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Due o tre cose sulla legge Levi
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La legge Levi, che fissa al 15% il limite massimo dello sconto sui libri e regolamenta le promozioni in libreria, non è stata abolita. E per fortuna, perché la sua abolizione sarebbe stata un disastro.

Entrata in vigore nel 2011, la legge è stata pensata per cercare di arginare l’arroganza e la prepotenza innanzitutto di Amazon, poi della grande distribuzione e delle librerie di catena, che, usando come leva lo sconto, cercavano di accaparrarsi clienti: è ben noto che purtroppo in Italia si vendono pochi libri e si legge ancora meno, essenzialmente per la mancanza di un progetto politico-culturale per far nascere nuovi lettori.

Prima della legge Levi, la liberalizzazione degli sconti aveva portato alla chiusura di molte librerie indipendenti che non erano in grado di sostenere la concorrenza dei “giganti”. Per intenderci, i grandi gruppi (Amazon, Gdo e librerie di catena), in virtù dei numeri che sviluppano, hanno uno sconto dagli editori di circa il 45-50% sul prezzo di copertina dei libri. Riescono quindi a ricavare un margine anche se quegli stessi libri li vendono con il 40 o addirittura il 45% di sconto: in questa maniera i libri diventano specchietti per le allodole per far acquistare altri prodotti (come nel caso della Gdo) e, in generale, strumenti per sbaragliare la concorrenza. Con lo sconto libero, le librerie indipendenti, che hanno un giro d’affari minore, sarebbero destinate a soccombere. Così come le case editrici medie e piccole, costrette a concedere ai distributori margini che finirebbero per strozzarle.

Penso non sia un caso se in Paesi in cui si legge molto come Germania, Francia e Spagna lo sconto non esiste o è limitato al 5%; in Gran Bretagna, dove lo sconto è libero, le librerie indipendenti sono state massacrate, con grave danno non solo per i librai ma anche per i cittadini. Oltretutto, le case editrici – per mantenere i loro margini – aumentano i prezzi di copertina e dunque anche la presunta maggior convenienza per chi compra di fatto non esiste. Ma soprattutto, lo sconto libero, con la conseguente chiusura delle librerie indipendenti e la scomparsa dei piccoli editori, impoverisce la cultura di un Paese e chiunque affermi che è l’unico modo per incrementare il numero dei lettori si sbaglia: se così fosse, come mai da noi – nonostante gli sconti – si legge sempre meno?

Mi domando poi: se avessimo spianato la strada ad Amazon e agli altri “giganti”, che senso avrebbe avuto continuare a impegnarsi per diffondere la lettura e salvaguardare i libri, rammaricarci per la scomparsa di stupende librerie storiche e per la chiusura di piccole librerie che in certi territori sono davvero gli ultimi baluardi della cultura? Anche perché lo scopo di Amazon non è diffondere la cultura e stimolare la diffusione delle idee (naturalmente facendo tornare i conti, dato che è comunque un’azienda), bensì accentrare tutto e monopolizzare non solo le vendite ma anche, come sta cercando di fare in Francia, la produzione. Molti ricorderanno che i più prestigiosi scrittori del mondo si sono uniti per manifestare solidarietà alla casa editrice Hachette – uno dei marchi più antichi e illustri d’Oltralpe – che, per essersi rifiutata di concedere gli sconti astronomici chiesti da Amazon, si è vista boicottare i propri libri.

Credo dunque sia stato giusto stralciare la legge Levi dal decreto liberalizzazioni, invitando i politici a interrogarsi seriamente su cosa l’Italia debba fare per liberarsi dalla morsa di analfabetismo e di ignoranza che la attanaglia. È vero che i libri non sono l’unico strumento per far crescere la consapevolezza di ognuno di noi, ma sicuramente sono decisivi per migliorare il nostro modo di ragionare e di esprimerci, per accrescere la nostra capacità di osservare con spirito critico cosa succede intorno a noi, per affinare la nostra sensibilità.

E tutte le risorse a disposizione per promuovere i libri e la lettura andrebbero investite nella scuola dell’obbligo: è questo il terreno in cui seminare, bisogna puntare sui bambini e i ragazzi che stanno crescendo, nella speranza di formare nuove generazioni di lettori e, un domani, uomini e donne più consapevoli di sé, del mondo che li circonda e del futuro che li attende.

Sulla base della mia esperienza, mi sento di affermare con convinzione che ogni altro tentativo di promuovere la lettura lascia il tempo che trova: le azioni davvero incisive sono – sul lungo periodo – quelle condotte da insegnanti appassionati e genitori attenti, consapevoli che instillare in un bambino l’amore per la lettura significa dargli un viatico prezioso che lo accompagnerà, arricchendolo e confortandolo, per tutta la vita.

Liberalizzare il prezzo dei libri e gli sconti, come se fosse questa la soluzione al problema della scarsa familiarità degli italiani con la lettura, avrebbe significato commettere ancora una volta un errore di valutazione imperdonabile. La soluzione, come dimostra l’esperienza di altri Paesi europei con indici di lettura ben diversi dai nostri, va ricercata piuttosto nella scuola, nelle biblioteche scolastiche – e di conseguenza, poi, in quelle del territorio –, nell’introduzione della letture ad alta voce nelle classi.

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