Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • StampaStampa

■ «Nel dicembre del 1910, o giù di lì, il carattere umano è mutato», così recita una frase particolarmente inquietante di Virginia Woolf all’inizio di un suo saggio del 1924, Mr Bennett e Mrs Brown. Dopo quella data, i rapporti tra padroni e servi, mariti e mogli, genitori e figli non sarebbero mai più stati gli stessi, almeno nell’Inghilterra di quegli anni. Naturalmente Woolf si sbagliava. Il carattere umano non cambia così repentinamente. La società e il discorso sociale sono fenomeni assai più complessi, internamente divisi e disomogenei. Ma Virginia Woolf aveva compreso qualcosa: da inizi pressoché inosservati, il modo in cui l’esperienza comune viene incorporata nell’immaginario sociale può deflagrare in conseguenze importanti e impreviste.

Quando oggi gli storici cercano di periodizzare il XX secolo, sempre più spesso additano l’inizio degli anni Settanta come momento cardine in cui una fase della vita del XX secolo venne rimpiazzata da un’altra. Fu il momento in cui il boom economico del dopoguerra cominciò a svanire, in cui la disuguaglianza iniziò ad aumentare e in cui la crescita economica generale non sarebbe più stata la norma di riferimento; fu il momento in cui le istituzioni preposte alla gestione economica e politica del mondo, create con tante speranze alla fine degli anni Quaranta, cominciarono a subire pressioni sempre più forti; e in cui l’ordine globale della Guerra Fredda cominciò a trasformarsi in un mondo di rivalità e di guerre sempre più frammentate. Il computer e Internet avrebbero cambiato ogni cosa dopo i primi anni Settanta, accentuando enormemente il ritmo della globalizzazione economica. Ma quegli anni videro anche l’inizio di un cambiamento ideale vigoroso e assai ampio: nell’economia, nella società, nella storia, nel potere e a livello individuale.

Su tale epoca di cambiamento ho scritto un libro (Age of Fracture, Harvard University Press, 2011). In una manciata di anni il termine «frattura» ha percorso tanta strada da farmi pensare che valga la pena precisare meglio ciò che intendevo allora. Evocando un’epoca di fratture non volevo suggerire che nell’ultimo quarto del XX secolo la società fosse diventata più litigiosa rispetto alle epoche precedenti. L’esistenza di subculture nettamente contrapposte e ferocemente abbarbicate a concetti alternativi alla verità e alla menzogna vanta una lunga tradizione nella storia americana. La sferza del cambiamento economico, che ha conseguenze nettamente diverse per gruppi economici collocati in posizioni diverse, è una costante nella storia del capitalismo. Negli Stati Uniti gli anni Sessanta, con le strutture di segregazione razziale moribonde seppure ancora legali e il nazionalismo bianco a sua volta dilagante, con città in fiamme e una guerra profondamente impopolare a polarizzare la politica americana, rappresentarono un decennio lacerato non meno di qualsiasi altro decennio dello stesso secolo.

Ciò che si è fratturato nell’ultimo quarto del XX secolo, sostenevo nel mio libro, è un insieme di termini centrali per l’immaginario sociale dominante. È comune chiamare «età delle masse» i decenni centrali del XX secolo; ma si va ancora più a fondo se definiamo quest’epoca quella dell’affermazione dell’immaginazione sociologica. In quegli anni, pensare al comportamento umano significava pensare a persone pur sempre radicate nella società e profondamente modellate dalle possibilità istituzionali che essa poteva offrire loro. Per capire l’economia occorreva iniziare dalla macroeconomia. Per comprendere la politica occorreva cominciare dalle strutture dello Stato e della nazione. Per comprendere il comportamento umano occorreva pensare in termini di ruoli sociali, di norme socialmente costruite e del potere della storia e della cultura. Nel pensiero sociale della metà del XX secolo, attraverso tutte queste modalità, il «sociale» occupava un posto assai rilevante.

Alla fine del secolo il panorama del pensiero sociale era radicalmente cambiato. Benché non fossero minimamente diminuite le pressioni che pesavano sugli individui, i modi precedenti di immaginare l’io e la società si erano, in larga misura, trasformati. I concetti forti della società erano svaniti dal proscenio del linguaggio e dell’immaginazione, strutture e istituzioni erano diventate meno visibili. I discorsi sul potere si erano fatti più astratti. Il loro posto, al centro del pensiero sociale, era stato preso da individui portatori di diritti, che operano scelte, che agiscono in modo autonomo.

Questi individui, disincarnati dai propri legami sociali e comunitari, divennero via via più visibili in domini sempre più ampi del discorso politico ed economico. Gli storici parlavano meno delle pressioni sociali e più di recuperare la capacità di agire degli attori umani. Gli economisti erano passati dai modelli macroeconomici alle estrapolazioni microeconomiche desunte dalle scelte preferenziali dei singoli attori. Esperti di politica estera avevano immaginato che la storia potesse essere accelerata: che un cambiamento di regime strutturale potesse compiersi non in modo incrementale, ma in un batter d’occhio o per timore di un’invasione. Nel dibattito politico statunitense il discorso sui diritti dilagò rapidamente. I conservatori, che un tempo erano stati tra i più strenui difensori della società, della storia e della tradizione, diventarono sempre più libertari. Per l’avanguardia della sinistra intellettuale, gli attributi un tempo ritenuti monolitici – più sorprendentemente di tutti, la razza e il genere – si andarono a scomporre in una miriade di possibilità. La scelta era ovunque, come se si trattasse della più naturale delle attività umane.

Ciò che riassumeva quelle scelte e quei desideri veniva sempre più spesso concettualizzato come il potere del «mercato». Questo termine astratto e singolare emerse dal trambusto dei mercati della vita reale come un termine di applicabilità praticamente universale e dal potere quasi magico. Sfruttare il potere degli incentivi di mercato per realizzare politiche pubbliche divenne un obiettivo che trascendeva le differenze tra i partiti, non solo perché potenti interessi acquisiti spingevano in quella direzione, ma perché farlo sembrava più efficiente, più razionale e più naturale a un numero crescente di politologi in questo epocale terremoto delle metafore linguistiche e sociali.

■ Molti teorici hanno battezzato questo fenomeno «neoliberismo», un termine che ha i suoi lati positivi. Tuttavia, raggruppare tutti questi fenomeni sotto un’unica etichetta ideologica può essere pericoloso, in particolare se si vuol dare a intendere una maggiore unità dei nuovi modi di pensiero rispetto a quanto i fatti storici non abbiano registrato. Il dibattito tende conseguentemente a convergere verso un singolo punto di origine, e non importa che si tratti delle figure anti-stataliste della Mont Pelerin Society della fine degli anni Quaranta, di una classe dirigente preoccupata dell’erosione dei propri margini di profitto o dei bisogni funzionali del tardo capitalismo in quanto tale.

In realtà, questa trasformazione dell’immaginario sociale dominante ha avuto una pluralità di punti di partenza. Uno dei più significativi è stato il conflitto di paradigmi interno alla professione economica da cui (molto più che da qualsiasi scritto di Friedrich von Hayek o Milton Friedman) promanarono con straordinario vigore i nuovi modelli teorici di analisi economica e sociale basati sulla scelta. Un secondo impulso arrivò, in modo del tutto indipendente, dal modo in cui i movimenti studenteschi degli anni Sessanta, sebbene inizialmente forgiati nel linguaggio del potere e della coscienza collettiva, ebbero alla fin fine l’effetto di insufflare la cultura politica di un nuovo libertarismo. Alcuni mutamenti dell’immaginario sociale attestarono il crescente potere del capitale finanziario. Nel diritto statunitense, la reinvenzione della società di capitali come lo strumento in mano a coloro che traggono profitto dai guadagni azionari trasformò una delle istituzioni economiche più solide della metà del XX secolo in mero investimento mobiliare. La sincronia tra potenza elaborativa di informazioni e dati del computer moderno e un mercato globale di merci enormemente ampliato ha generato scelte di consumo assai più numerose di quelle di cui gli esseri umani abbiano mai potuto disporre in precedenza.

Conseguenza di questi eventi non è stata l’avvento di una nuova ideologia dominante la cui logica interna possa essere analizzata anatomicamente. Piuttosto, per una parte significativa della popolazione mondiale, essi avrebbero messo in moto un cambiamento delle metafore dominanti nell’immaginario sociale. Centrali in questa dinamica furono i momenti d’incertezza, che si verificano quando i paradigmi più vecchi perdono la loro efficacia e smettono di funzionare, così da indurre gli individui a darsi da fare alla ricerca di nuove modalità interpretative. Queste, a loro volta, sono state amplificate dalle forze di diffusione man mano che quei tentativi di riguadagnare una nuova presa di idee sul mondo si confondevano l’un l’altro, trascendendo i loro contesti iniziali per influenzare idee e argomentazioni in domini lontanissimi, e modificando lo stock di modelli e metafore sociali disponibili. Sconcerto, contagio e nuove istanze nelle pratiche istituzionali sono gli elementi che muovono la storia sociale delle idee. Il linguaggio stesso della «società» era emerso in questo modo nella prima parte del XX secolo, da numerose fonti e attraverso divisioni sociali e politiche profonde. Questo è stato il modo in cui il linguaggio del sociale ha intrapreso il proprio disfacimento verso la fine del secolo.

In Age of Fracture esaminavo in profondità un insieme di questi cambiamenti, esplorando i modi in cui gli economisti abbandonavano i modelli macro per i micro; come i linguaggi del potere diventavano sempre più onnicomprensivi ma anche più tenui e distaccati dalla storia e dalle istituzioni; come i linguaggi solidaristici dei primi movimenti femministi e del potere nero si disgregavano in una molteplicità di identità tra cui operare una scelta; come il tempo è diventato prevedibile, com’è cresciuto il contagio del linguaggio dei diritti; e in che modo la persona che, detentrice di diritti, sceglie e agisce nel mercato emerge come metafora dominante di quell’entità infinitamente complicata che chiamiamo «io».

Il mio intento non era suggerire che questi cambiamenti ideali avessero causato le trasformazioni strutturali che hanno ridisegnato la politica e l’economia globale nell’ultimo quarto del XX secolo. La riorganizzazione dello stock dominante di metafore non ha di per sé messo in moto l’accelerata mobilità globale di capitali, beni e popolazioni, sradicati da uno specifico luogo ed emancipati da rapporti sociali profondi, che caratterizza l’attuale momento storico. Ma il risultato di quei mutamenti è stato di normalizzare quelle forze del cambiamento politico ed economico tanto da renderle difficilmente percepibili se non come meccanismi naturali dell’economia e del desiderio individuale.

■ Nel 2011 pensavo che la trasformazione descritta fosse pressoché completa. Il vecchio linguaggio solidaristico era stato in gran parte privato del suo potere. Ma avevo torto. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una valanga di sforzi di ricostruzione del sociale. Ovunque il nazionalismo è in ascesa. Le rivendicazioni di solidarietà etnica e razziale hanno acquisito forza. Linee di demarcazione nuove ed emotivamente potenti sono state tracciate per separare chi è dentro da chi è fuori: il «popolo» dagli «altri», che sono qui o che premono per entrare. Alcuni di questi movimenti di solidarietà politica si sono manifestati dov’era prevedibile. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, solidarietà nazionali di ogni tipo andarono rapidamente a riconsolidarsi, come pure nel mondo islamico dopo il crollo del dualismo della Guerra fredda che aveva contribuito a mantenere al potere autocrati nazionalisti. Ma ora vediamo anche negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale quanta forza abbia acquisito un’intensa politica solidaristica. Una certa dimensione del sociale è tornata a manifestarsi con un volto molto più rabbioso di quello che conoscevamo.

Negli Stati Uniti il fenomeno è stato esplorato con particolare intensità dagli antropologi sociali e ciò che hanno dimostrato questi studi è il potere del risentimento che li sorregge (si vedano in particolare A. Russell Hochschild, Strangers in Their Own Land: Anger and Mourning on the American Right, New Press, 2016 e K.J. Cramer, The Politics of Resentment: Rural Consciousness in Wisconsin and the Rise of Scott Walker, University of Chicago Press, 2016). Gli elettori di Donald Trump appartengono a numerose tipologie. Ma centrale, per una parte importante del suo elettorato, è stata la rabbia al cospetto degli immigrati alla ricerca di un lavoro, dei rifugiati scacciati dalle crisi, dei concorrenti economici globali e dei capitalisti alla ricerca di profitto, di tutti gli individui senza radici. Era una rabbia che aveva come bersaglio quel genere di individui, mobili e autori di scelte, che hanno occupato un ruolo così importante nel recente immaginario delle nostre società.

Negli Stati Uniti e in altre parti del mondo sviluppato l’economia globale mette in pericolo posti di lavoro. Ma, cosa altrettanto importante, minaccia lo status e l’autostima di coloro che nel proprio destino non vedono alcuna possibilità di scelta. Costoro si scagliano contro il libero scambio anche quando li avvantaggia, e contro estranei, immigrati e minoranze interne, anche quando questi gruppi non sono affatto a stretto contatto con loro. Inveiscono dunque contro le élite, contro i partiti al potere, contro le istituzioni di governo a Washington o a Bruxelles, che sembrano così lontane dalle loro esperienze e preoccupazioni e poco interessate ad ascoltare la loro voce.

Questi gruppi aderiscono a un linguaggio di solidarietà. Negli Stati Uniti, prendono la loro energia dai raduni di massa che Donald Trump ha organizzato in modo così abile, e riportano a casa tutta la loro rabbia. Si definiscono la «vera America» (o, di volta in volta, la «vera Francia», la «vera Germania», la «vera Italia»), ma il furore stesso con cui rivendicano tutto questo fa pensare che non siano poi così sicuri della validità di quanto affermano né di avere una salda presa sulla scena politica. Essi sono la reazione all’età della frattura.

■ Tuttavia, non è ancora chiaro che cosa questi scoppi di rabbia possono far presagire per il futuro. Non esiste una modalità dominante in questa reazione del nostro tempo. L’Ungheria di Orbán non assomiglia agli Stati Uniti di Trump. I movimenti populisti e pseudo-populisti dei nostri giorni scaturiscono da congiunture che si tengono le une alle altre, ma non si clonano vicendevolmente.

In talune circostanze prevarranno regimi autoritari in grado di sfruttare questo senso di tradimento e di rabbia. È già successo in molte parti del mondo che essi abbiano cavalcato ondate di xenofobia, solidarietà pseudo-etnica e diffidenza, per proclamare con orgoglio il loro antiliberismo, la loro feroce avversità al pluralismo culturale, la loro brama di uno Stato, una nazione e un potere unificati.

Per quello che valgono le mie sensazioni, negli Stati Uniti di Donald Trump la possibilità che si instauri un regime veramente autoritario fondato su queste linee mi sembra remota. Il pluralismo democratico ha una storia molto più lunga negli Stati Uniti che nell’Europa centrale; ci sono sistemi più solidi di freni e contrappesi. Trump si presenta come una figura dal carisma quasi negativo. Non trascina tanto i suoi elettori nei suoi progetti instabili e nelle sue scaltre visioni quanto piuttosto riflette, in termini ferocemente amplificati, gli slogan a cui quelli sono sensibili. L’incoerenza del progetto trumpiano e la potenza dell’autoproiezione dei suoi elettori sul fenomeno Trump sono fenomeni strettamente collegati. Si produce in tal modo un elettorato sovraeccitato, che tuttavia costituisce un fragile fondamento per una politica autoritaria coerente e profonda.

Nella nostra preoccupazione per il crescente autoritarismo, inoltre, non dovremmo trascurare la dinamica opposta: la nuova mobilitazione di una politica d’impegno civile segnata da una visione più progressista e democratica e da una rabbia meno divorante. Negli Stati Uniti possiamo cogliere tutto ciò nel fenomeno Bernie Sanders, ma ancor più chiaramente nei movimenti che hanno radici più profonde nella società civile: le marce delle donne, il movimento del Me Too, la marcia «per le nostre vite», le proteste del movimento Black Lives Matter. Insieme, questi movimenti parlano di una ricostituzione dell’immaginario sociale in termini molto diversi da quelli del linguaggio del risentimento.

L’arena per un progressivo recupero del sociale è stata di solito più locale che nazionale. Il senso di radicamento era di fondamentale importanza quando ebbe inizio la politica progressista, alla fine del XIX secolo. I luoghi dove emerse con più forza erano le città in cui maggiormente si facevano sentire la pressione della società, il potere di sfruttamento del capitale non regolamentato e la corruzione della politica. Anziché filtrare verso il basso, le politiche sociali si sono poi trasferite dagli ambiti locali alla politica nazionale. Nel nostro tempo, si colgono parallelismi nel modo in cui la California e certi luoghi d’Europa hanno cominciato a reinventarsi come laboratori per il futuro, indipendentemente da una specifica politica del Parlamento o del Congresso. È una mossa incompleta. Ma è un’alternativa reale all’attuale senso di frattura tanto quanto i modelli distopici che riconosciamo in Ungheria o in Polonia.

■ Eppure il futuro più probabile non mi sembra né il trionfo delle voci del solidarismo di destra né una vittoria dell’azione civica di sinistra. Negli Stati Uniti e forse altrove, i più potenti vettori del cambiamento potrebbero puntare a un’ulteriore disaggregazione politica. La frammentazione dei partiti politici si è accelerata, rischiando di frantumare il sistema politico bipartitico statunitense. Il voto negativo è in aumento. Assisteremo ad un aumento del numero dei dilettanti in politica: figure come Trump e Macron, ad esempio, si pongono come soggetti interamente autocostruitisi, lontani dalla contaminazione di qualsiasi istituzione preesistente. Magnetizzeranno gli elettori per un breve momento, salvo poi deluderli successivamente. Vedremo più partiti politici estemporanei. Potremmo assistere alla nascita di nuovi partiti virtuali sulla falsariga del Movimento 5 Stelle in Italia, che ha preso vita su Internet. Vedremo dosi maggiori di politica-per-referendum, con la sua oscillazione tra scelte referendarie contrapposte.

Perché se la politica viene immaginata essenzialmente come un sistema di deliberazione, un modo complesso e istituzionalizzato per cercare di elaborare soluzioni attraverso il dare e avere del compromesso, le coalizioni, le elezioni popolari e i controlli istituzionali su quei risultati popolari, allora un certo senso del bene comune e del benessere sociale è essenziale. Ma se la politica riguarda la scelta, l’atto di registrare una preferenza, allora i processi di deliberazione sono atti frustranti e generatori di risentimento. Da tale prospettiva, la lealtà ai partiti è meramente strumentale: ci si iscrive a un partito per poi abbandonarlo all’elezione successiva. Si diffondono le competenze: ogni parte mobilita i propri esperti a supporto della propria versione dei fatti e delle cose. Non scompare, in tali circostanze, la fede nella verità. Piuttosto, con il moltiplicarsi e il diffondersi di coloro che si offrono come suoi enunciatori, la verità stessa diventa pluralizzata. La verità viene commercializzata, così come la politica.

Se la tendenza del nostro tempo è questa, in essa intravediamo un futuro di continue fratture politiche sia istituzionali sia in termini di visione politica. Essa annuncia uno sgretolamento dei partiti, un indebolimento della politica della grande coalizione, oscillazioni politiche più nette e una maggiore incoerenza delle scelte strategiche. Il cambio di regime arriverà più rapidamente. La pianificazione a lungo termine diventerà più difficile. In tutti questi modi, una politica in cui la scelta occupa il posto più alto, privilegiato, sarà sempre più simile a un mercato fluido, in rapida evoluzione, punteggiato di bolle e di mode, pieno di pubblicità e auto-promozione, dove ognuno esprime la propria preferenza e il mercato «decide» il risultato. Gli atti di deliberazione che un tempo si pensava costituissero l’essenza della politica cadranno nel dimenticatoio. E la metafora dominante nel linguaggio sociale prevalente – il «mercato» – avrà la sua compiuta realizzazione.

Si tratta solo di ipotesi, naturalmente, riguardo a quello che ci riserva il futuro: l’attrazione dell’autoritarismo in alcuni luoghi, il rinnovamento della vita civile in altri, la disgregazione della politica in molti altri ancora. Ma se dovesse prevalere l’ultima di queste possibilità, l’ironia della storia sarebbe colossale. La rivolta rabbiosa e risentita contro la diffusione delle idee e delle metafore del mercato caratterizzante l’ultimo quarto del XX secolo sarà servita, in ultima analisi, per radicare ancor di più quelle stesse metafore al centro della cultura politica del nostro tempo.