Rivista il mulino

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Negli ultimi due mesi l’attenzione dell’opinione pubblica è stata catturata dalle conseguenze del risultato elettorale del 4 marzo e dalla ricerca di una maggioranza credibile per dare un governo al Paese. Questa focalizzazione sul «che fare» ha sospinto ai margini una questione centrale per una sana dialettica democratica, quella del destino del Partito democratico. Questione sensibile per chi è attento alla cultura riformista: il lavoro «sul campo» fatto con il nostro Viaggio in Italia ci ha consegnato i segnali di un cambiamento, sempre più accentuato, del clima politico a partire dal referendum del 2016. La sfiducia crescente nei confronti del Pd, anche nelle zone in cui tradizionalmente era più forte, si esprimeva talvolta con toni di aperta ostilità, soprattutto nelle aree e tra i ceti sociali colpiti più duramente dalla crisi iniziata nel 2008. La sconfitta era nell’aria, e non ci ha sorpreso. Non ci aspettavamo, tuttavia, una disfatta così pesante della formazione politica che negli ultimi anni era diventata il perno della stabilità dei governi succedutisi alla guida del Paese. Un risultato negativo che il gruppo dirigente del partito – e in particolare il segretario, Matteo Renzi – è apparso del tutto impreparato ad affrontare. L’incapacità di fare i conti in modo costruttivo con la sconfitta ha relegato in una posizione marginale, di reazione all’agenda politica dettata dai vincitori, quella che, almeno sulla carta, rimane la seconda forza politica italiana. L’ampia riflessione di Carlo Trigilia con cui si apre questo numero affronta in maniera diretta, e senza ipocrisie, la questione della profonda crisi di rappresentanza del Partito democratico. Da una sconfitta così grave non si esce soltanto attraverso qualche astuta e spregiudicata manovra tattica, magari accompagnata da nuove strategie di comunicazione. Occorre ripartire dai territori, dai luoghi e dai contesti in cui ha preso forma il nuovo senso comune di un Paese disorientato, che ha paura del futuro, che è disposto a credere anche alle promesse più vaghe pur di sentirsi protetto da un mondo che fatica a comprendere.

Anche se il peggio della crisi economica fosse alle nostre spalle, come credono alcuni, dobbiamo guardarci dalle illusioni di quella che Timothy Snyder ha chiamato «la politica dell’inevitabilità». La storia non ha un libretto, non si svolge come un progresso inarrestabile verso la stabilità e il benessere. Al contrario, ciò che la crisi ci ha insegnato è che l’equilibrio su cui si è retta la breve stagione di pace e di prosperità che l’Europa ha conosciuto dopo la caduta del Muro di Berlino ha lasciato il posto a una situazione caratterizzata dalle tensioni e dai conflitti di una società internazionale multipolare, in cui il modello occidentale di collaborazione virtuosa tra democrazia e capitalismo viene messo in discussione in modo sempre più deciso. Non c’è una Terza Via, e forse non c’è mai stata. I riformisti devono liberarsi dalla pericolosa illusione di essere sempre dalla parte di chi è destinato dalla necessità storica a vincere. Sotto questo profilo l’evento più significativo degli ultimi mesi non sono certo le elezioni italiane, ma la modifica della Costituzione della Repubblica popolare cinese, che ha cancellato la speranza che quella che si avvia a essere la prima economia mondiale fosse pronta a seguire la strada dell’evoluzione verso una forma di governo sempre più aperta e democratica, secondo il modello europeo. Oggi a essere messo in questione non è più soltanto il «compromesso socialdemocratico» tra capitale e lavoro dipendente, travolto dalle trasformazioni della tecnologia e dell’economia, ma la stessa democrazia liberale. Che molti, e non solo a Pechino o a Mosca, considerano inadatta alle sfide della globalizzazione. In questa situazione c’è in gioco molto di più del destino di un partito o di un gruppo di dirigenti. A essere in pericolo sono gli stessi valori di libertà, eguaglianza ed equità che costituiscono l’eredità più duratura della modernità politica.

L’incertezza regna sovrana, e nessuno può affermare in buona fede di avere la ricetta per venir fuori da questo smarrimento, molto più grave e pregno di conseguenze di una pur durissima recessione. Nei prossimi anni avremo bisogno di una classe dirigente che sappia tenere insieme la lucidità del realismo e la generosità dell’idealismo. Che non si lasci andare alla tentazione di assecondare le paure dell’elettorato, o di blandirlo nella speranza di guadagnare tempo. Dobbiamo abituarci a pensare alle nostre democrazie come a imbarcazioni che solcano un mare in tempesta, con nessuna opportunità di raggiungere un porto sicuro in cui riparare i danni. Ogni nuova falla dello scafo andrà chiusa con i materiali a disposizione, aguzzando l’ingegno per fare il meglio con il poco che c’è a portata di mano.