Rivista il mulino

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Questo numero speciale del «Mulino» viene chiuso in tipografia 15 settimane dopo il Decreto firmato dal presidente del Consiglio il 9 marzo 2020. Con quel Dpcm (un acronimo al quale ci siamo abituati presto) l’Italia, primo Paese dopo la Cina, veniva di fatto messa in un lungo regime di sospensione a causa di un virus delle cui origini e caratteristiche poco si sapeva. Nel corso dei lunghi mesi di lockdown, molte notizie di tipo scientifico e para-scientifico si sono rincorse, e in molti casi contraddette. Quotidianamente, la Protezione civile ci ha informati sul numero dei contagi, dei ricovi nei reparti di terapia intensiva, delle guarigioni e dei tanti decessi. I numeri che via via si accumulavano ci mostravano come l’epidemia – pandemia dall’11 marzo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – colpiva prevalentemente i soggetti più anziani e più fragili, molto spesso con patologie pregresse o particolari situazioni di esposizione al contagio. Ai nostri dati nazionali si sono da subito affiancati quelli degli altri Paesi, che poco alla volta hanno coinvolto una parte considerevole della popolazione mondiale. A oggi, in assenza di un vaccino sperimentato, che richiederà tempo, giungono notizie confortanti sul regresso della pandemia in diverse aree del pianeta. Tuttavia – senza evidenze scientifiche attendibili e posizioni concordi da parte dei diversi istituti di ricerca – è forte il timore che al ritorno delle basse temperature possa accompagnarsi un rafforzamento del virus e una nuova ondata di contagi.

Nel frattempo, nei Paesi dove la fine della clausura è stata accompagnata da una progressiva ripresa delle attività sociali ed economiche – seppure ancora sotto un regime di distanziamento e di attenzione ai comportamenti da tenere – si è iniziato a ragionare sui danni di vario tipo che le società e le economie hanno subìto e subiranno nei prossimi mesi. La «superclasse», come l’ha definita Michael Lind, non se l’è passata male. Ma, a parte i super ricchi, anche molti altri hanno potuto godere in molti casi di situazioni tutto sommato di privilegio – per quanto ogni caso faccia storia a sé – lavorando da casa e appoggiandosi ai servizi di chi, invece, ha continuato il proprio lavoro nelle forme tradizionali, spesso incrementando il ritmo e i rischi.

Trascorso un primo periodo in cui la preoccupazione della gran parte dei governi è stata quella di preservare la salute dei propri cittadini, si è imposta l’analisi delle conseguenze e la messa a punto di piani più o meno meditati per recuperare. Non tutti hanno patito allo stesso modo e per molti ritornare alla normalità sarà particolarmente difficile. Se in diversi settori non ci si è potuti fermare – da chi opera nell’ambito socio-sanitario alla pubblica sicurezza, dai ferrovieri e tranvieri a chi è impiegato nelle fabbriche e nelle aziende la cui attività non si è mai interrotta, sino agli agricoltori – in altri settori, anche fondamentali nella vita di un Paese (basti pensare alla scuola, che, nelle modalità «a distanza», ha visto incrementare i divari), si è imposto una sorta di irreale e pericoloso stand-by.

Così come la pandemia non ha colpito in maniera eguale le persone – giovani e anziani, sani e malati, lavoratori protetti dallo smart-working e lavoratori esposti al contagio – ha toccato in maniera diversa le strutture fondamentali della vita socio-economica delle nazioni. Se gli individui più fragili faticheranno più di altri a riprendersi, allo stesso modo i Paesi che non hanno saputo costruire adeguate forme di protezione agli accidenti della Storia e della Natura si troveranno in maggiore difficoltà.

In Italia ci siamo abituati da tempo ad assistere a un dibattito stanco e ripetitivo sulla necessità di riforme – quelle da mettere in atto «in tempo di pace» – per adeguare il nostro Paese agli standard attuali di una nazione moderna. Il sistema politico si è dimostrato largamente inadeguato a fronteggiare i cambiamenti, sclerotizzandosi in uno scontro frontale su alcune istanze che via via si sono trasformate in stereotipi, utili principalmente a catturare consenso. Al tempo stesso, anche le diverse politiche pubbliche e le misure di intervento ad esse connesse sono parse per lo più slegate da uno sguardo d’assieme, senza alcun tipo di prospettiva per affrontare i mutamenti derivati dal nuovo tempo. Ai momenti di maggiore difficoltà si è reagito appellandosi a figure retoriche come il coraggio degli italiani, la forza d’animo, la capacità di risollevarsi. Caratteri che certo la nostra storia ha mostrato in più occasioni, ma che non possono costituire i pilastri su cui ripartire per rilanciare l’Italia.

E adesso? Ecco, inevitabilmente, la domanda del dopo pandemia. Questo volume tocca alcuni dei temi principali che obbligatoriamente chi sarà chiamato a governare il Paese dovrà affrontare, sulla scorta di una considerazione di fondo. Così come appare fuorviante affermare ora che «nulla sarà più come prima», sarebbe altrettanto sbagliato credere che dalla crisi sociale ed economica che sta derivando dall’emergenza sanitaria si possa uscire restando sui binari che hanno guidato le scelte degli ultimi decenni. Il ritardo strutturale del nostro Paese è stato più volte analizzato su queste pagine, e non occorreva certo un evento così traumatico come occasione per ribadire la necessità di un cambiamento. Tuttavia, ora è obbligatorio farlo con ancora maggiore forza e chiarezza. Questo vale rispetto all’idea dominante della crescita che ha guidato l’azione di tanti governi mondiali – in gran parte fondata su una concezione estrattiva dell’antropocene. Così come per i singoli àmbiti di intervento, che dovranno essere profondamente ripensati in un’ottica di lungo periodo, rimodulando le misure al di là dell’emergenza, tenendo presente innanzitutto chi dovrà abitare e vivere il nostro Paese tra vent’anni.

Sotto questa chiave di lettura va inquadrata la gran parte dei pezzi che compongono questo numero. Molti degli àmbiti toccati, come si vedrà, riguardano lo sviluppo di un’idea moderna di Italia bloccata tra veti e contraddizioni. Si pensi, ad esempio, al conflitto riacutizzatosi nei mesi scorsi tra Stato e Regioni, proprio nei cinquant’anni dell’attivazione delle Regioni, con istanze di maggiore autonomia che appaiono svincolate da un contesto che richiederebbe viceversa un profondo ripensamento in chiave nazionale. Ma si pensi anche alle difficoltà in cui alcune politiche pubbliche si trovano oggi – la sanità, la scuola, la previdenza, ad esempio – senza uno sbocco organico che risponda, prima di ogni altra, alla logica costituzionale.

Riusciremo a ripensare la scuola e i nostri sistemi educativi – e a investire su di essi – tenendo sempre presenti le forti diseguaglianze sociali e territoriali che li segnano? Sapremo deideologizzare il nostro sistema previdenziale considerando i limiti delle risorse disponibili che rischiano di pesare in maniera irrimediabilmente decisiva sulle nuove generazioni? Sapremo ripensare un modello di sanità che ha finto di illudersi che la delega al privato potesse comportare un risparmio e al tempo stesso una maggiore efficienza per tutti?

Così come nel corso dell’emergenza sanitaria la politica si è trovata a dover scegliere valutando i benefici e i rischi che le diverse opzioni portavano con sé, allo stesso modo nel dopo pandemia si trova a dover valutare se e come intraprendere le nuove strade che si aprono davanti a noi. Inclusa quella che porta verso una crescita diversa, sempre più sostenibile e sempre meno diseguale, al fine di adottare un nuovo modello di sviluppo, nel più organico e al tempo stesso rapido dei modi possibili.

Proprio alle scelte da compiere occorrerà guardare con molta attenzione nei prossimi mesi, evitando ogni forma di strumentalizzazione derivante dal piccolo cabotaggio politico che, a poche settimane dal picco delle conseguenze sanitarie del Covid-19, nel nostro Paese è tornato a dominare la scena.

[Bruno Simili]