Rivista il mulino

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Il termine individuum nasce nell’ambito della filosofia scolastica medievale ed è il calco del greco atomos, indivisibile. In realtà, nessun individuo è mai stato una monade senza porte e finestre, uno e indivisibile secondo la fede religiosa nell’anima immortale, capace di sopravvivere alla dissoluzione del corpo, e il modello filosofico della sostanza indissolubile.

Ognuno è ovviamente rimasto sempre interfacciato agli altri e al mondo esterno: come nei nastri di Möbius della topologia, la dimensione pubblica e quella privata si sono, sempre, scambiate, sebbene a diversa intensità e velocità. Oggi, tuttavia, per circa cinque miliardi di persone tale interscambio è enormemente aumentato. L’individuo è così divenuto un frequentato crocevia di messaggi, che lo tengono, in tempo reale, virtualmente sempre connesso a una fitta rete di relazioni. Questa gli consente non solo di rinsaldare i legami affettivi o di curare i propri interessi, ma anche di aggiornare i propri impegni e programmi e, soprattutto, di puntellare la propria identità attraverso una serie di successivi riposizionamenti.

Già la radio e la televisione, ma, più recentemente, Internet e i nuovi media rendono più fitti e continui i rapporti tra le persone (magari più sbrigativi o superficiali, privi come sono del valore aggiunto dei toni emotivi e delle sfumature dovute alla presenza fisica degli interlocutori). Specie tra le giovani generazioni, il numero dei contatti si è, infatti, talmente inflazionato che in Facebook vi sono ragazzi che si vantano di aver «chiesto e ottenuto l’amicizia» di centinaia di sconosciuti, senza tener conto che l’amicizia è selettiva: «Tanti amici, nessun amico».

Eppure, grazie a radio, televisione, Internet e nuovi media, ciascuno, seguendoli come ascoltatore o telespettatore, ma – soprattutto – inserendosi nei social network, può partecipare più da vicino alle vite degli altri e, talvolta, condividerle. Riesce per loro tramite a superare gli inevitabili limiti storici e geografici dell’esistenza individuale e a uscire dalla chiusura in se stesso, aprendosi alle indefinite possibilità dell’esistenza. Con il diffondersi dei mezzi audiovisivi e degli strumenti di reciproca comunicazione a distanza, utilizzabili anche da chi non sa né leggere né scrivere, il repertorio delle vite parallele arriva alla portata di innumerevoli uomini, donne e bambini, di cui trasforma i modi di percepire, di pensare e di agire.

Ci sarebbe da chiedersi in che misura le attuali dinamiche della globalizzazione incidano nel contaminare gli immaginari e l’effettiva condotta di interi popoli, nello sceneggiare diversamente le aspettative della vita di ciascuno e nel creare comunità virtuali: i global bywatchers della Cnn, la rete delle persone connesse attraverso Facebook, Linkedin o Twitter, gli emigranti di un determinato Paese sparsi per il mondo che pure restano in contatto tra loro mediante riviste, centri culturali, e-mail o Skype e spediscono in patria parte dei loro guadagni attraverso la Western Union.

Le distanze sono state azzerate e il tempo compresso. Le barriere protettive «colonizzate»

Sulla strutturazione del sé incidono potentemente i cellulari, Internet, Skype, Facetime, Facebook, Instagram o Twitter, in quanto fino a poco tempo fa gli strumenti di comunicazione (libri, lettere, telegrafo, film, radio, televisione) erano, con l’eccezione del telefono, sostanzialmente monologici o a risposta differita, mentre i nuovi mezzi sono dialogici e mettono istantaneamente e, in alcuni casi, visivamente in rapporto tra loro persone geograficamente lontane.

Le distanze sono state azzerate e il tempo compresso. Le barriere protettive, come la casa, che tenevano ciascuno chiuso in un guscio di intimità sono state penetrate e «colonizzate» dalla radio prima e dalla televisione poi (apparecchi che non sono tuttavia interattivi). La sfera privata e quella politica cessano così progressivamente di essere relativamente separate. Le pareti domestiche diventano «porose» e il mondo e la politica entrano prepotentemente all’interno delle abitazioni. Ciò è accaduto, dapprima, attraverso la «radio circolare», quella che dal 1922 non trasmette più da un’unica stazione emittente a un’unica ricevente secondo il sistema «bilocale», in seguito, in misura massiccia, per mezzo della televisione.

Se la casa diventa la serra in cui si forza il consenso, la politica non è a sua volta addomesticata?

Tutti ci siamo accorti della caduta del muro di Berlino, ma nessuno si è accorto della caduta delle pareti domestiche, mentre prima persino Hobbes aveva considerato la soglia di casa quale linea divisoria invalicabile tra spazio pubblico e spazio privato. Entro le pareti domestiche neppure il sovrano assoluto può, infatti, sostituire il pater familias. Con la radio, ma ancor più con la televisione, il mondo, appunto, entra in casa. Anche per loro effetto, tutti coloro che facevano parte dell’oikos tradizionale, donne, bambini e oggi diremmo anche pensionati e casalinghe – un tempo sostanzialmente sottratti alle influenze della politica – diventano ora più permeabili a essa. Nella luce d’acquario del piccolo schermo non contano più i programmi o gli ideali, ma la capacità oratoria del politico, che deve essere in grado di concentrare in pochi minuti e rendere seducenti gli effetti del suo discorso di pochi minuti, mediante la semplificazione e la simpatia, senza soffermarsi in programmi maggiormente corposi e dettagliati.

Nella terza edizione (1919) delle Riflessioni sulla violenza (ed. it. Bur, 1997), Georges Sorel aveva paragonato Lenin a Pietro il grande, che aveva «forzato» il consenso, nello stesso senso in cui i giardinieri forzano i pomodori o i peperoni a crescere velocemente in serra. Se la casa diventa così la serra in cui si forza il consenso, la politica non è stata, a sua volta, «addomesticata», anche in senso letterale?

Per i giovani la radio e la televisione hanno perduto importanza e sono attualmente i mezzi interattivi, specie Internet e i social network, a rappresentare l’incubatrice o la nuova serra della politica, i «siti» dove il consenso non viene assegnato e distribuito con i mezzi tradizionali (da governo, partiti, giornali, manifestazioni di piazza), ma viene, appunto, forzato, drogato. Questo, almeno, a uso «esterno», in quanto politica ufficiale, mentre la politica ufficiosa, che agisce dietro le quinte, confessa talvolta, con più sobria consapevolezza, di non poter esser all’altezza degli immani compiti cui è attualmente chiamata, di non avere sufficienti risorse, non solo materiali ma anche simboliche, per poter procedere attraverso argomentazioni razionali.

Per toccare un tema molto discusso, ha avuto ragione Giovanni Sartori (Homo videns: televisione e post-pensiero, Laterza, 1997) nel sostenere che stiamo vivendo un mutamento antropologico – dall’homo sapiens all’homo videns – in cui il primato dell’immagine atrofizza il pensiero astratto, così che gli ideali democratici di eguaglianza e libertà appaiono a molti vuoti o sfuocati? Il primato delle immagini, seppure non metodicamente così strutturato, esisteva in epoche in cui gli illetterati erano maggioranza (si ricordino le cattedrali del medioevo come «bibbie di pietra»), così come frequente, e persino normale, è stato nel corso della storia umana l’ottundersi periodico dello spirito critico. Quello che oggi colpisce è, semmai, da un lato, lo spreco di intelligenza, la sproporzione tra le possibilità offerte dalla tecnica e dalla scolarizzazione moderne e, dall’altro, il deperimento del senso comune diffuso, che tende ad appiattirsi, raggiungendo talvolta incredibili livelli di credulità.

Sul piano della comunicazione interpersonale e della politica mutano mentalità e pratiche quotidiane

Sul piano della comunicazione interpersonale e della politica mutano in tal modo la mentalità e le pratiche quotidiane dei cittadini e, assieme a esse, si trasforma la grana dell’identità personale. Anche i desideri dei singoli si intrecciano in «catene di seta», resistenti quanto quelle di ferro, per informarli, farli discutere, persuaderli, orientarli, ma anche condizionarli e manipolarli.

Molti hanno la sensazione che in democrazia la politica si sia svuotata dall’interno tanto delle sue motivazioni razionali, quanto delle sue passioni civili. Non resterebbe altro che il guscio della spettacolarità riempito da un’emotività povera di contenuti. Con l’ampia diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, colpisce l’apparente incongruenza per cui nei sistemi parlamentari e nell’«età dei diritti», la democrazia sembra servirsi sempre di più delle stesse armi di simulazione e dissimulazione «disonesta» usate dai regimi totalitari.

Certo, la dose di violenza fisica utilizzata per far credere ed eventualmente obbedire è generalmente modesta o nulla, ma quella di seduzione, di adescamento e di inganno non è forse divenuta più sofisticata ed efficace? E i cittadini non sono sempre più frastornati da un eccesso di informazione ed esaltati da una partecipazione mimata alla vita politica che assomiglia più al «tifo» per una squadra di calcio o al divismo per un eroe del tempo libero che non alla conoscenza ragionata e appassionata nella ricerca di soluzioni ai problemi da affrontare?

Si può dire, parafrasando il Michestaedter de La persuasione e la retorica (Adelphi, nuova ed. 1982), che nelle attuali democrazie – che stanno subendo una deriva verso il populismo – si tende sempre più a passare dalla «persuasione», basata sul discorso razionale, alla «rettorica» (con le due t di Michestaedter)? Non che in passato tale tipo di «rettorica» non sia mai stato usato, che la demagogia o i sofismi siano invenzioni recenti. Sono però il taglio e i mezzi di comunicazione a essere profondamente mutati, anche sotto il profilo tecnico, a essere diventati estremamente sofisticati e a ingaggiare giganteschi apparati di informazione disinformazione.

Esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito e come «cane da guardia» del potere?

La verità è oggi insidiata da quelli che nell’entourage di Trump si chiamano «fatti alternativi», perché viviamo – è un’espressione che si sta affermando – nell’epoca della post-verità. Esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito basato su un serio confronto di idee o di posizioni, come «cane da guardia» del potere? O non è anch’essa diventata una fictio, una costruzione capillarmente e scientificamente organizzata di una realtà parallela? E questo non avviene già, a monte, attraverso matrici di idee ed emozioni preconfezionate, e, in seguito, mediante il loro ritocco e aggiornamento continuo, che produce un mutevole «clima di opinione»? E i cittadini non sono orientati anche attraverso una politica di annunci cui non segue alcuna effettiva attuazione, anche perché la politica non è più capace di operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori, gestire le frustrazioni e lavorare sul registro dell’immaginario (paura e speranza), visto che i reali decisori sono élite economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità nei confronti dei cittadini?

Occorre, inoltre, chiedersi se la democrazia esista ancora o non si viva già nell’età della post-democrazia, che assume il volto del populismo, della smobilitazione e dell’infantilizzazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare, spesso paralizzata da paure diffuse ad arte. Con il loro tasso di insicurezza e di complementare bisogno di rassicurazione e di protezione, tutti questi fattori rendono gli individui meno razionali e creano uno stato d’animo di allerta mista a rassegnazione.

Nei meccanismi di protezione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in narrazioni che si sovrappongono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono.