Rivista il mulino

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Cesare Beccaria ha scritto che felici sono quelle «pochissime nazioni che non aspettarono che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi». Scrivendo nella seconda metà del XVIII secolo, quando l’idea che la politica dovesse essere guidata dai lumi della Ragione era in ascesa, non aveva dubbi sulla strada da intraprendere: un percorso di riforme, guidate dalla chiara comprensione di ciò che è necessario per la felicità generale. Beccaria immaginava che la consapevolezza indispensabile per mettere in atto tali riforme fosse quella che «un freddo esaminatore della natura umana» potrebbe raggiungere attraverso un processo di riflessione sui bisogni fondamentali degli esseri umani, e sui requisiti di un ordine sociale equo, che cerchi di soddisfarli al massimo grado.

Questo modo di pensare, che a buon titolo possiamo descrivere come «illuminista», è ancora vivo. Sopravvive nelle opere e negli interventi di coloro che credono nella superiorità della ragione sul sentimento. La prospettiva di un «freddo esaminatore della natura umana» è necessariamente di lungo periodo. Deve considerare gli effetti delle azioni cercando di anticiparli, per quanto possibile, in modo da predisporre le misure adatte a minimizzare i costi e a massimizzare i benefici che ne conseguono. Sforzandosi di assumere una prospettiva del genere, il politico «illuminato» è portato a diffidare dell’opinione comune. Essa è soltanto il riflesso di un aggregato casuale di prospettive individuali, ciascuna presumibilmente parziale, limitata, soggettiva. Particolare, non generale, avrebbe detto Beccaria.

Questo modo di concepire la politica è destinato a entrare in tensione con la democrazia moderna. Le preferenze aggregate attraverso il voto, come ci ricorda il teorema di Arrow, sono tutt’altro che razionali. Nella sua versione mondana e imperfetta, rivelata dalle urne, la volontà generale è capricciosa, dissipatrice, totalmente assorbita dal breve periodo. Ha lo sguardo corto. Cortissimo da quando lo sviluppo tecnologico ha reso la comunicazione collettiva «nasty, brutish and short». Questa prevalenza dell’attuale rispetto al possibile viene rafforzata da diversi fenomeni culturali e sociali. La secolarizzazione, il «disincanto del mondo», che erode irrimediabilmente fedi, principi tradizionali di autorità, legami sociali. La mondializzazione dell’economia, sostenuta e rafforzata da politiche che affievoliscono la solidarietà e atrofizzano l’altruismo, riduce tacitamente la cittadinanza a qualcosa di difficilmente distinguibile da una partnership economica. Sotto questo profilo, non dovrebbe sorprendere il successo che nel nostro Paese ha avuto un movimento politico come il M5S, che sembra modellato più su un’associazione di consumatori che su un partito di massa.

Di fronte al disordine di una democrazia perennemente in balia della contingenza, il «freddo osservatore della natura umana» corre il rischio di perdersi. Si indispettisce, cede alla tentazione di redarguire il cittadino-consumatore per la sua mancanza di lungimiranza, nei momenti di esasperazione arriva persino a provare una certa nostalgia per epoche passate in cui i governanti avevano maggiore libertà perché erano meno sottoposti al giudizio e al controllo dell’opinione comune. Poco avvezzo alla ricerca del consenso, il politico «illuminato» finisce per oscillare tra due estremi altrettanto perniciosi: blandire gli elettori e castigarli per la loro immaturità. Così facendo, finisce per ampliare il solco che inevitabilmente esiste tra governati e governanti, creando le premesse per ulteriore instabilità.

C’è un modo per uscire da questa spirale? Siamo in grado di farlo in una fase di profonde tensioni economiche e sociali? Domande del genere non hanno una risposta semplice. Forse l’osservazione dovrebbe essere meno fredda. Fare uno sforzo maggiore per entrare in sintonia con la pluralità dei valori e dei bisogni degli esseri umani, accettare l’idea che questo pluralismo rende impossibile la neutralizzazione del conflitto dalle società umane. La politica non è una branca del management. Anche l’opposizione tra sguardo lungo e corto andrebbe ripensata. Se è vero che non è possibile soddisfare le pretese di tutti allo stesso tempo, è altrettanto vero che l’ordine sociale richiede un robusto tasso di condivisione e cooperazione spontanea, incompatibile con il differimento illimitato della soddisfazione dei bisogni di larghe fasce della popolazione. L’equità non è solo un imperativo morale, è anche un requisito di stabilità sociale. Bisogna riaprire il cantiere dell’immaginazione politica, liberandolo dai materiali di risulta che impediscono di avere uno sguardo d’insieme: provare ad essere al tempo stesso riformisti e radicali.