Rivista il mulino

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■«Broken bicycles, old busted chains/ With busted handle bars out in the rain. / Somebody must have an orphanage for / All these things that nobody wants any more». Sto ascoltando una vecchia canzone di Tom Waits. Incisa nel 1982 come parte della colonna sonora di «One from the Heart», un film di Francis Ford Coppola che non ebbe grande successo. Non ricordo se ho visto il film. Senza preavviso, alla melodia si sovrappone l’immagine di alcune biciclette rotte. Mi sembra di vederle, ciascuna legata da una vecchia catena, ma fuori fuoco come sono le cose quando le guardiamo con l’occhio della mente. Stavolta, però, è diverso dal solito. Quelle biciclette sono appoggiate al parapetto di un ponte, e sono sicuro che si tratti di un luogo reale, qualcosa che ho visto. C’è un’espressione che usiamo nel parlare quotidiano: «seguire il filo della memoria». Proprio così, si comincia con un’asperità, un lieve, quasi impercettibile, inciampo lungo la linea su cui corre la cucitura: un filo che sporge. Si arrotola il capo intorno al dito indice e si tira. Un gesto che si compie senza badarci troppo, ma a volte il filo non viene via subito, è più lungo del previsto.

Dove ho visto quel ponte? Un po’ alla volta riesco a ricordare. In realtà non ho alcuna memoria del ponte, ma so di esserci stato perché ricordo una foto in bianco e nero in cui sono davanti a quel parapetto, e dietro ci sono le biciclette. Ero ad Amsterdam. Mentre sto pensando al ponte, e alla foto, la canzone arriva alla fine, ma non mi lascia del tutto. C’è come un’eco. Anzi, quella che ora ho in mente è la stessa canzone, ma la voce è femminile. Continuo a seguire il filo, che mi conduce a una copertina. Con questa informazione a disposizione non ci vuole molto per trovare quel che cerco: si tratta di Mathilde Santing, una cantante olandese che incise la canzone di Waits in un disco uscito nel 1987, che io ho acquistato appunto ad Amsterdam molti anni fa. Come faccio a saperlo? Fino a qualche minuto fa non ricordavo (e quindi, forse, non ero consapevole di conoscere, nel senso che non «avevo presente») il disco e neppure l’autrice. In questo momento non posso controllare se il disco sia insieme agli altri, perché da anni non ho più con me la mia collezione di lp. Non è pratico portare centinaia di dischi in vinile in giro da un posto all’altro, in Italia e all’estero. Li ho lasciati a Salerno, e oggi sono nella casa che ho ereditato da mio zio. Da tanto non li tocco, c’è sempre qualcosa di più urgente da fare le rare volte che ritorno nella città dove sono nato. Eppure, ora che l’ho scaricato in formato elettronico, e che lo sto ascoltando, ho perfettamente presente il disco di Mathilde Santing, la sua bellissima versione della canzone di Waits. Riascolto anche le altre, che sono tutte indiscutibilmente familiari. Ritornano le emozioni provate trenta anni fa. Secondo il filosofo Richard Wollheim queste esperienze di «connessione mentale» tra eventi (l’ascolto di oggi e quello di trent’anni fa della stessa canzone) sono parte di ciò che fa di ciascuno la persona che è, simile a tante altre da molti punti di vista, ma ciò nonostante unica. La nostra biografia è, in questo senso, legata dai fili della memoria. Ricordare ci riconduce sotto l’influenza del passato.

Anche se non rammento come siano andate le cose, posso immaginare un resoconto plausibile di come ho scoperto la versione di «Broken Bycicles» che ora sto ascoltando in Mp3. Probabilmente devo averla sentita per caso, in un appartamento dove sono stato invitato per cena da uno dei colleghi olandesi che frequentavano la summer school della Columbia University sul diritto statunitense cui ero iscritto, oppure in uno dei bar sui canali dove si stava seduti a godersi il sole di un luglio insolitamente caldo. Forse ho chiesto a qualcuno il titolo del disco, e chi fosse la cantante. Una volta raccolte queste informazioni sarò andato alla ricerca di un negozio, dove avrò ascoltato ancora qualche brano, e poi l’ho acquistato. Questo non vuol dire che le canzoni di Mathilde Santing abbiano poi fatto da colonna sonora alle mie giornate ad Amsterdam. Nella residenza per studenti in cui trascorrevo il tempo quando non seguivo le lezioni o andavo in giro per scoprire la città e i suoi dintorni, non c’era un impianto stereo a disposizione degli ospiti, almeno non che io ricordi, e quindi è verosimile che abbia davvero acquisito familiarità con il disco solo dopo qualche settimana, quando sono rientrato a casa. In effetti, prima del commercio on-line e dei droni che ti consegnano le cose in giornata, aspettare era una cosa normale. Potevi attendere giorni, o settimane (all’epoca la posta in Italia non era molto efficiente e comunque, anche se nel 1979 la Corte di Giustizia della Comunità europea aveva introdotto il principio di «mutuo riconoscimento» tra i prodotti di diversi Paesi appartenenti all’area del mercato comune, c’erano in ogni caso confini da attraversare). A volte mi chiedo se non ci fosse anche qualcosa di buono in quelle attese, nella sospensione del desiderio cui non potevi sottrarti, mentre cercavi di colmare il vuoto tra l’acquisto di una cosa e l’averla a disposizione. Milan Kundera ha scritto che «la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per questo che si abbandona al demone della velocità». In effetti, non fermarsi mai è un modo per non lasciar spazio all’introspezione, alla memoria, alla coscienza. Persino l’immaginazione, che pure si direbbe molto sollecitata nella società dell’immagine, ha bisogno di spazio per dispiegarsi. Ci vuole del tempo per provare e riprovare, fino a quando quella frase, quel colore o quella forma si stabilizzano e diventano parte di un’opera. Oggi una larga parte delle cose che facciamo ha un prezzo prima ancora di essere arrivata a compimento. Era così diverso alla fine degli anni Ottanta? Come era vivere in un mondo in cui eri costretto ad aspettare prima di ascoltare un disco?

In Crudo, di Olivia Laing, si legge: «[c]ercava di ricordare gli anni Ottanta, in particolare il 1987. Cosa si sapeva? Cosa si ignorava? Questo era il problema con la storia, era troppo semplice procurarsi gli arredi ma dimenticare gli atteggiamenti, il modo in cui diventi una persona diversa in ragione della conoscenza che hai a disposizione, quali esperienze erano ancora fresche e cosa non era ancora emerso nel panorama personale o globale» (p. 83). Le riflessioni della protagonista del romanzo mi aiutano a sviluppare il piccolo esercizio di memoria che cerco di fare, partendo dall’ascolto della canzone di Tom Waits. Non è troppo difficile procurarsi gli «arredi» di quel mondo: cosa c’era e cosa mancava di ciò che oggi abbiamo a disposizione. Per esempio, oggi so che nel luglio del 1989 era trascorso solo qualche mese da quando Tim Berners-Lee aveva buttato giù un progetto il cui scopo era consentire agli scienziati del Cern di scambiare informazioni con i loro colleghi in tutto il mondo utilizzando la rete internet, che si stava diffondendo con una certa rapidità. So anche che il progetto fu considerato interessante ma acerbo, e che quindi ci volle qualche tempo prima che fossero pronti gli elementi fondamentali di quello che sarebbe diventato il World Wide Web. Così come so che, poco prima che Berners-Lee mettesse nero su bianco la sua ipotesi, il primo gruppo di satelliti per il Gps fu mandato in orbita. Niente Google, o GoogleMaps, o Amazon, o YouTube nel luglio 1989. Neppure smartphone o computer portatili. Immagino che la «vita materiale» di un ventenne fine anni Ottanta appaia piuttosto strana a un millennial. Forse quasi altrettanto aliena di quella di un mugnaio del Cinquecento per un ventenne della fine dei Settanta. Per rispondere alla domanda posta dal personaggio del romanzo di Olivia Laing che riflette sulla storia potrei dire che, mentre me ne stavo seduto a prendere il sole a bordo di un canale, forse ascoltando musica con il mio Walkman, ignoravo, e francamente non potevo immaginare, che fossimo solo a qualche anno di distanza da quella che Richard Baldwin ha chiamato la «seconda accelerazione della globalizzazione», resa possibile dalla rivoluzione nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che avrebbero abbattuto il costo del trasferimento delle idee. D’altro canto, c’erano cose che, da studente di diritto molto interessato alla politica, certamente sapevo già nel luglio del 1989. Per esempio, che la Commissione, guidata dal socialista francese Jacques Delors, stava lavorando con impegno alla realizzazione del mercato unico, oppure che le aree di competenza in cui la Comunità europea poteva esercitare la propria influenza erano aumentate di molto dopo la firma dell’Atto Unico nel 1986, o che una moneta unica cominciasse a essere proprio in quei mesi una prospettiva realistica (il rapporto Delors che ipotizzava una tabella di marcia per l’unione monetaria venne consegnato nel giugno del 1989). Lo slancio verso l’unione economica stava diventando sempre più forte, e questo ci faceva immaginare come a portata di mano un futuro in cui anche i confini politici avrebbero perso parte della loro importanza. Forse non avremmo visto nel corso della nostra vita l’Europa federale sognata da Spinelli, ma c’era una qualche fiducia che le cose avrebbero fatto passi avanti decisivi in quella direzione.

■ Ma mi viene il dubbio che i ricordi di belle giornate di sole nel 1989 ad Amsterdam siano un prodotto della mia immaginazione. O meglio, una generalizzazione inconsapevole che parte dalla memoria di una giornata di sole reale. Forse quella luce splendente che mi sembra di ricordare è soprattutto la coloritura emotiva della fase decisiva di una stagione della nostra storia recente che Gideon Rachman ha chiamato «l’età della trasformazione». Quel periodo dai confini incerti (Rachman ne colloca l’inizio nel 1978, Simon Reid-Henry nel 1971) in cui l’equilibrio politico ed economico uscito dalla seconda guerra mondiale comincia a mostrare le prime crepe. Anche questo non è facile da trasmettere a un ventenne di oggi. Provo a consultare la lista degli eventi del 1989, e mi colpisce un particolare che non ricordavo. L’anno era appena iniziato, il 7 gennaio, quando muore Hirohito, l’imperatore del Giappone, l’ultimo capo di Stato di una delle potenze dell’Asse a essere ancora in carica. Alla fine degli anni Ottanta la guerra era ancora presente nella nostra vita. Attraverso i ricordi di chi l’aveva vissuta, attraverso le tracce che aveva lasciato (ancora visibili in qualche luogo), attraverso le conseguenze che aveva avuto: l’ascesa degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica come le due potenze egemoni, la divisione del mondo in blocchi, la Guerra fredda. Quel che è certo, è che nel 1989 le crepe erano diventate così profonde da mettere in moto un movimento franoso. In diversi Paesi dell’Europa dell’Est era in corso un processo di riforma. Tormentato, irto di ostacoli, ma le cose stavano cambiando. Le lezioni sul diritto americano ad Amsterdam erano frequentate da molti studenti provenienti da Paesi comunisti. Polacchi, ungheresi, bulgari. Ecco perché la mia generazione – nata alla fine degli anni Sessanta, cresciuta nella fase finale della Guerra fredda, sotto l’ombra di un conflitto nucleare tra Unione Sovietica e Stati Uniti vissuto come una possibilità concreta – tirava finalmente un sospiro di sollievo. Cominciavamo a guardare con maggior ottimismo al futuro. Solo pochi anni prima le nostre prospettive ci apparivano meno rosee, uscendo dalla proiezione di «The Day After», un film per la Tv andato in onda negli Stati Uniti nel novembre del 1983, e distribuito nei cinema europei, dopo una massiccia campagna pubblicitaria, nel febbraio del 1984. La pellicola, che descriveva con una certa plausibilità la sequenza di eventi che avrebbe condotto a un conflitto nucleare su larga scala provocando milioni di vittime tra morti e feriti, era stata un grande successo in tutta Europa. In Italia addirittura la terza dell’anno per incassi.

Si trattava di un film piuttosto brutto (un «prodotto televisivo» si disse), ma l’impatto che ebbe sull’opinione pubblica dei Paesi occidentali fu enorme. Pare che persino Ronald Reagan, cui fu mostrato in anteprima, ne rimase impressionato. Nei primi anni Ottanta la Guerra fredda attraversava una delle sue periodiche fasi di «riscaldamento», quei momenti in cui la prospettiva di un conflitto nucleare appariva meno improbabile. Leonid Brezhnev era morto nel novembre del 1982, un anno prima che «The Day After» andasse in onda negli Stati Uniti, dopo diciotto anni di servizio come leader dell’Unione Sovietica. Un periodo nel corso del quale l’influenza internazionale e la potenza militare dell’Urss erano cresciute, raggiungendo il livello di massima espansione, ma le condizioni economiche del Paese si erano progressivamente deteriorate. A succedergli fu chiamato Iurij Andropov, a lungo capo del Kgb, un uomo che aveva l’esperienza adatta per affrontare la crisi rimettendo le cose in ordine. In realtà Andropov era molto anziano e, come si capì presto, le sue condizioni di salute non erano ideali, tanto che dopo poco più di un anno morì anche lui. A questo punto nel Politburo, l’organo supremo del regime sovietico, la situazione si era evidentemente logorata, nella tensione tra innovatori e conservatori, tanto che la scelta cadde su un uomo se possibile in condizioni di salute ancora peggiori di quelle di Andropov. Ricordo bene il volto impassibile, quasi inespressivo, del nuovo leader, Konstantin Chernenko, che sarebbe morto nel 1985. Se la Guerra fredda era stata, come ha scritto lo storico Odd Arne Westad, uno scontro che aveva a oggetto il futuro della società, un conflitto tra due diverse versioni della modernità, era davvero difficile accettare che il comunismo fosse ancora un’alternativa credibile. Certo, quelli di noi che avevano qualche sensibilità per la storia sapevano di Silone, avevano letto alcuni dei saggi di The God That Failed, e le impressionanti testimonianze letterarie dei Gulag cui avevamo accesso, da Solzenicyn (ricordo ancora la copertina della traduzione italiana, pubblicata da Garzanti, che apparteneva a mio padre) a Herling (che era quasi introvabile, e si doveva leggere in inglese). Tutto questo era noto, ma forse non aveva lo stesso peso per tutti. Quelle facce però erano inequivocabili. Non puoi modellare il tuo futuro guardando a un Paese la cui leadership evoca costantemente il pensiero della morte.

Nella storia della Guerra fredda di Westad leggiamo che all’inizio degli anni Ottanta la leadership sovietica era ossessionata dal pericolo di un attacco nucleare proveniente dagli Stati Uniti. La nuova amministrazione entrata in carica nel gennaio del 1981, con l’inaugurazione della presidenza Reagan, si era lasciata alle spalle la politica di dialogo sperimentata, con qualche successo, da Richard Nixon, grazie alla regia di Henry Kissinger. Nel nuovo clima di ostilità, il Kgb aveva ricevuto istruzioni di tenere sotto stretto controllo le istituzioni più importanti dei Paesi Nato, allo scopo di cogliere i segni premonitori di un possibile atto ostile. Tenere il dito sul grilletto aumenta la probabilità di un errore, che, in effetti, ci fu nel settembre del 1983, con l’abbattimento da parte dei sovietici di un Boeing sudcoreano che aveva violato lo spazio aereo dell’Urss. Tutte le 269 persone che erano a bordo del volo rimasero uccise. Tra i passeggeri c’erano 69 cittadini statunitensi, uno dei quali era il membro del Congresso Larry MacDonald. Due mesi dopo, nel novembre del 1983, esercitazioni militari Nato in Europa, del cui svolgimento l’Urss era stata informata, provocarono la messa in stato di allerta delle truppe del Patto di Varsavia. «Non c’è ragione di credere che i leader sovietici pensassero che un attacco fosse imminente», scrive Wested, «ma la reazione di Mosca mostrava quanto volatile e pericolosa fosse la situazione nel suo complesso» (p. 509). La conclusione che ne trae lo storico norvegese è che l’Europa e il mondo fossero, nei primi anni Ottanta, più vicini al possibile scoppio accidentale di una guerra nucleare rispetto al passato recente. Non fu la qualità artistica di «The Day After» a colpirci, ma la sua verosimiglianza.

■ Ripensandoci oggi mi stupisco ripercorrendo il cambiamento avvenuto in 6 anni, dal 1983 al 1989. Dalla fine degli anni Settanta, sotto la guida di Deng Xiaoping, la Cina sperimenta cautamente alcune riforme economiche. Comincia lentamente, ma poi in modo sempre più accentuato, l’apertura del Paese nei confronti del mondo esterno. Ad Amsterdam, tra i miei compagni di corso, c’era anche uno studente cinese, di cui purtroppo non ricordo il nome, che era venuto per familiarizzarsi con i misteri del diritto dei contratti e della proprietà nel sistema di common law statunitense. Seguendo l’esempio dei cinesi, anche il nuovo leader sovietico, Mikhail Gorbaciov, aveva intrapreso un percorso di riforma dell’Urss. Assecondato con abilità da Reagan che, pur essendo un convinto anticomunista, era capace di grande duttilità in politica estera, il «nuovo corso» dell’Unione Sovietica aveva mutato in maniera radicale il panorama internazionale. Ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, avvio di un programma di disarmo nucleare, ripudio della «dottrina Brezhnev» che prevedeva l’intervento militare nei Paesi che si allontanavano dalla «retta via» del comunismo come inteso dal partito al potere nell’Urss. L’incubo della guerra nucleare che ci aveva accompagnato sin da quando avevamo preso contezza del mondo cominciava ad allontanarsi, un ricordo evocato di rado, come una brutta esperienza che si è impazienti di lasciarsi alle spalle. Anche nei film di James Bond l’agente segreto britannico aveva rapporti sempre più cordiali con i suoi avversari d’oltrecortina, con cui a volte collaborava, ad esempio per evitare che gli ordigni costruiti nel corso della Guerra fredda finissero nelle mani sbagliate. A preoccuparci alla fine degli anni Ottanta era piuttosto il nucleare civile, l’incidente di Chernobyl avvenne nel 1986, e nel 1987 in Italia si tenne un referendum che segnò la rinuncia da parte del nostro Paese a quella fonte di energia. In ogni caso, la sensazione generale era che le cose in Europa volgessero verso il meglio. Mi viene in mente un’altra giornata di sole. Stavolta a Leida. Nel centro della città una gran quantità di striscioni colorati in bianco, rosso e blu (i colori della bandiera olandese, ma anche di quella statunitense) dava il benvenuto a George H.W. Bush, il successore di Reagan a Washington, l’uomo che nei mesi successivi sarebbe stato salutato in un clima di crescente euforia come colui che aveva «vinto la Guerra fredda».

Esprimere un giudizio sulla fondatezza di quelle reazioni mi porterebbe lontano. Questo, come ho detto, è soltanto un esercizio di memoria. Vorrei concluderlo con altri due ricordi, affiorati seguendo il filo in cui mi sono imbattuto grazie a Tom Waits. Del corso di Amsterdam avevo saputo per caso, da un ragazzo poco più grande di me, Guido, che lo aveva frequentato in precedenza. Anche lui era figlio di un avvocato. Guido mi aveva raccontato con entusiasmo di questa avventura, delle cose che aveva imparato, degli incontri intellettualmente stimolanti con i docenti della Columbia e i compagni di corso provenienti da tutta Europa. Non sono certo di appartenere alla «generazione Erasmus», ma sono sicuro che la prospettiva di un’esperienza come quella che quel ragazzo mi aveva descritto mi apparve subito molto più attraente di un paio di mesi a Siviglia. Del resto, non erano gli Stati Uniti il Paese da cui avremmo dovuto imparare? New York, la città dove ha sede la Columbia, la capitale del mondo libero? Non ci volle molto a convincere mio padre che valesse la pena di investire ancora qualcosa nella mia formazione, e mi iscrissi al «Summer Program in American Law». Ma non ho mai potuto raccontare a Guido del mio soggiorno ad Amsterdam in quell’anno straordinario, perché quando sono partito era già morto. Fu una delle vittime di un attentato terroristico, a Napoli, il 14 aprile del 1988. Una bomba esplose davanti a un circolo ricreativo Uso (United Service Organizations) che si trovava nelle adiacenze di piazza Municipio. Ci furono due rivendicazioni da parte di organizzazioni arabe sconosciute, che affermarono che l’attentato era una vendetta per il bombardamento della Libia di due anni prima. Ricordo ancora molto bene il funerale, la chiesa era di fronte al liceo che entrambi avevamo frequentato. La piazza era gremita di persone, una folla immensa. Sui volti si leggeva non solo il dolore, ma anche lo sgomento. L’Italia aveva conosciuto già attentati dinamitardi, anche molto più sanguinosi di quello di Napoli. Alla fine degli anni Ottanta, però, il terrorismo sembrava un fenomeno che si stava spegnendo. L’ultima bomba era esplosa nel 1984, nella lunga galleria che si trova sulla linea ferroviaria tra Firenze e Bologna. Diciassette morti. Poi più nulla, la «strategia della tensione» era stata abbandonata, lasciando una gran quantità di interrogativi senza risposta, ma anche un grande senso di sollievo. Un sentimento che si era alimentato, nella seconda metà del decennio, anche della consapevolezza che il terrorismo italiano fosse in qualche modo parte del «grande gioco» tra le due superpotenze. La fine della Guerra fredda avrebbe comportato anche la fine della violenza. Ci sbagliavamo. Proprio in Nord Africa e nel Medioriente si stava aprendo una nuova faglia di tensione. Di cui molto presto ci saremmo resi conto.

L’altro ricordo riguarda Piazza Tienanmen. Nell’aprile del 1989 era morto Hu Yaobang, uno dei leader «riformisti» del partito comunista cinese, un politico cui guardavano con speranza tutti coloro che auspicavano una liberalizzazione anche politica del Paese. La scomparsa di una figura molto amata, specie dagli studenti, fu l’occasione di manifestazioni che, nel giro di qualche settimana, si erano ormai diffuse in tutta la Cina, interessando 341 città. Dapprima le autorità sembravano avere un atteggiamento tollerante nei confronti della protesta, ma poi le cose precipitarono. Per un’amara ironia il fattore scatenante della reazione fu la visita di Gorbaciov, che a questo punto era diventato un eroe per i riformisti cinesi scontenti della politica dei «piccoli passi» di Deng. Più o meno un mese prima di partire per Amsterdam avevo assistito alle scene della repressione, mandate in onda in tutto il mondo proprio grazie alla presenza massiccia di giornalisti stranieri a Pechino per via della visita del leader sovietico. Rammento le conversazioni con il mio compagno di corso cinese, la sua garbata reticenza, ma anche la fermezza nel difendere la linea del governo nel giustificare la repressione. Anche Deng viveva, come tutti noi, sotto l’ombra del passato, che nel suo caso era il declino di un grande Paese che aveva perso la propria potenza, e infine anche l’indipendenza, per via delle divisioni interne. No, i cinesi, anche riformisti, non potevano permettersi di tollerare un disordine di cui certamente avrebbero approfittato altri Paesi. Anche di questo ci saremmo resi conto, e lo stiamo facendo con sempre maggiore preoccupazione proprio in questi giorni. Trent’anni dopo Tienanmen, con nuovi strumenti di diffusione delle immagini che all’epoca potevamo a malapena immaginare, assistiamo alla repressione a Hong Kong. «Somehow I forget every time / For all the things that you’ve given me / Will always stay, there broken but I’ll never throw them away».