Rivista il mulino

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■L’anno scorso, ad agosto, mettendo in ordine scaffali non miei, ho notato un volumetto dei Peanuts. In copertina, Linus nella sua classica posa infantile con il pollice fra le labbra; all’interno, disegni pieni di dolcezza e molti aforismi. Il titolo del libro era «Sicurezza è un panno morbido e un dito in bocca».

La parola sicurezza mi ha attirato a sé: erano i giorni di Salvini al Papeete e il termine aveva un significato apparentemente scolpito nella pietra, in realtà molto sfuggente. Ho sfogliato il libro. Ogni pagina conteneva una possibile definizione di sicurezza:

«Sicurezza è avere i calzini intonati»

«Sicurezza è tornare a casa dopo le vacanze»

«Sicurezza è avere qualcuno che ti dà retta»

«Sicurezza è avere una casa tutta per sé»

«Sicurezza è sapere che non sei solo».

Mi sono sembrate frasi molto belle, erano tante, qui ne cito solo alcune. Delicate, sagge e umoristiche. Danno un significato profondo ma comprensibile alla sicurezza, un principio fondamentale per l’essere umano. La sicurezza fisica innanzitutto, famigliare, affettiva, lavorativa, economica. Le certezze quotidiane, come la casa, gli amici, la cura del territorio in cui si abita. Le certezze (più spesso incertezze) esistenziali. Le possibilità, per esempio quella di costruirsi un futuro.

Sicurezza è anche un termine facile da manipolare, come tutti i concetti che hanno una radice sentimentale. Nel 2019 si è verificata l’accelerazione di una tendenza che esisteva da un po’ di tempo, cioè il diffondersi della paura intesa come desiderio di chiudere i propri confini, di difendere il territorio. È possibile spaventare tante persone, anche senza che esistano minacce concrete, affascinandole poi con promesse di protezione assoluta: l’uomo forte, i muri da costruire, i porti da chiudere. Alcuni hanno notato come questa tendenza sia soprattutto un segnale che cela contraddizioni più profonde: molti hanno da tempo smarrito la sensazione di avere il futuro nelle proprie mani, a fronte di un dibattito pubblico svuotato di significato. Il risultato è una diffidenza multiforme e generalizzata, che tende a sfociare nella rabbia. La rabbia, protratta nel tempo, diventa rancore.

■All’inizio del 2020 ci siamo trovati catapultati in una situazione nuova, che presto ha assunto i tratti sommari dell’emergenza pura, della fisicità. La minaccia riguarda il nostro corpo, non è una favolosa invenzione. Abbiamo imparato, per quanto possibile, il linguaggio del virus, dei contagi, delle curve e dei grafici, ci siamo impegnati a cogliere i contorni di un terreno scientifico inesplorato, non alla nostra portata. Ci siamo protetti. La paura è stata per molte settimane condivisa, ed è apparsa razionale, diremmo quasi costruttiva: un sentimento primordiale di autopreservazione che ci ha permesso di accettare limitazioni straordinarie alla nostra libertà, dandoci l’impressione, anche, di una comunità che rinasce paradossalmente all’interno dell’isolamento. Abbiamo avuto i canti sul balcone, l’arcobaleno con scritto «andrà tutto bene». Abbiamo coltivato comportamenti virtuosi. Sicurezza è lavarsi le mani per un certo numero di secondi, indossare la mascherina e i guanti, evitare le folle, ubbidire alle disposizioni (avvertendo però, sin da subito, alcune ambiguità). Sicurezza è fare tutto questo per sé e per gli altri.

La casa è diventata il nostro rifugio, ma anche – molto in fretta – una prigione. Il paesaggio domestico, gli oggetti che perdono di significato se li osservi troppo a lungo. I riti di pulizia, gli esperimenti in cucina, le eventuali relazioni di convivenza messe alla prova. Il timore di allontanarsi dalla realtà, di evaporare asceticamente insieme al disinfettante. Masha Gessen sul «New Yorker» ha parlato di come la pandemia ricordi le condizioni di vita in uno Stato totalitario, richiamando Hannah Arendt. Con questo non si intende che siamo in uno Stato totalitario, si intende che dentro l’isolamento rischiamo di sviluppare un senso di estraniazione, e l’estraniazione sta alla base del terrore. Senza esagerare, di certo pochi di noi sono arrivati alla Fase 2 nelle stesse condizioni psicologiche in cui si trovavano prima che tutto accadesse.

Del resto è stato, ed è tutt’ora, e forse sarà ancora a lungo, un passaggio storico assai monotematico. Non si parla d’altro o quasi, e se si parla d’altro non si dimentica mai l’argomento principale, siamo circondati dall’argomento e dalle sue diramazioni. Ci sembra di avere molte cose da dire, e al contempo di non avere niente da raccontare; le telefonate con le persone care e lontane si sono fatte via via difficili, ha pesato la nostra incapacità di sentirci interessanti, il timore di «non avere più una vita».

Due sono le categorie di disturbati mentali che sono uscite dal confinamento: gli ossessivi e i negligenti. Ciascuno di noi tende all’uno o all’altro. Gli ossessivi continueranno a lungo a essere posseduti dalla necessità di proteggersi, adottando la versione esasperata di qualsiasi misura di sicurezza, e non faranno sconti a sé stessi e agli altri; i negligenti sono invece tormentati dal desiderio di vivere il presente nella sua interezza pre-virus, come in preda a una marcata impulsività da disturbo borderline. Per loro la minaccia non esiste più, si spingono a dire che forse non è mai esistita. Manca un punto di equilibrio fra le due posizioni, qualcosa che possiamo condividere: la paura razionale e costruttiva è esplosa in una forma polarizzata di caos. Su tutto aleggia la diffidenza, e a tratti si sono già manifestate forme di rancore. Siamo tornati a una versione del nostro solito purgatorio, insomma. (Mentre scrivo provo la sensazione di un cerchio che si chiude, o di un gioco di specchi. L’estate del 2019 e quella del 2020 separate da una parete di plexiglas. Ma per capire servirà più tempo.)

■Oltre all’autopreservazione, alla sicurezza intesa in senso primario, esistono forme più complicate e sfaccettate di sicurezza, che tuttavia rappresentano snodi politici fondamentali. Prima del virus e al tempo del virus. L’autostima, per esempio. Una parola troppo usata, fastidiosa, in fondo giudicante, che appare inevitabile nella nostra epoca di vite esibite e inquiete sui social, nella nostra quotidianità umanamente difettosa. Potremmo sostituirla con amor proprio, forse. Se usassimo amor proprio riusciremmo a comunicare meglio l’idea di un bisogno universale, spirituale?

L’autostima al tempo del virus non ha significato soltanto cercare di tenersi in forma, non passare la giornata in pigiama mentre si viveva tappati in casa, sistemarsi i capelli prima di una videochiamata (i capelli, nel periodo di chiusura dei barbieri e dei parrucchieri, hanno mostrato tutti i loro significati). Certo, ci sono state anche queste cose; c’è stata a lungo la tristezza di non specchiarci negli occhi veri – cioè non telefonici – degli estranei, camminando per una strada qualsiasi. C’è anche altro.

L’anno scorso ho letto un libro di William Davis intitolato Stati nervosi: come l’emotività ha conquistato il mondo (Einaudi). Il libro affronta a un certo punto il tema dell’autostima. Davis pone questo concetto al di sopra della prosperità, del benessere economico, il benessere inteso come quell’entità misurabile (o in apparenza misurabile) che guida una buona parte delle decisioni di una società e di un Paese. Suggerisce che coloro che soffrono di scarsa autostima sono anche i più sensibili alle retoriche di stampo nazionalista. Non so se sia un’idea giusta, ma se lo fosse il motivo potrebbe essere questo: la retorica nazionalista fornisce un pacchetto completo, fatto di identità e appartenenza. Fornisce giustificazioni e motivazioni, dà forza, insomma.

Oggi, dentro la pandemia, siamo portati a pensare che il discorso sia più complesso, o diverso. Al cospetto di una minaccia alla nostra salute, ci è sembrato di avere le idee più chiare su cosa sia il bene comune. Per esempio: siamo sicuri che la nostra società dia il giusto riconoscimento alle categorie che in questo momento contribuiscono di più al bene comune? Riconoscimento significa autostima.

Qualche settimana fa, sul «New York Times», Michael Sandel ha scritto:

Molti dei lavoratori essenziali durante questa crisi svolgono mansioni che non richiedono una laurea; si tratta di camionisti, magazzinieri, addetti alle consegne, agenti di polizia, vigili del fuoco, addetti alla manutenzione dei servizi pubblici, addetti ai servizi igienici, cassieri di supermercati, magazzinieri, assistenti infermieri, inservienti ospedalieri e fornitori di assistenza domiciliare. Non possono permettersi di lavorare nella sicurezza delle loro case e di fare riunioni su Zoom. Insieme ai medici e agli infermieri che si prendono cura dei malati negli ospedali sovraffollati, mettono a rischio la loro salute, in modo che noi possiamo tenerci lontani dalle occasioni di contagio. Oltre a ringraziarli per il loro servizio, dovremmo riconfigurare l’economia e la società per accordare a questi lavoratori il compenso e il riconoscimento che riflette il vero valore del loro contributo; nell’emergenza, ma anche nella normale vita quotidiana.

I pensieri economici più interessanti che leggo ultimamente sono quelli che individuano, oltre che nella disuguaglianza, anche nell’insicurezza – fisica ed emotiva – la radice dei problemi contemporanei. La disuguaglianza è un dato numerico, ne parliamo in termini di «cosa possiede l’1% della popolazione», studiamo grafici e indici. Per questo sembra attraente discuterne, perché i tecnici riescono a inserirla in una cornice analitica. L’insicurezza invece è vasta e qualitativa, difficilmente misurabile: è la precarietà, l’idea di non essere mai a posto, per esempio sereni, nella società in cui si vive. È ottenere scarsa approvazione rispetto a chi si è e a quello che si fa, è la mancanza di considerazione per il proprio lavoro. È lo Stato sociale fragile. La pandemia ha reso tutto molto visibile in senso quantitativo, ma anche – forse soprattutto – in senso qualitativo. Perciò è sembrata un’occasione di riflessione. Ora la riflessione sembra si sia un po’ arenata, e potrebbe essere abbandonata. Se all’inizio della pandemia era tutto un «forse ne usciremo migliorati» adesso è tutto un «sicuramente ne usciremo peggiorati». Nei fatti non sappiamo chi siamo. (Ma questo vale sempre, è una costante universale: l’identità che manca, il desiderio di averne una.)

La scarsa autostima, di sicuro, è sfuggente. Non è sempre visibile. Una persona con una vita all’apparenza abbastanza ordinata, non per forza prospera, ma neppure povera, può coltivare in segreto una scarsa autostima. Una persona di cui diremmo «non deve lamentarsi» può soffrire di scarsa autostima, se le manca, per esempio, la speranza. E questa è un’altra parola interessante e delicata, lo era l’estate scorsa, al punto che alcuni la proponevano come slogan alternativo alla politica del Papeete; lo è oggi in modo evidente e privo di ombre. In fondo tutti, in qualsiasi angolo del mondo, in questo momento speriamo che il vaccino si trovi in fretta. Nient’altro. Speriamo.

In economia al posto di speranza si parla di aspettative. Non sono la stessa cosa, ovviamente. Se non altro perché una delle due parole ha un suono tecnico, statistico, mentre l’altra è suggestiva. Le aspettative sono l’anima del mercato, della finanza. La valutazione finanziaria è costruita sulle aspettative e sul rischio, guarda al futuro e cerca di produrre delle previsioni. La speranza riguarda invece un sentimento intimo e individuale, che ha a che fare con noi stessi in rapporto alla vita e agli altri, e che estendiamo agli altri come forma d’amore, di cura, quando appunto ci preoccupiamo per la sorte di chi ci circonda.

La speranza può mancare se mancano le condizioni oggettive per nutrire aspettative di miglioramento. Per esempio un giovane che si affacci al mercato del lavoro post Coronavirus non lo farà con la leggerezza nel cuore. Ma la speranza, come suggeriva Václav Havel, è anche la certezza che qualcosa abbia senso, indipendentemente da come finirà. Perciò credo possa venire a mancare quando, pur in presenza di una soglia minima di aspettative di miglioramento realizzate in senso pratico, manchi nella comunità un riferimento di valori su che cosa costituisca una vita vissuta degnamente.

Se cresciamo in una comunità che per varie ragioni si trova a non avere una definizione chiara di cosa rappresenti una vita vissuta degnamente, tutti siamo esposti al rischio di scarsa autostima. Ciò non significa, ovviamente, che tutti saremo, nei fatti, colpiti dalla scarsa autostima; ci saranno delle eccezioni. Esistono persone che per natura non sono interessate a sapere dagli altri come vivere. Persone avventurose, o imprenditoriali; persone capaci di crearsi un mondo ovunque e comunque, di vivere senza schemi. Persone anarchiche, Nassim Taleb direbbe «persone antifragili», in grado di prosperare nel caos. Non sono tante, però. La maggioranza degli esseri umani apprezza qualche indicazione. Non è debolezza, è un modo di essere che prevale e che come tale va ascoltato. E la pandemia rappresenta un’occasione straordinaria per ripensare a cosa sia una vita vissuta degnamente. Di nuovo, però, il patrimonio di riflessioni che stiamo maturando potrebbe perdersi nel nulla: ci impegniamo o no a far sì che non si perda? E come? A tratti ci sembrano riflessioni troppo confuse, sogni a occhi aperti che non troveranno mai una forma concreta. Ci sentiamo naïf, e non siamo pronti ad accettare di esserlo al fine di provare strade nuove.

■A questo punto è facile iniziare a guardarsi indietro per dire che una volta, non si sa bene quando, si stava meglio perché esistevano valori indiscussi che dicevano alle persone cosa fare e come vivere, e nessuno si sentiva mai abbandonato, neppure quando le cose andavano male. Questa tentazione, guardarsi indietro, è un altro tratto non secondario del nostro tempo. Piace sia ai sentimentali sia a certi pragmatici (per i pragmatici significa pensare «almeno c’era un ordine, almeno tutti se ne stavano buoni al loro posto»). L’anno scorso esplodeva la nostalgia populista di epoche andate, indefinite, epoche più semplici, più comprensibili. Oggi lo spirito è un po’ diverso. Quasi nessuno, credo, evoca un mondo dai contorni indistinti. Si prova nostalgia della vita dell’altro ieri, i cui contorni sono precisissimi. La vita che avevamo a dicembre del 2019. Com’era bello lamentarsi delle feste comandate, a dicembre del 2019. Com’era bello litigare perché siamo fan del pandoro o del panettone.

La nostalgia è pericolosa, e al tempo stesso struggente. Struggente è un aggettivo pieno di mistero. È l’aggettivo delle ossessioni, e le ossessioni sono terribili ma anche attraenti, fanno succedere le cose. Prima del virus potevamo fare i superiori, se ci tenevamo. Potevamo scuotere la testa dicendo che il nostro Paese è involuto, che qualsiasi tipo di nostalgia è un segno di decadenza e possiamo solo aspettarci il peggio. Ora invece osserviamo le nostre inevitabili debolezze, non possiamo fare a meno di desiderare quello che avevamo prima, come dicevo, sopra ogni cosa. Se ci guardiamo dentro troviamo un nucleo che cerca dolcezza: per un attimo ci sentiamo Linus, con la coperta e il pollice in bocca. Un cedimento che si è manifestato mentre eravamo segregati in casa e che ha lasciato qualche traccia. Potrebbe darci una mano a specchiarci nei nostri anni con relativa efficacia, credo.

Un’idea che è maturata durante la pandemia è il fatto di sentirsi tutti sullo stesso piano. Sappiamo però che le cose non stanno così. La malattia ha colpito le persone in maniera diversa, e non solo per ragioni anagrafiche o di accesso a un sistema sanitario di qualità. C’è chi ha vissuto meglio e chi peggio, anche in questa situazione, per vari motivi che non serve elencare. Eppure, da certi punti di vista, siamo più sullo stesso piano oggi di quanto lo fossimo prima. Potremmo conversare meglio, se lo desiderassimo davvero. Il pensiero è il principio di ogni buona conversazione. Certo, però, è faticoso.