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Karl Kraus
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Il 12 giugno di ottant’anni fa moriva Karl Kraus, uno degli uomini di cultura più affilati e influenti espressi dal mondo di lingua tedesca nel Novecento. Ogni anniversario è, almeno in potenza, l’occasione per la riscoperta di autori di cui si è parzialmente persa memoria o, nel caso in cui il tempo non ne abbia offuscato il ricordo, per il rilancio della loro fama. Nel caso di Kraus non si è affatto certi che la ricorrenza porterà con sé, almeno nell’ambiente culturale italiano, una ripresa degli studi o l’avvio di nuove operazioni editoriali dedicate alla sua produzione. Nel nostro Paese quella dell’autore satirico viennese è stata infatti, almeno finora, una fortuna attraversata da varie ambiguità.

Al lettore italiano il nome di Kraus è divenuto familiare nel corso degli anni Settanta grazie al lavoro di mediazione promosso da intellettuali come Roberto Calasso e Cesare Cases. La pubblicazione di alcune delle sue opere principali (Detti e contraddetti, 1972; Morale e criminalità, 1976; Gli ultimi giorni dell’umanità, 1980; La terza notte di Valpurga, 1996) ha segnato le tappe di una ricezione che, pur avvenuta in relativo anticipo rispetto a contesti culturali come quello anglosassone e francese, ha investito solo una parte della produzione e dell’azione culturale del letterato austriaco.

Kraus continua a essere un autore di gran lunga più citato che letto e più letto che compreso. Ci sono ragioni obiettive che hanno reso (e continuano a rendere) inevitabilmente complesso il lavoro di conoscenza, diffusione e metabolizzazione della sua esperienza intellettuale. Un primo scoglio è rappresentato senz’altro dalla lingua: una lingua affilata e tagliente, la cui proverbiale raffinatezza rappresenta un limite spesso invalicabile sia per i traduttori che per il lettore. Un secondo ostacolo è costituito dal carattere composito di una produzione che mescola aforisma, satira, critica letteraria, pubblicistica, teatro di poesia, drammaturgia. Un universo espressivo amplissimo che nasce anzitutto, ma non solo, da una puntuale e maniacale azione di commento della vita sociale, culturale e politica della Vienna dei primi decenni del Novecento. 

Kraus ha sottolineato più volte quanto poco la propria opera fosse destinata ai contemporanei e quanto alla reale comprensione delle sue critiche giovasse la mancata conoscenza dei particolari a cui essa si riferiva. Come ricordava nella raccolta di aforismi Nachts, «la comprensione del mio lavoro è resa più difficile dalla conoscenza del mio materiale. Il fatto che ciò che esiste deve prima essere inventato, e che vale la pena di inventarlo, non viene inteso». Da questo punto di vista i decenni che ci separano dai fatti descritti in chiave satirica da Kraus dovrebbero favorire la messa in evidenza del valore universale della sua scrittura polemica, nata dai fatti più trascurabili della vita austriaca con l’obiettivo di rivelare le tragiche leggi generali dell’azione umana. Alla complessa operazione culturale condotta da Kraus nei trentasette anni di vita della «Fackel», la rivista fondata nel 1899 e scritta interamente di proprio pugno dal 1911 al 1936, ben si adattano le parole che Proust ha riferito alla Recherche sottolineando come le proprie non fossero le scoperte di chi ha eccessiva cura per le minuzie, ma quelle di chi intende svelare le grandi leggi: «Si rallegrarono con me perché, dicevano, avevo scoperto alcune verità al microscopio, quando in realtà mi ero servito non di un microscopio ma di un telescopio per scorgere cose piccolissime, sì, ma solo perché situate a un’enorme distanza, e ciascuna delle quali era un mondo; mi chiamavano “rovistatore di minuti particolari”, e io invece cercavo le grandi leggi».

[L'articolo è parte di un più ampio intervento apparso sul numero 3/2016: è possibile acquistarlo in digitale e scaricarlo in formato pdf]