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Nell’ottobre 2011 la Corte di Giustizia europea ha bocciato una domanda di brevetto presentata da un ricercatore tedesco, Oliver Brüstle, relativa all’uso terapeutico di cellule staminali di embrioni umani (Cseu): la motivazione risiede nell’offesa «all’ordine pubblico e al buon costume» causata dallo sfruttamento commerciale di procedure che portano alla distruzione degli embrioni utilizzati.

Le diverse convinzioni alla base delle posizioni della Corte e del ricercatore, riconducibili al dualismo «scienza-fede», spesso degenerano in aspri contrasti. Nel suo complesso il mondo tecnico-scientifico, convinto che i brevetti vadano incoraggiati in quanto proteggono la proprietà intellettuale e attirano finanziamenti privati, ha criticato la decisione della Corte. Consensi sono invece arrivati dal mondo etico-umanistico: a parte i possibili usi, quei brevetti favorirebbero procedure immorali e quindi condannabili. Alla base del contrasto vi sono due diverse visioni dell’uomo: la scienza lo considera come «un» prodotto dell’evoluzione biologica; la fede come «il» prodotto di un disegno superiore, o almeno di un processo unico ed eccezionale.

La nostra discussione riguarderà il valore della persona umana nei suoi diversi stadi, i problemi associati alla fecondazione in vitro (Fiv) e ad altre tecniche riproduttive emerse di recente, come la clonazione, e infine lo statuto etico-legale degli embrioni e la liceità del loro impiego per fini non-riproduttivi.

La riproduzione umana, e la formazione dell’embrione in particolare, è un processo tutt’altro che semplice e, forse anche per questo, dolorosamente inefficiente. Inizia con la fusione dei due gameti, ovulo e spermatozoo, ma in media solo una volta su cinque questa porta a una nascita; negli altri quattro casi il «concepito» viene perso all’inizio della gestazione all’insaputa della stessa madre. Superati gli ostacoli iniziali, lo sviluppo dell’embrione in vivo procede nel buio confortante dell’utero materno, di norma senza troppi ostacoli.

Fecondazione e fase iniziale dello sviluppo embrionale sono visualizzabili grazie alla messa a punto della Fiv, operata dagli inglesi Robert Edwards e Patrick Steptoe. Il primo bebè a uscire da una provetta fu Louise Brown: era il 1978. Si trattò di un’impresa tanto impegnativa scientificamente quanto travagliata eticamente. Nel 2010 Edwards ha vinto il Nobel per la medicina: a Stoccolma con lui non c’era però il collega e amico Steptoe, scomparso nel 1988. Il giusto seppur tardivo riconoscimento ha suscitato commenti discordanti, quasi come la scoperta iniziale. Ma la gratitudine delle famiglie dei milioni di bambini nati da allora in tutto il mondo con la Fiv e normalmente sani vale bene un Nobel.

Embrioni prodotti in vitro e cellule staminali: agire rispettando le norme etiche

La Fiv permette di seguire la formazione dell’embrione sino al suo impianto in utero, per ora indispensabile alla sua ulteriore crescita e improrogabile oltre 5 giorni dopo la fecondazione; ma già dal terzo è possibile prelevare e usare una o due delle 10-20 cellule che compongono l’embrione pre-impianto (morula), che pare non risentirne. Questo perché già a tale stadio le sue cellule non sono tutte indispensabili per il suo ulteriore sviluppo: sarebbero funzionalmente equivalenti e intercambiabili, quindi presumibilmente dotate dello stesso genoma. Vedremo che entrambe queste affermazioni vanno riviste.

Conclusa la gestazione, un parto su cento vede nascere insieme due o più bambini: derivano dalla fecondazione contemporanea di più ovuli, sono «gemelli fraterni», tanto diversi fra loro quanto possono esserlo fratelli e sorelle nati in tempi diversi. Ma due gemelli possono anche derivare da un unico embrione, sviluppatosi da un unico ovulo fecondato (zigote): sono i gemelli monozigotici o monoovulari. All’origine vi è una suddivisione in due parti di un embrione a più cellule: il fenomeno è raro (0,3% delle nascite singole) e pare parzialmente ereditabile, per cui si ipotizza una componente genetica. La suddivisione di embrioni può essere studiata in vitro, ma su primati: nell’uomo è proibito. A oggi i numerosi tentativi di dividere a metà embrioni di scimmia non hanno funzionato.

All’inizio del 2000 venne proposto un nuovo metodo per produrre «embrioni» umani: le virgolette sono imposte dal fatto che la reale efficacia del metodo appare bassa e comunque è ignota. Si tratta della cosiddetta clonazione, che prevede il trasferimento del nucleo di una cellula qualsiasi di un individuo maturo in un ovulo: la tecnica aveva conosciuto un’enorme popolarità ai tempi della pecora Dolly (1997), ma nel giro di pochi anni era stata abbandonata per la bassa frequenza e la scarsa salute dei «cloni», come paradossalmente vennero chiamati i singoli animali derivati da un progenitore, mentre il termine «clone» dovrebbe indicare l’insieme delle «fotocopie», che il più delle volte è di poco superiore a uno. Comunque, neppure in questo caso una lunga e puntigliosa sperimentazione sui primati aveva funzionato, tanto che persino le multinazionali già protagoniste dell’avvio della tecnica, come l’americano Jackson Laboratory, abbandonarono gli studi sulla clonazione.

Un approccio sfaccettato per stabilire lo statuto giuridico dell’embrione

Ma la clonazione restava un approccio troppo reclamizzato per esser abbandonato: si crearono nuovi traguardi e si propose la clonazione «terapeutica». Gli embrioni clonati non sarebbero stati impiantati in utero, ma sarebbero stati studiati in provetta per elaborare terapie «rigenerative», previa approvazione da parte di apposite commissioni. Loro specifico obiettivo erano le cellule dette staminali: si tratta di particolari cellule progenitrici che compaiono nell’embrione pre-impianto e servono a un organismo complesso sia per avviare il differenziamento nei suoi tessuti, dal cuore al cervello, sia per assicurare una disponibilità di cellule progenitrici nel caso di sistemi a continua rigenerazione, come spermatozoi, pelle, fegato. Le staminali compaiono nell’embrione pre-impianto e persistono nell’adulto: la loro versatilità (o potenzialità) tende a decrescere nello sviluppo. Ecco perché le Cseu sono le più promettenti, ma anche le più difficili da ottenere: il loro prelievo e la successiva moltiplicazione, necessaria per fornire i grandi numeri richiesti da queste terapie, devono rispettare le norme etiche e deontologiche imposte dallo statuto giuridico dell’embrione.

La definizione dello statuto giuridico dell’embrione è una condizione preliminare a un suo eventuale uso e deve tenere conto dei fenomeni che ne caratterizzano lo sviluppo. Il suo studio può essere avviato in modo produttivo rispondendo a una domanda forse brutale: l’embrione è «una cosa» o «una persona»? L’accettazione aprioristica di una o l’altra delle due alternative porta a conclusioni insoddisfacenti: conviene cercare di elaborare un approccio più articolato e possibilmente più condivisibile.

S’è detto che l’embrione è formato dalla fusione di due cellule (spermatozoo e ovulo: i gameti): quindi di due cose, viventi e speciali, ma in realtà non necessariamente più «viventi» o «speciali» di altre cellule, dai linfociti ai neuroni, e in generale delle cellule del nostro corpo, dette «somatiche». Ne consegue che un embrione si origina da due cellule prive di un valore etico-legale, anche se non di una quotazione commerciale, peraltro controversa (esiste un commercio di gameti, così come di organi: ma ripugna parlare di valore commerciale, mentre di norma si accettano donazioni da viventi, purché non invalidanti). La fecondazione avvia un processo guidato di un programma di sviluppo non evidente nelle singole cellule di partenza, ma probabilmente attivato dalla fusione. La sua pre-esistenza per alcuni verrebbe documentata dalla partenogenesi, che però nell’uomo non ha basi scientifiche. Da «cellule umane» (cose) si genera quindi un «essere umano» (non più cosa): si inizia così un complesso percorso di differenziamento e sviluppo che porta a una «persona», e in quanto tale progressiva depositaria di diritti e doveri.

A questo gradualismo si oppone un sostanzialismo che indica la fecondazione come comparsa tout court della persona. Sono millenni che se ne discute: per gli antichi cinesi si nasceva alla fecondazione; per i romani, al parto; per san Tommaso, l’inizio della persona era l’arrivo dell’anima, 40 giorni dopo il parto per i maschi; 90 per le femmine. È una disputa che non ha soluzioni soddisfacenti per tutti, ma potrebbe concludersi in modo utile per molti. Anche grazie al fatto che la scienza ha acquisito prove sempre più convincenti a favore della gradualità dello sviluppo: l’embrione non ancora differenziato (a meno di 14 giorni) non presenta neppure i rudimenti di un sistema nervoso e non può avere nessuna sensibilità. È un essere umano ma non ancora una persona: lo diventa quando si sviluppa in un feto, cioè due mesi dopo la fecondazione, e inizia il differenziamento, anche neuronale. Capitalizzando su questo dato, in Gran Bretagna, dove la legge è più avanzata, si può sperimentare sull’embrione sino al quattordicesimo giorno: poi va soppresso.

Ne consegue che chi sostiene la liceità, utilità e quindi brevettabilità di nuovi modi di produzione delle Cseu non può non rilevare il punto debole della sentenza della Corte europea che la boccia: la mancata distinzione tra l’embrione e le sue cellule. Di qui il riconoscimento alle cellule di uno statuto e di una protezione secondo alcuni giustificabili solo per l’embrione nella sua integrità. Una protezione analoga nella motivazione, ma incrementale nella sua portata, è certamente dovuta al neonato, poi all’infante, al bambino e così via lungo il percorso della crescita. Questa valutazione gradualistica dovrebbe crescere in modo proporzionale all’investimento che via via vi fanno natura, genitori, società; oltre, ovviamente, ai ritorni che ne possono derivare agli stessi investitori. Paradigmatico è il caso dell’astrofisico inglese Stephen Hawking, da poco settantenne: affetto da una grave atrofia muscolare progressiva, ha perso l’uso di tutto il corpo, tranne che del cervello. Ciononostante da diversi decenni viene tenuto in vita con un impegno di risorse che è impensabile destinare a un embrione.

Ma restiamo agli embrioni, di per sé già carichi di problemi. Il primo è chiaro: rispetto alle cellule somatiche isolate del corpo e ai gameti (livello di base) e alla persona matura (livello massimo), dove poniamo l’asticella della liceità di interventi invasivi, o di sospensione di trattamenti o addirittura di interventi distruttivi?

Il gradualismo vige anche per le cellule: infatti le singole cellule costituenti organi diversi e a diversi stadi valgono a seconda del loro specifico contributo allo sviluppo fisico e funzionale dell’organismo, ma il loro è un valore fisio-ontologico, non etico-giuridico. Oggi sappiamo che la rimozione di 1-2 cellule da un embrione di primate a 4 cellule è quasi sempre letale; ma se rimuoviamo 1-2 cellule da un embrione pre-impianto, anche umano, allo stadio di morula (10-20 cellule) non ne compromettiamo la sopravvivenza. Lo dimostra l’analisi genetica pre-impianto: deriva da una modificazione del processo di divisione dell’embrione sopra ricordato e si è rivelata utile nel caso di rischio genetico. Si prelevano alcune delle 10-20 cellule di un embrione giunto al terzo giorno e se ne analizza il Dna alla ricerca della mutazione patologica. Se è negativa, l’embrione (decurtato, ma non compromesso) viene impiantato in utero e inizia una gravidanza normale. Se è positiva, non lo si impianta e viene affidato alla ricerca (non in Italia, dove la legge 40 lo condanna all’ergastolo nel freezer; oppure a un impianto coatto in utero).

Le cellule hanno valore diverso a seconda del loro contributo allo sviluppo dell’organismo

Questa minibiopsia potrebbe servire per fini non più solo analitico-diagnostici, ma sintetico-terapeutici. Sia chiaro che utilizzare la minibiopsia per creare un gemello dell’embrione decurtato è impensabile, almeno oggi: maggiore è il grado di sviluppo dell’organismo, minore è il danno che al soggetto potrebbe causare una pur ridotta rimozione di alcune delle sue numerose cellule. Ma anche da poche, forse, è possibile ricavarne un numero sufficiente per originare le Cseu: e senza sopprimere embrioni.

A riguardo va aggiunto che, dal 2006, è possibile trasformare geneticamente cellule somatiche di mammiferi in qualcosa di simile alle staminali: si parla di «cellule staminali pluripotenti indotte». Renderebbero superfluo il ricorso a embrioni, ma recenti sviluppi ne hanno ridimensionato la decantata potenzialità e rivelato rischi peraltro non del tutto imprevisti, soprattutto in relazione all’insorgere di neoplasie spesso associate a cellule staminali: qui non conviene andare oltre una doverosa, e speranzosa, citazione.

Ma torniamo alla sentenza della Corte. Ormai tutti o quasi gli osservatori riconoscono l’ineluttabilità della perdita di embrioni nel corso della loro formazione, in vivo o in vitro che sia: in vivo non vengono notate, a differenza di quelli in vitro. Questi ultimi pare abbiano una probabilità di sopravvivenza simile a quelli naturali, ovviamente a patto che vengano impiantati; da notare che l’impianto può essere fatto anche una decina di anni dopo il congelamento e con successo. Ma anche in assenza di impianto, gli embrioni Fiv sono preziosi: possono aiutare la ricerca sperimentale, come quella sulla «staminalità» e sulle sue eventuali applicazioni. Le Cseu, materia prima delle tanto vagheggiate terapie rigenerative, potrebbero quindi derivare da embrioni Fiv, generati con finalità riproduttive e per una serie di ragioni non utilizzati come programmato. Ma la nostra legge 40 impone che tutti gli embrioni debbano finire nell’utero di madri che poi «cristianamente» provvederebbero alla loro eliminazione via aborto, ex lege 194.

In alcuni Paesi, come la Gran Bretagna, è possibile clonare embrioni umani per trasferimento di nuclei di cellule somatiche benché, etica a parte, la loro incapacità di svilupparsi in organismi funzionali ne consigli al massimo usi sperimentali, non riproduttivi. Ma anche circa l’affidabilità terapeutica di cellule prelevate da embrioni a sviluppo problematico non mancano i dubbi, imposti dalla frequenza di disfunzioni emerse a carico di quasi tutti i mammiferi clonati, come sopra ricordato.

Resta quindi la domanda clou: è possibile ottenere colture di cellule staminali embrionali umane senza distruggere gli embrioni Fiv donatori? Quanto abbiamo sinora descritto suggerisce che l’ipotesi possa essere considerata con attenzione, mentre un segnale chiaramente positivo deriva dalla diagnosi genetica pre-impianto: la minibiopsia di cellule embrionali può aiutare a studiare la derivazione delle Cseu, senza sacrificare gli embrioni che, pur decurtati di una frazione delle loro cellule, da destinare allo studio e si spera alla produzione di Cseu, potrebbero tornare nei freezer, per uscirne in risposta a nuove esigenze riproduttive. Questa procedura potrebbe quindi portare beneficio a terzi, oltre che agli stessi embrioni. Ne segue che le domande di brevetto per protocolli terapeutici basati sulle Cseu dovrebbero essere ammesse a un approfondito esame diretto al loro merito, come ogni altra invenzione e ritrovato.

A questo punto occorre però ricordare alcuni dettagli minori ma non irrilevanti. Innanzi tutto un cenno di doverosa prudenza: parlare di Cseu come di «farmaci salvavita» è prematuro. Certo, il loro studio può e deve procedere, anche senza il sostegno delle multinazionali: il filone è promettente e l’esplorazione va incoraggiata al massimo, permettendola anche a chi abbia più idee che capitali e quindi non guardi con timore ai brevetti e ai loro costi. A questo riguardo va detto che, se le prospettive sono buone e le big pharma esitano, possono venir in aiuto fondazioni no-profit, che guarda caso in inglese si chiamano charities.

In generale la brevettazione è una difesa della proprietà intellettuale e industriale non particolarmente lodevole dal punto di vista scientifico ed etico, specie in campo biomedico. Alexander Fleming, Nobel nel 1945 per la scoperta di un farmaco davvero salvavita, la penicillina, non lo brevettò proprio per ragioni umanitarie. Un meno celebre Mr. Pembert inventò la Coca-Cola e non ne brevettò la formula, ma per altre ragioni: scommise sulla protezione del segreto industriale di fabbricazione. E vinse: quella formula segreta resiste da un secolo e mezzo e ha assicurato grossi profitti a lui e ai suoi eredi. Purtroppo i Fleming sono più rari dei Pembert: ma gli scienziati, specie quelli che operano nel biomedico, devono scegliere se servire scienza o mammona. Anche perché non è chiaro se i vantaggi derivanti da una più ampia disponibilità di finanziamenti o da una più lunga durata dei profitti, comunemente associati alla brevettazione, compensino l’inevitabile rallentamento delle ricerche causato dalla minore condivisione dei dati.

In risposta alla decisione della Corte europea da più parti si sono levate critiche sulla crescente prevalenza della protezione della proprietà intellettuale rispetto alla difesa della libera circolazione dei dati scientifici, in genere derivati da denaro pubblico e quindi in teoria destinati al benessere pubblico. Si dice che i brevetti, introdotti da artigiani veneziani diversi secoli fa, stiano al trasferimento tecnologico come la democrazia sta alla convivenza sociale: sarebbero il male minore. Anche perché dopo al massimo vent’anni scadono, con soddisfazione di tutti tranne che del titolare. E in più esistono altre forme di protezione delle invenzioni in generale: anche senza arrivare agli estremi di Fleming, sarebbe auspicabile che i ricercatori biomedici guardassero più a lui che a Pembert!

Assurdo distruggerli, pilatesco lasciarli in freezer, immorale non impiegarli nella ricerca

La comparsa di un embrione è una sorta di «Small Bang» ontologico, personale e specifico per ogni individuo. È un puzzle i cui pezzi stanno venendo assemblati grazie anche alla Fiv, che illumina eventi misteriosi sino a poco fa e ci spiega come embrioni a diversa capacità di crescita siano inevitabili, per fattori forse intrinseci alla riproduzione: le quattro fecondazioni su cinque che non funzionano e finiscono in aborti all’insaputa delle madri non devono avvenire all’insaputa della scienza. A riguardo occorre notare che, nei confronti di questa strage di innocenti voluta dalla natura, né gli operatori sanitari, né i genitori, né i pastori di anime, né i soloni della bioetica si preoccupano troppo: nessuno sano di mente arriverebbe a invocare accanimenti terapeutici per salvare embrioni chiaramente difettosi o a inscenare funerali e sepolture per embrioni non impiantati. Ora questa strage avviene di necessità anche in vitro, ma bioeticisti d’assalto non sembrano disposti ad accettarla: alcuni arrivano a chiedere che a decretare questi inevitabili fallimenti della natura non sia la scienza (la sua hybris già li infastidisce oltre misura), ma l’infelice madre, e solo dopo l’ingravidamento coatto ex lege 40.

È quindi l’insieme di più cause (la scarsa efficienza del processo riproduttivo, sia naturale sia assistito, la laboriosità della produzione simultanea di più ovuli da parte dell’aspirante madre, la difficoltà a crioconservarli, a differenza degli embrioni) che porta ai soprannumerari: evitarlo è pericoloso e ingiustificato. Opportunamente degli embrioni Fiv si impiantano i «migliori»: ne segue che i «peggiori» non possono andare avanti. Gli embrioni che in vivo verrebbero abortiti, in vitro non possono sperare in un destino migliore: continuerebbero ad avere difficoltà ad avviare una vita degna e potrebbero addirittura compromettere la salute della gestante, oltre che il benessere della famiglia e i già dissestati bilanci della sanità. È assurdo distruggerli deliberatamente, pilatesco lasciarli in freezer per l’eternità, immorale non impiegarli nella ricerca: e questo vale anche per i «soprannumerari buoni» nel rispetto di una pianificazione familiare che non può essere messa in discussione.

In Italia ci sono circa 25.000 embrioni congelati, tra soprannumerari e difettosi: altri verranno prodotti da nuove Fiv. Perché non rimuoverne poche cellule e rimetterli subito dopo in freezer? Se ne potrebbero derivare Cseu importanti per la ricerca e forse anche per la terapia: è evidente che non si può vietare la brevettazione dei relativi protocolli con la scusa che il prelievo distruggerebbe gli embrioni, comunque non gioverebbe al loro benessere e offenderebbe la morale. Perché è vero il contrario: è quindi doveroso valutare con obiettività i brevetti per un loro possibile impiego terapeutico. Bocciarli con motivazioni risultate insussistenti sarebbe un’offesa tanto al futuro benessere di molti quanto alla dignità della scienza. E un’ignara concessione a dogmatismi già rifiutati da dottori della Chiesa mille anni fa.