Rivista il mulino

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A Roma gli autobus non passano e vanno a fuoco, la nuova metropolitana avanza lentissima, la città è sporca come non mai e piena di gabbiani voraci, le buche non sono più tali ma voragini pericolose, grandi e piccole aziende si trasferiscono a Milano, i giovani non trovano lavoro, la crisi degli alloggi è aggravata da migliaia di case occupate e da migliaia di case vuote, le migrazioni procedono senza politiche adeguate dell’accoglienza, le nuove povertà avanzano e si aggravano molto dopo la pandemia: quando si parla di Roma è una lunga, interminabile, lista di cose che non vanno e bisognerebbe aggiustare.

La lista ha un suo corrispettivo nelle soluzioni invocate: bisogna mettere manager più capaci, ci vogliono politici onesti, bisogna investire sulla mobilità sostenibile, sono necessari investimenti nell’economia circolare, fino all’immancabile grido ventennale: servono più soldi dallo Stato e soprattutto la panacea di una «nuova legge su Roma Capitale» (che ricorda la riforma costituzionale: invocata come pietra filosofale per l’incapacità di mettere in atto cambiamenti possibili, che sono lunghi, faticosi e non si risolvono mai con una legge).

Non mancano i problemi e apparentemente non mancano le soluzioni. Ma allora che cosa manca? Manca la politica a Roma, da troppo tempo. Infatti, se per oltre dieci anni ormai su ogni tema e per ogni problema si è sbagliata la soluzione, le possibilità sono due: o la Capitale ha avuto una sfortuna straordinaria oppure è mancata una lettura politica delle questioni che attraversano Roma e di conseguenza è mancata la capacità di proporre delle soluzioni vere, di identificare priorità e azioni in grado di coagulare il consenso necessario.

Le liste di cose che non vanno, infatti, sono sempre lo specchio di un’analisi debole che cerca la supplenza della tecnica per la soluzione di problemi politici, ossia problemi di distribuzione di risorse, di individuazione di priorità, di costruzione di consenso sulla base di interessi e di valori, non solo di slogan a effetto. Gli interessi e i valori che riescono ad affermarsi sono poi sempre in grado di trovare le competenze tecniche necessarie.

Roma è invece oggi stretta da una morsa soffocante. Da un lato il resto del Paese, che sembra avere perso le speranze nei confronti della propria capitale, incapace di svolgere il suo ruolo di città-guida, così che la sua debolezza è ormai una questione nazionale, addirittura clamorosa dal punto di vista economico.

Dall’altro lato una politica asfittica, chiusa e immobile, che proprio a Roma e nelle vicende degli ultimi dieci anni ha visto l’epicentro di una crisi di sistema irrisolta. Abbiamo assistito a passaggi drammatici e spettacolari cambiamenti politici senza che nessuno di questi sia mai stato in grado di aprire una nuova stagione. Si è passati da un sindaco di destra all’esperimento grillino (da considerarsi chiaramente fallito) attraverso il caso unico in Italia di sindaco dimissionato dalla sua stessa maggioranza. Anziché stimolare idee e progetti, questi eventi hanno prodotto un immobilismo che è tracimato nel dibattito pubblico, non più concentrato sui temi, ma sui pettegolezzi e le piccole schermaglie politiche.

Roma è oggi stretta da una morsa soffocante. La sua debolezza è ormai una clamorosa questione nazionale

Così oggi Roma è persa nella litania dei problemi a tutti noti e delle soluzioni che rimangono immaginarie.

I problemi di Roma sono in realtà l’effetto di due questioni profonde che si sono aggravate in maniera lenta ma inesorabile alimentandosi a vicenda: una questione economica e una questione sociale. Le analisi su di esse esistono ma sono state tenute ai margini della discussione per diversi motivi. Ne sottolineo uno: si tende a deresponsabilizzare il livello cittadino per le questioni economiche e sociali – la disoccupazione sarà al massimo responsabilità del governo (o delle banche), alla sindaca si chiede di far passare gli autobus e costruire le metropolitane. Questa è una fallacia grave perché ignora il fatto che le città e le politiche locali negli ultimi vent’anni hanno assunto una importanza crescente proprio per i destini economici e sociali dei propri abitanti.

I problemi sono l’effetto di due questioni che si alimentano a vicenda: una questione economica e una questione sociale

È in fondo intuitivo: nel dopoguerra il governo centrale disponeva di grandi investimenti con i quali poteva cambiare i connotati socioeconomici dei territori. Una volta che la spesa pubblica ha raggiunto un livello pari circa alla metà del prodotto interno lordo, questa possibilità è terminata. Di conseguenza, nel mondo globalizzato e interconnesso, le scelte locali sono diventate molto più importanti di prima per generare crescita con incentivi, regolazione e programmazione di lungo periodo, più che con spesa pubblica. Il vecchio slogan che metteva assieme le parole «globale» e «locale» sarebbe stato molto più longevo di quanto pensavano i suoi ideatori che appartenevano a un’epoca in cui nessuno dei due luoghi era invece importante quanto ora.

Roma nel dopoguerra è cresciuta su un modello molto chiaro basato su tre assi: una manifattura minoritaria ma robusta, alimentata dall’industria di Stato ma non solo; il settore pubblico e quello culturale che alimentavano una piccola borghesia molto ambiziosa di crescita; l’edilizia necessaria all’espansione della città, che generava sia grandi capitali sia lavoro per chi ne aveva bisogno. Al netto degli inciampi e delle storture che ogni modello genera, questo meccanismo ha funzionato fino alla fine del secolo scorso, per poi terminare. Ognuno dei tre assi portanti (industria, settore pubblico, costruzioni) si è progressivamente indebolito, fino a che il modello ha cessato di generare crescita sistematica.

La debolezza economica ha avuto una conseguenza non solo sulla città ma su tutte le regioni circostanti e anche sulla media del Paese. Roma, caso unico in Europa, negli ultimi dieci anni è cresciuta molto meno della media nazionale: negli anni di crisi Roma è decresciuta più della media nazionale.

Per il Paese, dunque, Roma non è stata un traino, come ci si aspetterebbe da una capitale, ma un peso. Per questa ragione oggi la ripresa dell’Italia e l’uscita non solo dalla crisi del Covid-19 ma dai vent’anni di stagnazione passano per la rinascita della sua capitale. Paradossalmente siamo davanti a una grande questione nazionale che però può trovare soluzione solo localmente: nessun papa straniero potrà mai funzionare, ma solo una politica capace di mobilitare le energie, tante, di cui la capitale dispone.

Non è una cosa facile perché, come già accennato, la debolezza economica ha acuito i problemi sociali esistenti e colpito gravemente gli strati più fragili della città: la questione sociale ha ormai una sua dimensione, grave e indipendente da quella economica. Gli strati fragili sono significativamente cresciuti per effetto delle crisi e delle migrazioni. Dall’inizio del secolo gli stranieri residenti sono più che raddoppiati mentre diminuivano le risorse a disposizione dei servizi sociali, diminuivano i servizi a disposizione (ad esempio: i chilometri di autobus) e appunto crollava il dinamismo economico che è sempre il veicolo migliore per garantire, attraverso il lavoro, l’inclusione sociale.

Infine, ma non indifferentemente ai fini di comprensione politica, Roma ha vissuto in pieno e forse come nessun territorio in Italia la crisi economica e occupazionale della classe media, che ha colpito i giovani con selettività generazionale, a cominciare dalla fine del secolo scorso. Ma i giovani dell’inizio degli anni Duemila sono gli adulti di oggi, con famiglia e figli. In particolare, chi è entrato nel mondo del lavoro attorno alla crisi economica del 2008 e del 2011 ha subìto delle conseguenze analoghe a quelle di una guerra: il deserto delle opportunità tra i 20 e i 35 anni si paga in termini di reddito per molti anni a venire. In altre parole, nel tempo le diseguaglianze generazionali causano un impoverimento sociale complessivo.

La struttura economica della Roma di oggi, fondata largamente sul terziario e con una grande presenza di piccole aziende sottocapitalizzate, ha ulteriormente acuito la crisi della classe media che ha visto le aspirazioni di decine di migliaia di suoi figli frustrate e indebolite. Quella piccola borghesia ambiziosa, che era stata la spina dorsale della Roma che cresceva, vive oggi una crisi soggettiva profonda che le impedisce di svolgere quel ruolo di traino degli strati più deboli che le era stato proprio fino agli anni Novanta del secolo scorso. Gli strati più deboli, a loro volta, soffrono in maniera crescente di politiche sociali costruite su modelli del passato, con risorse insufficienti, e nessuna politica contro le disuguaglianze, ossia che si ponga come obiettivo la loro diminuzione.

Infatti, il riassunto più efficace degli effetti dell’incrocio tra questione economica e questione sociale si trova nel libro Le mappe della disuguaglianza (di K. Lelo, S. Monni e F. Tomassi, Donzelli, 2019). In quelle pagine ricche di dati e informazioni, che dovrebbero costituire un vero libretto rosso per chi pensa e sviluppa politiche per la città, si trova un dato quasi sconvolgente. Suddividendo la città per municipi, che sono mediamente grandi come una robusta città di provincia, gli autori hanno calcolato per ognuno di essi l’indice di sviluppo umano, nota misura introdotta dalle Nazioni Unite per valutare i Paesi non solo in base al reddito, ma anche in base allo stato di salute e al livello di istruzione delle persone. Bene, a Roma le differenze esistenti tra quartieri come i Parioli o il centro storico, in cui l’indice è più alto, e i quartieri dal più basso indice – in particolare il quadrante Est o il litorale – sono analoghe alle differenze tra Paesi benestanti e Paesi in via di sviluppo.

Siamo dunque davanti a una frammentazione estrema e a disuguaglianze di scala globale, conseguenze sia di un’economia troppo debole e fragile sia dell’assenza di una strategia locale di inclusione degna di questo nome, capace di prendere in considerazione tutte le diverse dimensioni: reddito, opportunità, socialità, cultura, salute, istruzione. È dunque evidente che la questione romana è composta da una questione economica e una questione sociale che si aggravano a vicenda.

Queste allora sono le due dimensioni chiave su cui fondare una alleanza sociale che possa portare Roma fuori da questi anni: la necessità di rimettere Roma su binari di crescita economica e quella di colmare la questione sociale, con ciò dando speranza e cittadinanza a partire dai più giovani, consapevoli che i loro destini sono anche quelli dei loro genitori e poi dei loro figli.

Un’alleanza per la crescita e l’inclusione (con l’innovazione) per portare Roma fuori da questi anni

Quest’alleanza per la crescita e l’inclusione promuove gli interessi di chi a Roma vuole creare progetti, economia, impresa; di chi vuole perseguire sogni di crescita individuale e per la propria organizzazione; di chi a Roma vuole costruire una vita e una famiglia in libertà, potendo ottenere a costi ragionevoli quanto necessario per vivere senza essere oppresso dal bisogno.

Trenta o quarant’anni fa quest’alleanza si componeva di gruppi molto definiti e omogenei: i lavoratori dipendenti e sindacalizzati (con la necessità di mediare tra industria e settore pubblico perché non sempre portatori degli stessi interessi); gli studenti e le classi medie creative e intellettuali; i settori più esposti e dinamici dell’imprenditoria. Oggi gli interessi e le identità di gruppo si sono esaurite, o molto affievolite, e anche per questo è più difficile concepire e attuare programmi politici di cambiamento e di progresso. È necessario dunque perseguire linguaggi e contenuti coerenti per raccogliere interessi e valori rivolgendosi alle identità individuali e offrendo politiche abbastanza flessibili e che non si adagino su pigre ripetizioni del passato, ma guardino alla realtà di oggi. Per esempio, a seconda del contesto, una politica dell’inclusione che garantisse migliore accesso agli asili potrebbe essere più importante per una professionista con partita Iva che per un piccolo impiegato. Oppure una politica che offra maggiore occasione di crescita economica potrebbe essere più rilevante per un giovane di seconda generazione che non per la classe media dei Parioli.

In altre parole, politiche per la crescita e l’inclusione efficaci non possono essere fatte con gli schemi di una società che non esiste più. Quello che è importante, dunque, è l’identificazione non tanto di gruppi statici, quanto degli assi portanti dell’alleanza sociale. Questo consentirà anche di costruire e sostenere nuove comunità e nuove identità a partire da quelle che esistono già nel tessuto cittadino.

Una simile alleanza per la crescita e l’inclusione si può basare su tre assi. Primo: elaborare piani di trasformazione di lungo periodo capaci di dare certezze al settore privato e di mobilitare le competenze e i capitali di cui è ricca la città. Secondo: far tornare alla primaria responsabilità del pubblico la gestione delle questioni sociali, avendo innanzitutto come obiettivo la diffusione e messa a sistema delle molte esperienze positive sviluppate a Roma negli ultimi anni in modo spontaneo, rimaste invece frammentate e non valorizzate, e offrendo nuovi strumenti di emancipazione. Terzo: immettere nella gestione della città e nell’ideazione di piani e nuove infrastrutture fisiche e sociali tassi elevati di innovazione, importando modelli già sperimentati altrove ma ancora assenti dalla gestione di Roma. È necessario uscire dagli schemi del passato per rispondere ai bisogni reali di oggi e non alla loro immaginazione, spesso ricordo sbiadito di esperienze del passato.

L’obiezione che sento arrivare da un lettore di queste parole è che i romani vogliono vedere passare gli autobus e guidare su strade ben manutenute: che cosa c’entra la crisi economica e sociale? C’entra moltissimo, perché avendo come bussola la crescita economica, l’inclusione sociale e la fiducia per l’innovazione, è possibile anche affrontare il problema dei servizi pubblici, anzi, è l’unico modo per sperare di risolverlo.

Negli ultimi dieci anni i servizi pubblici di Roma (trasporti, rifiuti, manutenzione) sono chiaramente peggiorati e sono ormai ben al di sotto delle aspettative dei cittadini e di quel che necessita a una città che vuole crescere e includere. Questo peggioramento è avvenuto con sindaci diversissimi tra loro, rendendo dunque chiaro che non è dipeso dalla buona volontà o dalla competenza, ma dal modello: qualunque sindaco è destinato a fallire con questo modello. Ma come cambiare?

Nel cambiare modello le società dei servizi pubblici romani devono perseguire contemporaneamente quattro obiettivi: 1) devono essere caratterizzate da posti di lavoro di grande qualità e magari con salari-efficienza più alti della media; 2) devono essere fortemente capitalizzate con un controllo di mercato sul loro operato; 3) devono essere capaci di approfittare dell’enorme mercato a disposizione per acquistare e promuovere innovazione; 4) devono essere società dove il controllo proprietario rimane del pubblico per poter offrire sussidi dove necessario.

Chi ritiene che questi punti corrispondano a un libro dei sogni deve sapere che in Italia l’Enel è la società che più si avvicina a questo modello e che è possibile raggiungerli solo contemporaneamente. Io penso che la dimensione e la necessaria prospettiva di lungo periodo (nella gestione del personale, nella finanza e negli investimenti) che queste aziende devono avere renda particolarmente adatto un sistema di governance alla tedesca che veda rappresentanti di banche, sindacati e soggetti locali rilevanti nei consigli di sorveglianza, mentre un management indipendente lavora alla gestione. In altre parole, ciò che serve è un’analisi del contesto e la volontà di cambiare, di inaugurare nuovi modi di governance che sono consolidati e noti in tante parti del mondo, ma a Roma ancora non hanno fatto breccia.

Le politiche per la crescita devono cambiare il modello per i servizi pubblici e inaugurare nuove trasformazioni urbane

Le nuove società sotto un controllo centralizzato dovrebbero curare con l’innovazione non solo l’ordinario svolgimento dei servizi ma anche le piccole e diffuse opere di manutenzione urbana su una scala corrispondente alle necessità di una città che non ha più senso (se mai l’ha avuto) considerare segmentata tra centro e periferia, ma che è ormai multicentrica e come tale va governata.

Accanto alla gestione di piccola scala la trasformazione di cui Roma ha bisogno deve nutrirsi anche di piani grandi e ambiziosi: al fine dell’inclusione sociale serve che una rinnovata crescita generi tanti e buoni posti di lavoro. Piani pluriennali di trasformazione urbana, ad esempio, sono stati decisivi nella trasformazione di Milano degli ultimi vent’anni e non si vede assolutamente perché debbano rimanere confinati al Nord dato che la legislazione è la stessa. Esistono strumenti operativi diversi che dipendono dal quartiere e dall’obiettivo – un quartiere che ospiti uno stadio nuovo è una cosa diversa da un quartiere dedicato all’innovazione tecnologica o da un altro concentrato sulle arti e la musica – ma a Roma deve esserci spazio per tutte queste trasformazioni di scala che devono cominciare contemporaneamente e procedere per i prossimi anni, senza arrestarsi mai. Una città della dimensione e ambizione di Roma deve sempre evolversi, mentre sono anni ormai che Roma è completamente ferma.

Gli strumenti urbanistici devono accompagnarsi a meccanismi di finanziamento che possono essere considerati innovativi per Roma, ma sono assolutamente consolidati: partnership pubblico-private, finanza di progetto, concessioni. Le competenze e le forze di Roma sono tali che è sufficiente togliere dai privati il famigerato «rischio regolatorio», ossia il rischio che un qualche politico o burocrate ci ripensi o che la decisione ci metta anni ad arrivare. Offrendo certezze gli investimenti privati arriveranno. Questi strumenti vanno adoperati avendo anche qui come bussole i temi di crescita, inclusione e innovazione, per cui le vocazioni della città vanno spinte e accompagnate, non certo inventate.

Il focus scientifico e tecnologico più intuitivo su cui puntare è quello delle energie sostenibili per la trasformazione verde

A Milano si è scelto di costruire un quartiere dell’innovazione sui temi delle scienze della vita dove si è svolto Expo 2015 perché lì era già presente un grande ecosistema su quei temi in grado di far sì che nuove trasformazioni portassero valore aggiunto: il contrario delle famigerate cattedrali del deserto. A Roma esiste già un grande e ambizioso piano per fare del quartiere Flaminio un vero Parco della Musica e delle Arti attorno alle realtà dell’Auditorium e del Maxxi, con la possibilità di recuperare all’utilizzo il Palazzetto dello Sport, al momento abbandonato.

Un altro esempio: per ridare centralità alle ambizioni di progresso della città credo sia il momento giusto per promuovere un parco dell’innovazione nel quartiere Ostiense e nei suoi terreni abbandonati da decenni che faccia leva su quanto di innovativo sta già nascendo attorno all’Università di Roma Tre. Il focus scientifico e tecnologico più intuitivo su cui puntare, per costruire una vera leadership europea, è quello delle energie sostenibili e delle tecnologie di contrasto e adattamento alla crisi climatica. Questo perché la concentrazione di conoscenza che c’è a Roma su energia, con Eni e Enel e con dipartimenti di Ingegneria, Fisica e Chimica di primissimo piano, fornirebbe un ecosistema ideale.

Inoltre, questo darebbe una grande spinta alla transizione verde di cui Roma ha un disperato bisogno. Sarebbe un evidente doppio vantaggio perché le grandi città, con la loro complessità, sono il luogo ideale per le sperimentazioni di tecnologie innovative dell’economia verde. In altre parole: la vocazione e l’ecosistema esistono, esistono le competenze ed esiste la necessità di una riconversione verde che deve avvenire mantenendo alta, anzi aumentando, la qualità della vita delle persone. La rivoluzione verde avverrà solo con la crescita, mentre la decrescita, come è ormai evidente, inquina.

Quelli sopra riportati sono brevi esempi di trasformazioni che darebbero slancio a settori economici nuovi, che possono caratterizzare e dare identità contemporanea a Roma. Esempi utili, mi pare, a illustrare un’idea: a Roma esiste una questione economica ed esiste una questione sociale, che assieme stanno avviluppando la città in disuguaglianze esasperate, nella marginalità diffusa, e alimentando frustrazioni e sofferenze.

Le due questioni chiave possono affrontarsi solo assieme, e nel farlo diventa possibile identificare soluzioni a una lista lunghissima di problemi minuziosi e puntuali che invece disarmano il più volenteroso degli osservatori, se presi in maniera isolata. Crescita economica significava prima, e significa oggi ancora di più, identificare i settori sui quali è possibile puntare per cogliere opportunità che esistono e dunque far sviluppare economie nuove che ancora non esistono. Ieri questo sarebbe stato doveroso, ma oggi è una questione di vita o di morte dato che la crisi del turismo legata al Covid-19 ha decimato l’ultimo settore-rifugio a cui molti si erano affidati per superare le difficoltà di un’economia asfittica.

Dal mio punto di vista esistono degli ovvi candidati oltre ai settori artistico-culturale ed energetico già citati: il cinema e la movie-industry internazionale, la finanza verde di impatto e orientata agli investimenti in Africa, il settore dell’aero-spazio. Lo sviluppo scientifico e tecnologico deve essere in cima all’agenda perché è la politica a favore della scienza a essere, oggi, la principale portatrice di crescita e futuro.

Il contrasto alle diseguaglianze ha bisogno di uno spettro di politiche più ampio dell’attuale

Naturalmente anche il turismo va ripensato e riorganizzato considerando Roma al centro di un territorio più vasto, promuovendo intelligenti regolazioni per mettere le aziende digitali a servizio della città e non viceversa, per dotare Roma di infrastrutture convegnistiche e alberghiere che permettano un turismo meno concentrato. Ma certamente, senza una nuova diversificazione economica che investa su nuovi specialismi e consenta anche la ripresa del settore delle costruzioni, una parte rilevante della città non si riprenderà più dalla crisi economica causata dal Covid-19.

È infatti una crisi economica quella in cui stiamo entrando, che insiste su un tessuto sociale a Roma profondamente colpito da un decennio di crisi e abbandono. Le disuguaglianze inoltre hanno una caratteristica nuova: sono disuguaglianze multiformi, diverse dal passato. Anche qui è utile muoversi con esempi. Proviamo a considerare due famiglie della stessa classe media impoverita dalle crisi recenti. Una famiglia vive in un grande palazzo in una periferia della città senza alcun negozio, a tre chilometri di macchina dalla prima libreria. L’altra, stesso reddito e stesse difficoltà lavorative, vive in un quartiere semicentrale in una casa di famiglia o semplicemente in una casa leggermente più piccola. Come spiegano bene le già citate «mappe della disuguaglianza», tra queste due famiglie si è aperta negli anni una faglia, anche se i loro redditi si sono mossi in modo simile, perché la forma della città crea disuguaglianze di opportunità, di beni relazionali, di capitale sociale, che sono motori di infelicità e frustrazione anche più del semplice bisogno materiale. Quest’ultimo dunque può a sua volta diventare, in questo contesto, un nemico invincibile, una trappola da cui non si può uscire.

Allora il contrasto a queste disuguaglianze mostra uno spettro di politiche da mettere in campo ben superiore alle tradizionali «politiche sociali» che venivano interpretate come rimedi residuali per i casi più gravi. Le scelte urbanistiche, le regolazioni commerciali, le politiche culturali, le politiche per l’istruzione devono essere guidate dall’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e promuovere l’inclusione. In maniera simmetrica a quanto affermato prima: ricordando l’importanza simultanea della crescita economica, dunque favorendo la diffusione e professionalizzazione di pratiche che si dimostrino efficaci.

Solo un percorso collettivo con regole trasparenti può portare a fattore comune le informazioni, le idee e le energie

Qualunque abitante di Roma infatti sa bene quanta supplenza le associazioni, a cominciare da quelle cattoliche ma con una grande presenza di ogni orientamento culturale, hanno fatto in questi anni sui più diversi temi di inclusione. Qualsiasi politica sensata deve allora puntare a rendere sistematico e a diffondere in tutta Roma le esperienze modello – penso, per fare un solo esempio, alla scuola Di Donato nel quartiere Esquilino – che, a partire dalla realtà dei problemi, hanno messo in campo soluzioni creative e portatrici di inclusione.

Tanti danni si fanno quando si inventano soluzioni su preconcetti, su un’idea astratta e non concreta e reale dei problemi. Più in generale, sappiamo ormai bene che i dati e le informazioni sono la vera ricchezza di questo nostro tempo, proprio perché servono a compiere azioni – finora soprattutto commerciali – sotto la luce della conoscenza. Eppure recentemente Roma è stata una città governata al buio. In passato, pur in una società più chiusa, con meno libertà e largamente organizzata su schemi patriarcali, esistevano corpi intermedi rappresentativi molto vitali, con al vertice partiti politici in grado di compiere sintesi che portavano ad azioni efficaci perché le informazioni passavano di là.

La rappresentanza non era semplice azione di lobbying ma meccanismo informativo con cui la politica e il governo erano in grado poi di prendere decisioni solide. Quei partiti e quei corpi intermedi non esistono più, dunque, prima ancora di sollevare polemiche contro i partiti attuali, è importante prendere atto di un mutamento storico.

Non esistendo più le famose «cinghie di trasmissione» da dieci anni almeno è stato un governare privo persino di dati elementari. Ma nessun principio di onestà o buona intuizione può sostituirsi alla conoscenza della città che appartiene a chi la studia e a chi, vivendola, elabora ogni giorno idee e soluzioni.

Penso soprattutto ai centri di ricerca e ai dipartimenti universitari che producono una quantità di materiale enorme sulla città largamente ignorato dalla politica. Ma in primis mi riferisco alle persone e alle centinaia di associazioni, imprese, esperienze civiche che sono un patrimonio di conoscenza, idee e potenziali soluzioni che è completamente inutilizzato. Un patrimonio frammentato, isolato, per cui ogni buona e ottima esperienza rimane là dove è avvenuta, invece di generare, come dovrebbe, lezioni per tutti.

Per questa ragione non un bravo sindaco o sindaca ma solo un percorso collettivo dotato delle piattaforme tecnologiche più avanzate per veicolare le competenze e le conoscenze che esistono nella città può mirare a unire gli interessi che ho tratteggiato con i valori più profondi di Roma.

Solo un percorso collettivo con regole di ingaggio trasparenti può portare a fattore comune le informazioni, le idee e le energie necessarie a una inversione della spirale in cui si trova la città, sulla base della promozione di interessi e valori chiari. Un percorso in grado non solo di ideare una campagna che duri il tempo di un’elezione, come quelle che abbiamo visto di recente, ma di accompagnare una lunga stagione di rinascita sugli interessi e i valori patrimonio forse non di tutti, ma certamente della maggioranza dei cittadini.

I valori dell’apertura, dell’accoglienza, della solidarietà sono noti ai cittadini della capitale, che sanno in quale maniera sempre collettiva e piena di risorse ha reagito la città alle prove che la Storia le ha affidato. E forse sono proprio i suoi valori, e non l’incommensurabile bellezza, la vera ragione dell’amore per la propria città che ogni romana e romano porta con sé in qualunque parte del mondo si trovi.