Rivista il mulino

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Io per lavoro vado a letto tardi. Non prima di mezzanotte, per forza di cose, per addormentarmi alla svelta prendo la melatonina: a me fa effetto. A tanti colleghi no, e allora di solito le serate alla scuola serale cominciano così, con quello che si lamenta perché: arrivo a casa a mezzanotte, e mi preparo la cena, e mi guardo un po’ di tv, e prima delle tre del mattino non dormo

E ogni anno c’è il collega appena arrivato che propone un referendum: cambiamo l’orario!

Una volta il referendum l’abbiamo pure fatto. Il solito orario di lezioni 19/23 ha vinto con schiacciante maggioranza.

C’è anche chi vorrebbe cominciare ancora più tardi: i negozi, i bar, niente a Roma chiude prima delle sette e mezza.

In autunno noi consoliamo sempre i colleghi appena arrivati, gli spieghiamo che strada fare quando chiude la tangenziale, gli ricordiamo di portarsi panini e acqua, il bar della scuola è chiuso la sera, attorno non c’è niente. Le serate con gli amici le faranno nel fine settimana. Al cinema, ci andranno un’altra volta.

E poi di nuovo gli spieghiamo che no, il serale non è la mattina, non puoi riempire di compiti a casa uno che a casa ci va solo per dormire, e magari gli sussurriamo che dare zero spaccato a una signora di sessant’anni che per lavoro si alza alle cinque del mattino non è stato proprio carino, anzi, è stata una crudeltà – e Martina?

«Non studia», mi dice il collega appena arrivato.

«Ha partorito un mese fa», gli rispondo.

«E che c’entra? La matematica quella è, non cambia nemmeno se partorisci sei gemelli…».

I primi mesi dell’anno al serale se ne vanno così, a fare questo tipo di conversazioni coi colleghi che non hanno capito dove sono finiti o non vogliono capirlo.

Voi la sera fate yoga.

Io la sera faccio questo.

Del serale non si parla. Eppure è uno dei pochi strumenti attivi contro la dispersione scolastica fatti non solo di parole

Del serale non si parla molto. Anzi, diciamola tutta, non se ne parla proprio mai: quando si discute di scuole superiori, nei dibattiti pubblici, si pensa sempre al tipo di scuola frequentata da chi li fa, quei dibattiti, il liceo, in genere il liceo classico. Tecnici e professionali, nulla.

Tecnici e professionali serali, lasciamo stare: l’unica volta che ne ho sentito parlare è stato durante il testa a testa Berlusconi-Santoro del 2013, quando i due si domandavano a vicenda «che, ha studiato alle serali?», come se fosse un modo spiritoso per chiedere «lei è forse deficiente?».

Eppure siamo uno dei pochi strumenti attivi contro la dispersione scolastica, uno dei pochissimi strumenti fatti non solo di parole ma di spazi, persone, gesti: un gesto, andare a riprendere parte di quei milioni di giovani o ormai non più giovani che non hanno un diploma e rimetterli a sedere in un banco.

Lo facciamo mentre gli altri dormono, o guardano la tv in pigiama, o vanno al cinema o escono con gli amici: lo facciamo mentre fuori è notte.

Un esercito di Cpia, i Centri per l’istruzione degli adulti, alcuni attivi già dalla mattina o dal pomeriggio: scuole medie, bienni e trienni delle superiori – destinati a migranti poco scolarizzati, a migranti molto scolarizzati ma con titoli che l’Italia non accetta, a ragazzini bocciati da tutte le scuole, a giovani e vecchi disoccupati, a casalinghe in cerca di un riscatto, a lavoratori insoddisfatti.

Qualcuno la mattina esce di casa con pranzo e cena in uno scaldavivande elettrico: la sera lo attacca alla presa e si diffondono odori di lasagne e paste al forno. Ma la maggior parte non mangia.

«Non posso dirvi che uscirete di qui diplomati: di certo uscirete magri», è l’unica certezza che posso dargli.

A volte ci arriva la musica zigana del campo rom che sta proprio dopo il pratone, significa che c’è un matrimonio, andranno avanti per chissà quanto; a volte arrivano odori di carne alla brace; a volte, dal ristopub che sta giù sul vialone, arriva l’eco di quel boato che stringe tutta Roma est: goooool!

Oppure un gemito di dolore, unico e sordo: il gemito che esala da ogni poro della città quando la Roma sta perdendo.

Al serale non uso il libro perché devo sempre tagliare tutto, tagliare all’osso, e alla fine faccio prima a farmelo da sola, il libro di testo, così evito anche di leggere cose come commenta il significato dell’anadiplosi al verso 4 e 5. Taglio sulla letteratura, metto più articoli di saggistica e attualità: meno figure retoriche, più soggetto-verbo-complemento.

Taglio tanto anche perché abbiamo meno ore, e le ore sono più corte, e gli studenti arrivano tardi perché lo sai prof la tangenziale / il raccordo / l’A24, e poi c’è la Champions, e i turni infrasettimanali, e Halloween, San Valentino, le allerte meteo, gli scioperi dell’Atac, e quante sere ci siamo ritrovate a scuola io e due ragazze, a guardarci, a dire: che facciamo?

Il club dei compiti dovrei chiamarlo «laboratorio sul metodo di studio»: studiamo insieme a scuola, visto che di giorno si lavora

«Chiacchieriamo un po’?». Ci provano sempre. «Facciamo il club dei compiti» rispondo.

Il club dei compiti dovrei chiamarlo laboratorio sul metodo di studio: studiamo insieme a scuola, visto che di giorno si lavora; oggi leggiamo insieme a voce alta e poi facciamo delle domande di comprensione; domani ognuna legge per conto suo e poi ripete a voce alta; dopodomani leggiamo, facciamo i riassuntini e poi studiamo i riassuntini, con profluvio di quegli evidenziatori gialli e rosa che amano tanto le ragazze.

Facciamo pausa, chiacchieriamo, una sigaretta: parliamo di come sono finite al serale, c’è chi ci arriva perché in classe lo prendevano in giro e andare a scuola era un inferno, chi si era stufato di studiare perché sognava solo uno stipendio e una macchina, chi era andato in depressione e chi: nun ce sò portata per la scola, proffe.

Federica, ad esempio, che ci mette due ore solo per leggere quattro pagine di storia. Quando deve fare le interrogazioni chiede il permesso al lavoro per studiare per otto ore, e poi quando mi ripete le cose è tutto un non so / non rispondo.

Il serale è pieno di ragazzi così, che dicono: non sono portato per la scuola; una mia collega dice: basterebbe certificarli, ossia dichiarare che hanno dei disturbi specifici dell’apprendimento, che «sono» dei bisogni educativi speciali, e io magari lo faccio pure, così almeno il collega appena arrivato dal liceo sta zitto, però, per noi, per lei cosa cambia?

Chi mi ha mai insegnato tecniche di memoria? Chi mi ha mai proposto un workshop sui metodi di studio? Chi – tra i tanti che mi hanno fatto fare corsi di aggiornamento per fare unità didattiche in pdf, in powerpoint, in adobe, con uova, senza uova o con il burro – chi mi ha mai insegnato a fare in modo che Federica non esca umiliata dall’impari confronto coi suoi compagni?

Gli unici a cui piace l’orario della nostra scuola sono i ragazzi dal colorito un po’ verde – che bella, una scuola che inizia quando è buio: qualcuno di loro non esce quando fuori c’è il sole da un paio di anni. A volte con loro mi tocca ritirare fuori i vecchi refrain della scuola diurna – ti sequestro il cellulare!, la partita la finisci dopo, adesso non è il momento!. Il gioco sul cellulare lo tolgono subito, ma gli occhi gli calano a mezz’asta.

I ragazzi dal colorito un po’ verde hanno sempre sonno. Eppure dormono. Le rare volte che organizziamo qualcosa la mattina, loro non vengono mai, non si alzano prima di mezzogiorno. «Ultimo accesso Whatsapp: 4.42», dice un compagno.

E tutti cominciano a protestare, che loro alle quattro e quarantadue tra un po’ si devono alzare per andare al lavoro, e lo sai cosa farei io se fossi la mamma / nonna / fidanzata (non so perché l’autorità vessatoria debba sempre assumere un’identità femminile).

I ragazzi dal colorito verdognolo sui giornali li chiamano Neet, quell’esercito di giovani che in Italia non studia né lavora: o, meglio, i nostri sono ex Neet, perché finché rimangono a scuola con noi qualcosa fanno – ma è sempre una forma condizionale, perché nessuno più di loro tende a sparire.

Che bella una scuola che inizia quando è buio: qualcuno di loro non esce quando fuori c’è il sole da un paio di anni

Un giorno ci sono. Il giorno dopo sul gruppo Whatsapp della classe arriva la notifica: X è uscito dal gruppo.

A volte, prima di arrivare da noi, hanno già migrato di serale in serale; a volte hanno mamme ansiose che li accompagnano a scuola o che chiamano per controllare se a scuola ci sono venuti, a volte addirittura le mamme si iscrivono con loro, signore divorziate con l’aria stanca, indistruttibili donnoni dell’Est, imprenditrici, badanti, donne che di solito in comune hanno solo un ex marito che nun gliene frega niente.

A volte i ragazzi che non dormono vogliono cambiare vita e si mettono a cercare lavoro – e trovano quello che possono trovare i ragazzi con la terza media che popolano la scuola che finisce tardi: scaricare cassette di frutta all’alba; fare le notti a un parcheggio a pagamento; lavare le scale; fare i mercati; lavorare in un bar senza contratto e senza orari.

E a volte questa storia finisce così: che il ragazzo che passava la notte sui videogames trova un lavoro, un lavoro brutto, un lavoro che si vergogna pure a dirlo, ma che intanto lo disintossica dai videogames, e studia e si prende un diploma, e, ok, non sarà la felicità, ma intanto è qualcosa. Però, più spesso, questa storia finisce che un giorno quel ragazzo non si vede più, e neanche quello dopo, e io invito gli studenti a scrivergli sul gruppo Whatsapp, gli mando vocali col loro telefonino – finché, dopo che gli abbiamo mandato una quantità di messaggi da rischiare una denuncia per stalking, arriva la notifica: è uscito dal gruppo.

A volte, a scuola rimane la madre che in origine si era iscritta per motivarlo. Dice: già che ci sono studio, magari mi apro un negozio, così do da lavorare anche a mi fijo.

Di solito quella mamma ha tutta l’aria di una donna che, fino a qualche anno fa, diceva: un calcio in culo e via!, quando sentiva parlare di ragazzi che non studiano o di dispersione scolastica – però, adesso che si tratta di suo figlio, lei quel calcio in culo proprio non riesce a darlo.

Un giorno ci sono. Il giorno dopo sul gruppo Whatsapp della classe arriva la notifica: «X è uscito dal gruppo»

Mi passa il cellulare, mi chiede: «Lo fai un ultimo tentativo, prof, lo chiami te, lo convinci?».

Dovrei dirle di no, dovrei spiegarle (così come spiego, tra parentesi, a voi) che il serale è come lo psicoanalista, non puoi mandarci qualcuno, è quel qualcuno che deve decidere di andarci, e che se un ragazzo non vuole studiare non ci puoi fare proprio niente, e non vuol dire che sia idiota, non vuol dire che finirà male, a volte vuol dire semplicemente che lo sta facendo apposta – dieci anni dopo, magari, come ho visto fare a centinaia di miei studenti, quando l’obbligo non ci sarà più, quando nessuno gli controllerà i compiti sul diario, quando la scuola si spoglierà di tutto ciò che la appesantisce e a volte l’ammazza, allora quel ragazzo tornerà a scuola e magari diventerà anche il primo della classe.

«Sì, però adesso chiamalo prof, per favore. E digli che se si diploma gli prendo la macchina».

(Breve parentesi: parte dei miei studenti sono già diplomati. Alcuni hanno pure la laurea. Quello che manca loro è un lavoro.

Non esistono dati. Non esistono studi. Ma che tanti dei ragazzi usciti dai licei non arrivino alla laurea è storia nota, e che alcuni di quei liceali magari diplomati con cento non trovino di meglio che fare cappuccini all’alba in un centro commerciale, questo ve lo posso raccontare io – i fortunati che qualcosa lo trovano, tra l’altro.

Così, c’è chi decide di riportare indietro l’orologio per ripartire da zero, da una scuola professionale, quella che, quando facevano orientamento alle medie, veniva consigliata solo ai compagni che non avevano voglia di studiare.

Non scelgono l’università perché mica sempre fa lavorare, quante storie di cugini laureati finiti in un fast food, o da nessuna parte.

E poi, l’università costa troppo. E, infine, «non esiste un’università che è aperta la sera, professoressa!».)

Però lo so che l’immaginario che tutti voi collegate all’espressione dispersione scolastica non è questo. Non i Neet, non le ragazze smemorate, non i ragazzini bullizzati o gli stranieri – quello che collegate all’idea di dispersione scolastica è Scampia, o Torbella, o tutti quei fondali che di solito vengono proiettati alle spalle delle storie di giovani criminalità raccontate in qualche fiction.

Sono quei gruppi di sedicenni già allo sbando, criminali o abbandonati o tossici, quelli che, quando la gente li vede in televisione, chiede: ma la scuola dov’è?.

E in tv riprendono a parlare di scuola come se l’unica scuola che esiste fosse il liceo classico

Che è una domanda che a me ha sempre fatto ridere, perché, a fianco della costante svalutazione della scuola e di chi ci lavora, esiste l’idea – spesso professata dalle stesse persone che hanno svalutato gli insegnanti fino a cinque minuti prima – che la scuola e i docenti possiedano dei superpoteri: avanti, voi, coi vostri milletrecento euro di stipendio e la vostra tesi di laurea in filologia dantesca, che aspettate a risolvere il problema della droga, e della depressione, e delle famiglie disfunzionali, e della disoccupazione giovanile?

Che di solito chi insegna al serale quei superpoteri li vorrebbe davvero, perché si trova in una terra di mezzo, una zona grigia che non è solo scuola ma anche assistenza sociale, un lavoro che fa senza formazione e senza mezzi: e poi a noi i ragazzi arrivano sempre quando è tardi, quando uno studente è troppo grande per non vergognarsi a chiedere dove va l’acca; quando la trasgressione non è più fumare in bagno una Marlboro ma magari ci sono cinque anni di tossicodipendenza alle spalle; quando per dieci anni hanno migrato di scuola in scuola portandosi dietro ogni volta l’idea di non farcela.

E quel forse è tardi è la muraglia contro cui ci andiamo a schiantare, noi, professori della notte, che di solito mischiamo un sano scetticismo a un narcisismo crocerossino, e che, di solito, quando vediamo arrivare un caso difficile, quello che neanche gli altri studenti vogliono, sotto sotto pensiamo: non c’è riuscito nessuno a tenerlo a scuola, ma io, io sì che ce la faccio.

Qualcuno chiede: ma dov’è la scuola? E allora viene voglia di urlare: dove siete voi, caso mai, dove siete tutti?

Ma coi casi difficili non ce la facciamo neanche noi, diciamola tutta. E ci teniamo le nostre storie tristi, gli studenti spariti e poi diventati casi di cronaca nera o cronaca locale, quei trafiletti veloci che si dedicano ai morti di overdose nelle periferie – e quando succedono queste cose, arriva la rabbia, e la prima volta che qualcuno chiede: ma dov’è la scuola?, viene voglia di urlare, urlare forte che spesso la scuola è l’unica che c’è, dove siete voi, caso mai, dove siete tutti?

Ma poi il dolore si cicatrizza, ci sono le lezioni, nuove mamme da rassicurare, nuovi studenti da coinvolgere, nuovi sbadigli da reprimere la sera tardi. E in tv riprendono a parlare di scuola come se l’unica scuola che esiste fosse il liceo classico – qualche ricordo di anziani intellettuali, la riforma Gentile, ormai non si studia più, maledetto Don Milani, la voce di Antonello Venditti che canta Notte prima degli esami in sottofondo.

E noi continuiamo a parlare di stanchezza e di melatonina che non fa effetto. Dai palazzi di fronte arrivano i lampi della tv; dal bar-pizzeria il solito boato del mercoledì – gooool – e tra i banchetti in formica qualcuno borbotta tra sé, ma che ce stamo a fare, qua?. Le dieci e un quarto di sera, gioca la Roma e noi ancora a leggere Leopardi.