti lavorativi e ambientali. Purtroppo lo spopolamento, con la conseguente perdita di risorse umane dotate di professionalità ed esperienza, ha reso la montagna italiana molto meno produttiva di quanto potrebbe essere. Oggi il patrimonio delle tecniche tradizionali, la cui impronta è ben visibile nel paesaggio, suggerisce pratiche dette retro-innovative in materie come l’edilizia e gli assetti urbanistici, l’uso e la regolazione delle acque, la sistemazione dei terreni, le colture agrarie, le produzioni tipiche e in genere tutto ciò che può continuare in termini moderni e sostenibili il tradizionale rapporto interattivo delle attività umane con le specificità ambientali.

Come già accennato, si può anche imparare molto dalle forme di organizzazione sociale, politica e giuridico-istituzionale del passato. Esse ci trasmettono valori da riscoprire e preservare come la solidarietà, la subordinazione del profitto individuale all’interesse collettivo, la salvaguardia e la riproduzione innovativa dei beni patrimoniali, l’inalienabilità dei beni comuni e la gestione comunitaria dei beni collettivi.

La montagna è oggi vista sempre più come un territorio ricco di proprie valenze e potenzialità

Come ci ricorda Filippo Barbera nell’articolo pubblicato in questo stesso numero del «Mulino», basterebbe un modesto innalzamento del livello del mare per trasformare la penisola italiana in un’unica grande montagna. Quindi non deve stupire se il dibattito sul che fare di questa ingombrante realtà sia stato assai vivace a partire dalla fine dell’Ottocento, opponendo chi vedeva nella montagna uno spazio abitabile e chi invece soprattutto una riserva di legname, di acqua e di energia idroelettrica. Esso ha coinvolto tecnici ed economisti famosi come Arrigo Serpieri, Angelo Omodeo e Manlio Rossi-Doria, oltre che politici di primo piano come Francesco Saverio Nitti, Luigi Sturzo, Filippo Turati, Giuseppe Medici e Palmiro Togliatti (O. Gaspari, Bonifica integrale e agricoltura di montagna, in «Le fonti archivistiche dell’agricoltura italiana per la ricerca storico-geografica tra Otto e Novecento», a cura dell’Accademia nazionale delle scienze, Università degli Studi di Roma Tor Vergata, 2019).

Una svolta decisiva si ebbe con l’approvazione dell’art. 44 della Costituzione che nel secondo capoverso recita: «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane». Trascurando il primo comma che parla, in termini generali, di razionale sfruttamento del suolo e di bonifica delle terre, questo dettato costituzionale venne interpretato dalle successive leggi sulla montagna in termini puramente assistenziali, come se i «provvedimenti a favore» dovessero servire a tenere in vita un malato cronico incurabile. Così, quando negli anni del «miracolo economico» ci fu un esodo di massa dalle montagne, mancarono del tutto politiche rivolte a portare in esse quella modernità produttiva e insediativa che i loro abitanti erano costretti a cercare altrove. Ovviamente, essendo la montagna sovrappopolata, non si trattava di trattenerli tutti, ma almeno quel tanto che avrebbe assicurato una continuità produttiva nelle aree oggi desertificate ed avrebbe evitato la rarefazione delle relazioni sociali.

Negli ultimi decenni la crisi del modello di sviluppo che aveva portato al collasso demografico della montagna si è accompagnata a un graduale mutamento di visione delle politiche europee e italiane di coesione e sviluppo territoriale. Alla visione in negativo della montagna come territorio svantaggiato si è venuta affiancando quella di un territorio «diverso», con proprie valenze economiche, ambientali, energetiche e culturali. Su questi presupposti già nei primi anni Settanta erano state istituite le Comunità montane, aggregati comunali con funzioni di programmazione dello sviluppo locale e, più di recente, la già ricordata Snai, che interessa gran parte delle aree montane.

Nel documento Metodi e obiettivi per un uso efficace dei Fondi comunitari 2014-2020, presentato il 27 dicembre 2012 dall’allora ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca (già consulente per le politiche europee place based), le aree interne venivano definite come «quella parte del territorio nazionale – circa tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione – distante dai centri di agglomerazione e di servizio e con traiettorie di sviluppo instabili, ma al tempo stesso dotata di risorse che mancano alle aree centrali, “rugosa”, con problemi demografici ma al tempo stesso fortemente policentrica e con elevato potenziale di attrazione». È una definizione che traghetta la vecchia visione della montagna come spazio rurale strutturalmente svantaggiato (in particolare perché lontano dai servizi qualificati) verso quella di una realtà territoriale capace di uno sviluppo endogeno, se opportunamente sostenuta da investimenti pubblici iniziali. Negli ultimi anni in Italia, oltre alla Snai, sono state positive alcune leggi, come quelle sulla green economy (2015), quella sui piccoli comuni (2017), la legge forestale (2018) e l’agenda digitale (2020), anch’esse, come il documento del 2012, non specifiche per la montagna, ma rispondenti a esigenze vitali che essa condivide con altri territori. Per contro si sono avuti interventi improvvisi come la soppressione delle Comunità montane, sostituite con Unioni montane mal definite e poco operative per mancanza di mezzi. Ma la cosa più grave è che con la riforma del titolo V della Costituzione è venuta meno una politica nazionale per la montagna capace di indirizzare e di coordinare quelle in ordine sparso delle Regioni e di mettere in rete le molte valide iniziative locali. Inoltre manca un quadro giuridico-istituzionale che riconosca quelle forme di autonomia e di autogoverno che nel corso della storia hanno permesso alle aree montane di auto-organizzarsi in relazione alle loro particolari condizioni di vita, di produzione, di cultura.

In conclusione, il ricupero della montagna non risponde solo a esigenze di giustizia socio-territoriale. Esso riguarda l’intera organizzazione del territorio nazionale e richiede una visione progettuale condivisa da una maggioranza di elettori convinta dell’interesse generale di una montagna vivibile, abitata e produttiva. Ciò non significa che occorra un piano predisposto e gestito dal governo centrale. Suo compito è certamente quello di disporre, sulla linea del Green Deal europeo, interventi, anche finanziari, commisurati ai vantaggi che possono derivare all’intero Paese. Ma il come e il dove intervenire dev’essere il risultato di una governance a più livelli che sappia promuovere e mettere a frutto le conoscenze, le progettualità e le capacità attuative presenti a livello locale. Come dice il sottotitolo del bel libro di Luigi Casanova Avere cura della montagna (Altraeconomia, 2020), «l’Italia si salva dalla cima».