Rivista il mulino

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«Piove, governo ladro». Mai celia popolare è stata più attuale e veridica: il territorio frana, si allaga, degrada e le politiche pubbliche latitano – o, se intervengono, generano ancor più guasti quando, con perfida sistematicità, sconfinano nell’illegale. Un panorama dolente quello italiano, bersagliato da eventi calamitosi portatori di danni e lutti, di frequenza e portata eccezionale, etichettati come «naturali» e perciò fatalisticamente ascritti all’infausto destino di una geo-morfologia fragile e di un regime climatico in mutamento. Catastrofi che una più saggia attenzione agli equilibri ecosistemici e alla prevenzione potrebbe nella maggior parte dei casi evitare, o comunque mitigare. Ma una subdola assuefazione all’estetica del dramma, cifra semiotica del nostro tempo, allontana la riflessione sulle cause, in quest’epoca barocca che sopperisce alla mancanza di etica con la ridondanza delle narrazioni.

Non è mia intenzione affrontare il versante giudiziario del caos in cui versa il nostro territorio, benché ricchissimo di casi e di documenti processuali, anche se sarebbe interessante prima o poi tracciare una geografia dei riflessi spaziali del potere corruttivo, una perversa pianificazione a rovescio, implicita, i cui esiti appesantiscono le disfunzionalità e i disagi dei nostri sistemi urbani e infrastrutturali, che dovrebbero invece costituire la nervatura a supporto dell’efficienza, dello sviluppo e della qualità del vivere.

Da bene comune a terra di conquista, materia grezza da mettere a valore

Mi fermerò alle cause esplicite, ossia alle logiche che, negli ultimi trent’anni, hanno deciso la dilatazione insediativa e l’organizzazione del territorio. Anche così dovremo comunque constatare come si sia trattato di ragioni inquinate da scarsa lungimiranza, subalterne a un’idea di crescita sbilanciata verso il settore delle costruzioni e il consumo di suolo che ne è derivato, in cui la rendita immobiliare, per sua natura improduttiva, ha fatto da padrona. Quando la bolla è esplosa, nel 2007 negli Stati Uniti e l’anno dopo in Europa, i migliori analisti (penso a Nomisma e Cresme) già avvertivano dell’esaurimento di un ciclo, della saturazione della domanda e dei pericoli insiti in un percorso speculativo che in Italia aveva visto aumentare i valori delle costruzioni di più del 60% soltanto nell’ultimo decennio. Ma l’euforia dell’investimento immobiliare aveva contagiato a tal punto la società italiana, per mentalità già orientata al «mattone», che solo la stasi del mercato – ma siamo agli anni più recenti – ha fermato la corsa alle edificazioni, ora dirottata sulle Grandi Opere, nuovo vessillo della crescita ed ennesimo capitolo dello sfruttamento del territorio. Opere intese unicamente come sbocco per capitali finanziari in cerca di remunerazione e non come momento per attrezzarsi e aumentare l’efficienza; opere, le cui localizzazioni il più delle volte sono frutto di pressioni, corruzioni, cordate sotterranee incalzanti, in barba a qualsivoglia pianificazione. Non a caso lo Sblocca Italia (decreto legge 12 settembre 2014, n. 133) si regge sul principio della deroga, che a sua volta, per aggirare la normativa vigente, poggia su un’interpretazione lasca e contorta del concetto di «interesse pubblico», talmente dilatata da coprire ogni possibile opzione purché costruttivista. Dispositivi la cui ambiguità sembra fatta apposta per incentivare pratiche scorrette.

Un contesto in cui lo spazio della nostra sussistenza è diventato terra di conquista, materia grezza da mettere a valore, un’appropriazione su cui gli abitanti non hanno voce – non c’è luogo che non abbia un comitato di cittadini che protesta per decisioni calate dall’alto che ledono gli ecosistemi o denuncia gli effetti negativi di opere inutili, sbagliate oppure iniziate e mai completate. Un arrembaggio che calpesta la territorialità, quell’insieme composito e stratificato in cui culture locali, consuetudini di vita e modelli di sviluppo hanno sedimentato le combinazioni geografiche ed economiche su cui si fonda il nostro vivere. Frutto delle generazioni e delle loro dialettiche e dunque bene comune per eccellenza.

Un processo di predazione dei patrimoni territoriali avviato con il boom industriale, ma che nell’ultimo trentennio, da quando le rendite immobiliare e finanziaria hanno predominato sugli investimenti produttivi, ha conosciuto ritmi e intensità straordinari. La cui responsabilità non sta in capo solo ai grandi speculatori avidi e corrotti, promotori delle operazioni immobiliari franate in crack colossali già prima dell’esplosione della bolla (i famosi «furbetti del quartierino»), ma vede coinvolta, per ragioni diverse, l’intera società. Nell’immaginario collettivo italiano la casa di proprietà rappresenta un obiettivo, anche come espressione di status, perseguito a costo di sacrifici e indebitamenti. In Italia la maggior parte dei residenti ha la casa in proprietà, a cui si aggiungono seconde, terze, ennesime case acquistate come forma di investimento di fronte a rivalutazioni e rendimenti che, prima della crisi e dei recenti aggravi tributari, erano molto elevati.

Una propensione favorita in quella fase dal facile accesso al credito, in cui le banche hanno svolto un ruolo decisivo, sia a supporto e copertura delle grandi imprese, sia nei confronti dei piccoli investitori, a cui sono stati elargiti mutui anche quando le garanzie offerte non erano consone; al punto che nei bilanci degli istituti ora figura un patrimonio immobiliare svalutato e ingombrante esito di pignoramenti. Che si aggiunge al tanto nuovo invenduto inutilizzato.

Una mentalità rafforzata dalle politiche nazionali attraverso condoni, incentivi, premialità o anche indirettamente, com’è stato ad esempio con le misure fiscali di detassazione degli utili reinvestiti che hanno fatto spuntare come funghi capannoni da subito inutilizzati. Tutto ciò in base all’assioma che l’edilizia sia la miglior leva della crescita, un pregiudizio che tuttora perdura benché smentito da una congiuntura che ne ha punito gli eccessi e mostrato i risvolti controproducenti.

Una fiducia condivisa e con vigore applicata dagli enti locali che, stretti nelle morse dei tagli di bilancio, sono (stati?) paladini dell’urbanizzazione, i cui oneri rappresentavano un’entrata per le loro casse esangui, e tuttora faticano ad abbandonare la speranza che l’edilizia possa riprende ai vecchi ritmi e rimandano la revisione di previsioni fortemente sovrastimate oggi irrealistiche.

Un calderone di consensi che comprende anche i proprietari dei terreni, disposti a far carte false – e non è un’iperbole come ben sappiamo – pur di inserire i propri lotti nei piani di espansione e che ora, nella stasi del mercato, chiedono la cancellazione dell’edificabilità per evitare le imposte immobiliari. Un tira e molla poco dignitoso, mi pare, per l’ente pubblico ridotto a ruolo notarile di decisioni pilotate dai privati.

Un insieme intrecciato di comportamenti che hanno proliferato nella generale atmosfera di rifiuto del congestionamento, dell’anomia e dei costi del vivere urbano che si diffonde nella società a partire dagli anni Settanta e propone come contraltare l’idealtipo di una campagna bucolica, paradiso ecologico e illusione di socialità. Un progetto destinato ad attualizzarsi nelle villette a schiera e nei palazzoni della periferia infinita, che hanno moltiplicato la mobilità, l’inquinamento e i costi – sociali ed economici, individuali e pubblici. Sicché il sogno agreste e le sue innocenti aspirazioni ecologiste, cavalcati dalle complicità speculative, figurano come paradossali correi dello sprawl e dello scempio perpetrato ai danni del mondo rurale.

Da tutte le parti (finalmente) si grida che bisogna fermare il consumo di suolo, ma non si va oltre gli slogan

Ora sotto il cielo frantumato dell’orgia edilizia regna grande confusione e benché da tutte le parti (finalmente) si gridi che bisogna fermare il consumo di suolo, non si va oltre gli slogan, le direzioni in cui muoversi non sono chiare mentre i cocci del disastro diventano più aguzzi ogni volta che piove. Il territorio, martoriato dal cemento e dall’asfalto, è entrato in squilibrio, non è più in grado di reggere le dinamiche naturali.

«Con suolo – spiega in maniera sintetica ed efficace la Commissione europea (Com., 2006/231) – s’intende lo strato superiore della crosta terrestre, costituito da componenti minerali, organici, acqua, aria e organismi viventi. Rappresenta l’interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera. Visti i tempi estremamente lunghi di formazione del suolo, si può ritenere che esso sia una risorsa sostanzialmente non rinnovabile. Il suolo ci fornisce cibo, biomassa e materie prime; funge da piattaforma per lo svolgimento delle attività umane; è un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale e svolge un ruolo fondamentale come habitat e pool genico. Nel suolo vengono stoccate, filtrate e trasformate molte sostanze, tra le quali l’acqua, i nutrienti e il carbonio […] Per l’importanza che rivestono sotto il profilo socioeconomico e ambientale, tutte queste funzioni devono pertanto essere tutelate».

Un manto che svolge dunque una funzione complessa di regolatore ecosistemico e, sul ciclo delle acque, di spugna e filtro. La rimozione o la copertura del suolo interferisce in maniera diretta con la tenuta idrogeologica del territorio sia a causa dell’impermeabilizzazione sia della mancata manutenzione delle campagne che l’urbanizzazione ha indotto. Gli effetti congiunti di questi fattori, e l’assenza di interventi preventivi, portano al dissesto. Un termine con cui si intendono fenomeni diversi innescati dall’azione delle acque: da una parte, quelle che producono erosione superficiale e contemporaneamente si infiltrano nei sottosuoli facendo smottare i terreni e si traducono in frane. Dall’altra, il mancato assorbimento delle acque piovane a causa delle superfici impermeabilizzate e all’assenza di manutenzione del reticolo di sgrondo, che porta a incapacità di deflusso, esondazioni e alluvioni.

Ci si accanisce contro le nutrie, invece di indagare sulle responsabilità politiche e sociali

Il suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro, o circa 400 mm di precipitazioni (un metro cubo di suolo può infatti trattenere tra 100 e 300 litri di acqua). Assorbimento che riduce la portata delle acque e ne frena lo scorrimento, mentre nelle aree urbanizzate l’impermeabilizzazione impedisce la penetrazione nel sottosuolo, con un grave impatto sulla quantità e qualità delle acque nelle falde. Negli agglomerati urbani le risorse idriche sono da tempo carenti, il ricarico delle falde viene infatti impedito dalle coperture mentre le acque piovane vengono smaltite e allontanate attraverso il sistema fognario. La ridotta capacità di rigenerazione delle acque dolci costringe perciò a trasportarle da aree più distanti o a estrarre più in profondità, con conseguenze di costi, dispersioni e subsidenza. Viene inoltre a mancare la funzione di filtro, che consente la formazione di acqua depurata la cui trasformazione in acqua potabile comporta l’impiego di tecniche e sostanze meno costose e nocive di quelle utilizzate per purificare e potabilizzare le acque di fiume che alimentano i nostri rubinetti.

I micro-reticoli idraulici, fossi e canaletti di scolo, difendono i terreni dallo scorrimento a spaglio, dunque dal dilavamento e dall’erosione, e rappresentano l’impalco dei paesaggi rurali. Il loro mantenimento esige un lavoro costante di pulizia, escavo dei materiali depositati, eliminazione della vegetazione spontanea e di ogni tipo di ostacolo che possa limitare il deflusso. Attività che, a causa dell’abbandono delle attività agricole e per insipienza, vengono trascurate. Così, mentre nei pendii le acque cancellano le campiture, erodono i terreni e portano a un disordine preludio di smottamenti e frane, in pianura i fiumi non più dragati corrono soprelevati sul piano di campagna, incanalati in argini sempre più alti quanto più pericolosi.

Le immagini che ci arrivano di questi eventi sono esplicative: grovigli di tronchi, rami, arbusti e detriti di ogni sorta che si accumulano contro i ponti sino a fare diga, impediscono il deflusso e costringono le acque a tracimare. Oppure tombature troppo anguste – pensiamo a Genova – che, vuoi per la portata aumentata, vuoi per le frantumaglie trascinate dal fiume in piena, diventano esigui imbuti incapaci di smaltire i flussi. I media preferiscono però enfatizzare lo spettacolo tragico delle «bombe d’acqua» o si accaniscono contro le nutrie, invece di indagare sulle responsabilità politiche e sociali.

Le questioni da affrontare a questo riguardo sono diverse: da un canto capire se e come si possono evitare o almeno contenere le cosiddette catastrofi ambientali, dall’altro quanto ci costano.

La presunzione di controllare la natura e costringere le acque si è consorziata con l’avidità speculativa

Trent’anni fa, nel lontano 1985, viene varata una legge, nota con il nome del proponente, Galasso, che interviene in una situazione normativa di forte arretratezza introducendo una serie di parametri, poi ripresi e ribaditi dal Codice Urbani (2004/2008), che se applicati avrebbero consentito da una parte di salvaguardare i costrutti paesaggistici, dall’altra, ed è su questo che voglio fermare l’attenzione, di evitare le conseguenze più disastrose dei movimenti delle acque. Suggerisce infatti alle regioni, cui viene affidato il compito della traduzione in piani, di sottoporre a «vincolo» aree che sono invece state travolte dall’edificazione selvaggia degli anni successivi: «a) i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare; b) i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi; c) i fiumi, i torrenti ed i corsi d’acqua […] e le relative sponde o piede degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna» (art. 1 legge 8 agosto 1985, n. 431). Analoghe disposizioni vengono formulate per le aree vulcaniche.

Insomma si sarebbero potute evitare molte delle sciagure che affliggono l’Italia. La presunzione umana di controllare la natura e costringere le acque si è consorziata con l’avidità speculativa, ha edificato a ridosso dei fiumi e sulle dune costiere dopo averle spianate, ma si scontra con la fisica dei fatti ambientali e la loro forza. Se la legge Galasso fosse stata applicata avremmo potuto evitare i danni in aree su cui si sarebbero dovuti imporre vincoli. Le regioni ne avevano la potestà, non tutte lo hanno fatto e in ogni caso hanno interpretato la legge in maniera difforme.

Le fasce costiere sono uno degli ambiti preferiti dalla cementificazione. Quasi il 14% del territorio consumato è relativo a spiagge e dune. Un cordone quasi continuo di edificato, mediamente 540 edifici per kmq, di cui 103 per kmq costruiti dopo il 1981 (Istat) che, secondo il monitoraggio campionario di Legambiente del 2013, copre in media circa il 55% della linea costiera, con punte superiori al 60% in Lazio e Abruzzo e di poco inferiori in Emilia-Romagna (58%) e Sicilia (57,7%). L’area tirrenica mostra i dati più allarmanti rispetto a quella adriatica con quasi 120 km tra il 1988 e il 2011 cancellati dal cemento. Malgrado la legge Galasso i tratti più accessibili e suggestivi delle coste italiane sono stati edificati.

Ma in Italia si preferisce gridare alla calamità naturale ogni volta che frana un lembo di collina o un brano di costa, il mare riconquista il proprio spazio e deposita fanghiglia sabbiosa negli edifici che hanno sostituito le dune, un fiume esonda e porta con sé uomini e cose, quando un vulcano che si sa attivo erutta e travolge abitazioni costruite illegittimamente.

Altro capitolo importante è quello delle frane, un fenomeno anch’esso ingigantito dalla mancanza di cura del territorio e di manutenzione idraulica. L’Italia è uno dei paesi europei più colpito da fenomeni franosi, su 700.000 frane censite in Europa ben 500.000 si sono verificate in Italia, un dato abnorme pur nella singolarità della nostra configurazione orografica. Solo negli ultimi sei anni gravi eventi di frana hanno causato vittime e ingenti danni a centri abitati e infrastrutture, ad esempio nel 2014 a Roma; nel 2013 nelle province di Parma e Reggio Emilia; nel 2012 nell’Alta Valle dell’Isarco (Bz); nel 2011 alle Cinque Terre, Val di Vara (Sp) e Lunigiana (Ms); nel 2010 a Massa (Ms), a Merano (Bz), a Montaguto (Av), a Maierato (Vv) e a San Fratello (Me); nel 2009 a Giampilieri (Me) e a Borca di Cadore (Bl). Nel solo 2014 gli eventi franosi principali sono stati 211 e hanno causato 14 vittime oltre a feriti, evacuati e danni (dal Rapporto sul dissesto idrogeologico, Ispra, 2015).

È pur vero che l’Italia ha una morfologia complessa e friabile, ma ciò è noto, le zone a rischio sono ben conosciute e mappate, sarebbe sufficiente non costruirci sopra: eppure, mentre lo scrivo, avverto non solo l’ovvietà, ma il comico e soprattutto l’inutilità di questa constatazione.

Anche un’altra nostra singolarità gioca a favore del dissesto: l’abusivismo, che aggiunge alle edificazioni lecite quote scandalose di costruzioni prive di permesso, che nel Sud sono stimate intorno al 30% di quelle autorizzate (con punte del 50% in Campania, del 35% in Calabria, Basilicata e Molise), nel Centro al 10% e nel Nord al 5% (Cresme).

Da ultimo, voglio affrontare il tema dei costi diretti del dissesto idrogeologico. Disponiamo di dati che sono per certo sottostimati, tanto più che contabilizzano solo i danni alle cose, non riescono a tener conto di sottrazioni di altra natura come le vite umane, il senso di spaesamento e insicurezza di chi ne è vittima e perde affetti, dimora, sede lavorativa. Per non parlare dell’assetto del territorio e dei paesaggi.

Le aree a elevata criticità idrogeologica rappresentano il 10% circa della superficie totale (29.000 kmq) e coinvolgono quasi 6 milioni di persone e 1,6 milioni di edifici distribuiti nell’89% dei comuni. Secondo dati raccolti dal ministero dell’Ambiente, tra il 1985 e il 2001 (poi le rilevazioni si sono arrestate) si sono verificati 15.000 eventi lievi o gravi di dissesto, di cui 13.500 frane e 1.500 piene. Gli eventi gravi sono consistiti in 95 frane e 25 alluvioni e hanno provocato 970 morti.

Per gli anni successivi, 2002-2012, in assenza di dati ufficiali Cresme ha conteggiato, consultando la cronaca, 380 eventi gravi con 290 morti e un coinvolgimento di feriti e sfollati che, comprendendo anche gli eventi minori, sale a 23.000 persone.

Una situazione drammatica, che si è tradotta in danni monetari che, per il periodo tra il 1944 e il 2012, vengono stimati intorno ai 61 miliardi di euro. Un’altra fonte, la Protezione civile, indica in 1,19 miliardi di euro l’anno i rimborsi alle Regioni per mutui accesi per danni da calamità.

Un quadro desolante, frutto di una visione miope e compromessa che ha inteso l’abuso di suolo come fattore di crescita e ora si trova tra le mani un Paese sfasciato, depredato delle sue ricchezze più preziose. Se in questa occasione ho puntato l’attenzione sul dissesto idrogeologico, non dobbiamo dimenticare i costi sociali ed economici della bolla immobiliare, lo scempio dei paesaggi, l’aggressione all’agricoltura. Danni pesanti dal punto di vista materiale e tanto più sotto il profilo culturale e simbolico, che hanno intaccato la territorialità, quell’equilibro delicato di fattori capace di generare sviluppo e qualità del vivere.

Finalmente ne affiora la consapevolezza ed è sperabile che presto si riescano a impostare politiche del territorio più riguardose e ragionevoli. Il cammino è lungo – e complicato dalla propensione ad aggirare gli ostacoli producendo guasti ancor più rilevanti. I temi della rigenerazione e della riqualificazione sono alla ribalta della scena, si tratta di riuscire a tradurli in prassi di maggiore equità, in cui lo spazio pubblico e la giustizia sociale acquistino considerazione.