Rivista il mulino

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«Sono almeno dieci anni, non c’è dubbio, che stiamo facendo della storia universale – e di che calibro. Ma non ce ne siamo accorti». Robert Musil scrive nel 1922, a qualche anno dalla fine della guerra. Nato in Carinzia nel 1880, la sua è una generazione di persone che, anche se cresciute in provincia, si erano formate moralmente e politicamente all’ombra dell’Hofburg, il palazzo nel centro di Vienna che fungeva da residenza ufficiale dell’imperatore. Le sue reazioni alla crisi sono, tuttavia, diverse da quelle dei cultori del «mito asburgico» come Joseph Roth o Stefan Zweig. Das hilflose Europa di Musil non appartiene alla letteratura della nostalgia per il «mondo di ieri» imperiale, in cui «tutto era regolato da una qualche norma, misura o peso precisi». Al contrario, il suo è lo sguardo di un intellettuale ironico e disincantato, la cui formazione scientifica lo porta a diffidare delle filosofie che pretendono di individuare una direzione univoca del cambiamento sociale, un progresso o un regresso, verso una destinazione cui le volontà individuali non possono sottrarsi. «Ecco dunque la storia universale vista da vicino: non si vede un bel niente». Questa incapacità non dipende da un difetto di percezione, scrive Musil; anzi, sotto questo profilo, la metafora, con la sua allusione al senso della vista, è fuorviante. Noi sappiamo abbastanza del presente e del passato recente, più dei posteri probabilmente, ma siamo troppo coinvolti per avere una visione perspicua. Solo la distanza ci consente di distinguere con chiarezza. Lo sguardo panoramico e profondo dello storico, infatti, ci mette in condizione di cogliere quei fattori decisivi che sovente non vanno cercati al centro, ma «alla periferia: nelle circostanze marginali, nel prevalere improvviso di determinati gruppi di uomini, o di attitudini, all’interno di una miscela di elementi relativamente costante».

Più che un’apologia del caso, quella proposta da Musil è la difesa dell’idea che nelle vicende umane si esprima una «necessità senza legge». Chi si occupa di politica, coltivandone la «vocazione» – per richiamare il titolo della lezione tenuta da Max Weber nel gennaio del 1919 – dovrebbe avere una sensibilità per gli aspetti idiosincratici dell’umano: i guizzi, le sbavature, gli infiacchimenti improvvisi e gli altrettanto repentini scatti che lo rendono imprevedibile. Per chi è familiare con le scienze sociali contemporanee, il modo di pensare descritto da Musil può far venire in mente l’approccio alla spiegazione di Jon Elster, che propone di sostituire il concetto di «legge» con quello di «meccanismo». In effetti, è a una pluralità di «meccanismi» che possono spingere, senza determinare, l’azione in direzioni diverse che dobbiamo guardare per mettere insieme un resoconto affidabile di ciò che è accaduto negli ultimi anni in Europa. Un obiettivo che non è possibile realizzare se non resisteremo alla tentazione di concentrarci esclusivamente sui fatti – per esempio, il prevalere di una certa maggioranza elettorale, oppure una rilevazione delle opinioni degli elettori attraverso un sondaggio – per collocarli in un contesto più ampio, quello degli eventi e della loro successione nel tempo. Sotto questo profilo è sempre importante tener distinto il valore del voto, come momento centrale del funzionamento delle istituzioni democratiche, dal suo significato, che viene interpretato alla luce dei diversi meccanismi di spiegazione che abbiamo a disposizione.

Una crisi come quella che sta attraversando l’Unione europea non può essere risolta da un voto, anche se un risultato negativo per le forze politiche europeiste può contribuire ad aggravarla. L’entusiasmo con cui molti di noi salutarono l’elezione di Macron a presidente della Repubblica francese è stato seguito da un crescente sentimento di insoddisfazione provocato dal rendersi conto che quel risultato elettorale non era il segnale del cessato pericolo, il sintomo che annuncia la guarigione, ma una fase di un processo di cui allo stato attuale non si vede l’esito. La delusione che abbiamo provato in questi mesi per le vicende francesi non è che l’altra faccia del nostro ingenuo entusiasmo di due anni fa, quando assistemmo alla grandiosa coreografia della cerimonia di insediamento. Lo stesso Macron ha dovuto fare i conti con gli effetti di lungo periodo della crisi economica, che alimenta l’insicurezza della classe media in Francia come negli altri Paesi occidentali. La magia del vincitore si è dissolta a contatto con la realtà dei conflitti tra interessi nazionali in tensione, e un presidente ridimensionato nelle sue ambizioni «bonapartiste» (lo «spirito del mondo» disarcionato dal cavallo) ha dovuto misurarsi con gli squilibri strutturali dell’unificazione politica e monetaria. Non può essere un voto a sciogliere in un senso o nell’altro il dilemma evidenziato da Ivan Krastev nel suo libro sulla «disintegrazione» dell’Europa (che l’autore, come tutti noi, non auspica, ma vuole combattere attraverso l’esercizio di un realismo politico bene inteso): politiche senza politica a Bruxelles, politica senza politiche nei Parlamenti nazionali. Una dinamica che in una prima fase ha eroso il terreno su cui si reggevano le democrazie europee, alimentando in diversi Paesi spinte centrifughe, e poi ha creato le condizioni perché si innescasse, dopo la crisi economica, una reazione anti-europea.

«Viaggiavamo come in vagone-letto, e ci svegliammo solo al momento dello scontro». Così Musil descrive il brutto risveglio dei «borghesi con la testa sulle spalle» che si erano abituati a lasciar fare «alle autorità competenti» per essere liberi da impegni logoranti e sciolti da ogni responsabilità. A distanza di un secolo gli europei hanno commesso nuovamente lo stesso errore. Soddisfatti dell’ammirazione del mondo intero, nel 1989 si sono imbarcati su un treno a lunga percorrenza, senza preoccuparsi troppo dell’affidabilità della locomotiva e delle condizioni della rotaia. Se ci fosse stato qualche intoppo, se ne sarebbero occupati il capotreno e il personale di bordo, formato nelle migliori scuole tecniche e selezionato attraverso procedure impeccabilmente meritocratiche. Appoggiata la testa sul cuscino, si sono addormentati sognando un mondo in cui «l’amministrazione delle cose ha preso il posto del governo delle persone». Una vita finalmente libera dalla schiavitù della politica, e ricca di opportunità per realizzare i propri progetti individuali.

Finché le politiche senza la politica risiederanno a Bruxelles, e la politica senza politiche rimarrà a livello nazionale, non riusciremo ad arrestare la corsa del treno verso uno scontro che potrebbe rivelarsi fatale. Nessuno ha in tasca la soluzione, ma di una cosa siamo convinti: c’è bisogno di più politica, e questo vuol dire anche rafforzare l’azione dei partiti. Bisogna ristabilire l’equilibrio alimentando i primi, incoraggianti segnali del germoglio di una coscienza democratica genuinamente transnazionale, che in Europa significa cercare le ragioni di incontro tra formazioni politiche di orientamento ideale comune, che possono trovare nei propri principi ispiratori le risorse intellettuali per andare oltre gli interessi nazionali. Per i progressisti e i socialisti, che dovrebbero marciare fianco a fianco, la strada è quella indicata da Jürgen Habermas: «anziché aprire fronti fasulli lungo le frontiere nazionali, compito dei partiti dovrebbe essere quello di distinguere perdenti e vincitori nella gestione della crisi, secondo gruppi sociali più o meno colpiti, a prescindere dalla loro nazionalità». L’identità nazionale deve tornare dunque a essere solo un aspetto della personalità di ciascuno, ciò che lo rende «familiare» a chi ne condivide memorie e abiti di comportamento, non il fondamento dei diritti di cittadinanza.