Rivista il mulino

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Caro presidente, per dibattere dello stato attuale e delle prospettive future della destra dobbiamo fare inevitabilmente un passo indietro. Tornare cioè al momento in cui la «destra», innanzitutto il termine stesso, smette di essere una «parola negata». Tutto cambia, nella storia politica, ma anche culturale, italiana con il 1993-94 quando crollano gli attori su cui si era imperniato il sistema di governo della Repubblica. Rimangono in piedi gli oppositori di quel sistema: uno, il Pds, che ne condivideva però alcuni tratti, in primis l’origine resistenziale e la partecipazione alla stesura della Costituzione; l’altro, il Msi, da sempre opposizione, sia nel sistema che del sistema. Il crollo dei vecchi partiti apre opportunità impensabili fino a pochi mesi prima, e lo dimostrano i risultati delle amministrative di Roma e Napoli nel dicembre del 1993, quando i candidati del Msi arrivano al ballottaggio. Il nuovo sistema elettorale, tanto osteggiato e temuto dal partito della fiamma, diventa invece il grimaldello per introdurre nel dibattito politico la dinamica bipolare e quindi legittimare il corrispettivo di sinistra, cioè destra. La logica stessa del sistema maggioritario obbliga a pensare, per la prima volta nella storia repubblicana, alla «destra» non come a qualcosa di oscuro, minaccioso e minoritario, bensì come alla normale, fisiologica controparte della sinistra. Per rispondere a questa esigenza di normalizzazione il Msi avvia la sua trasformazione in Alleanza nazionale. Fiuggi costituisce il primo passo.

Tuttavia Fiuggi è un passo incerto e sghembo. Come lei sa, non sono mai stato accondiscendente – come peraltro molti a sinistra – nei confronti di quell’operazione. Soprattutto perché essa era priva di una sua verità «intima». Mi spiego: sulla sua necessità-opportunità politica nulla da eccepire; ma, detto così, Fiuggi «si riduce» a un passaggio strumentale. Adottato per necessità, non per convinzione. Credo si possa convenire che, negli anni precedenti, dalla pubblicistica dell’area missina non era emersa una domanda di revisione ideologica. Qualche timido accenno nella rivista «Proposta» e nulla più.

L’innovazione forte proclamata in pieno congresso e scritta nero su bianco sulla mozione conclusiva che la resistenza era stato un momento storico necessario per portare l’Italia alla democrazia costituiva una lacerazione della autoimmagine degli «esuli in patria»: quella sì una vera rivoluzione copernicana Ma quali conseguenze si sono tratte da quella dichiarazione se ancora alla vigilia della celebrazione del 25 aprile di quest’anno il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha dovuto attendere i rimbrotti indiretti del presidente della Repubblica (e non solo quelli) per smetterla con la storia dei resistenti buoni e cattivi. E poi, in quale silenzio assordante è caduta la sua famosa dichiarazione della primavera 1998 quando sostenne che se fosse stato un giovane nel 1943 non avrebbe scelto la Repubblica sociale! Le inchieste condotte sui quadri e sugli iscritti di An tra il 1995 e il 2001 forniscono un quadro terribilmente nostalgico del cuore del partito. Poi è vero che la nostalgia si mescola ad aperture modernizzanti su tanti altri temi ed è su questa feconda contraddizione che An è stata progressivamente accettata da settori sempre più diversificati dell’elettorato. Ma è mancata una operazione maieutica, di educazione politica. Per cui sono rimaste scorie, residui, a volte solo folkloristici, a volte inquietanti come i saluti romani per l’elezione di Alemanno.

Inevitabile allora chiedersi – e chiederle essendo stato lei ininterrottamente alla testa di questo partito – cosa si poteva fare e non è stato fatto per sradicare quelle incrostazioni e disegnare una destra moderna. Non si è forse sprecato troppo tempo? Con la conseguenza che An non essendo guidata verso una sua autoriforma si è adagiata al mainstream post-ideologico incarnato dal berlusconismo.

Questi interrogativi introducono l’altra cesura nelle vicende della destra italiana: le elezioni del 2008 e la nascita del Popolo della Libertà. Ed è soprattutto su questo passaggio che vorrei concentrare l’attenzione.

Con il 2008 va a terminare la storia di una rappresentanza autonoma della destra, così come l’abbiamo conosciuta per tutto il Novecento. Per essere più precisi, scompare un certo tipo di destra e rifluisce in un altro contenitore anch’esso sostanzialmente di destra, benché con tratti assai diversi. In primis il populismo. Per quante critiche e accuse si potessero rivolgere alla destra, certo non c’era quella di essere populista. Anzi, un certo senso dello Stato, un certo rigorismo e tradizionalismo costituivano sue cifre identificative. Invece ora si trova immersa in una palude peronista percorsa da uno stato di continua mobilitazione fideista ad adorazione del capo, e con una esaltazione del popolo contro lo Stato che farebbe inorridire (oltre a tutti i liberali) anche i rappresentanti della destra fascista e post-fascista.

Ma mettendo per ora da parte le compatibilità «ideali», e venendo alle scelte strategiche, rimane indefinita la ratio dell’alleanza elettoral-politica con Berlusconi quando lei ebbe reazioni quasi sarcastiche nei confronti della proposta del cavaliere di dar vita ad un nuovo partito («siamo alle comiche finali») e scrisse un non dimenticato articolo sul «Corriere della Sera» dove metteva in questione la leadership stessa del centrodestra. La contingenza elettorale, forse? Ma se era la leadership il vero oggetto del contendere, perché consegnare a Berlusconi la vittoria e le chiavi di Palazzo Chigi per almeno 5 anni? E infine, ma ci torneremo nelle prossime lettere, come conciliare il progetto di una destra moderna ed europea, così come lei la sta delineando in questi ultimi mesi, con l’alleanza con il leader di Forza Italia?

Piero Ignazi

Caro direttore, la sua lettera contiene diverse sollecitazioni insieme con alcune positive provocazioni. Lei definisce tout court «populista» il Popolo della Libertà. Per lei il Pdl sarebbe «una palude peronista percorsa da uno stato di continua mobilitazione fideista ad adorazione del capo». Mi sembra, glielo dico con franchezza, un’immagine esagerata e caricaturale del partito nato il 27 marzo scorso.

Intendiamoci, di adrenalina ne è corsa parecchia nel Salone della nuova Fiera di Roma. E continua a correrne in abbondanza, dentro e fuori il Pdl, nei giorni in cui scrivo questa risposta, che sono caratterizzati dalla animosità tipica dei periodi di campagna elettorale. Però trovo arbitrario definire il carattere e la fisionomia di un partito (e non di un partito qualsiasi, ma di una forza che è di gran lunga la più votata dagli italiani e che è destinata a segnare in profondità il futuro della democrazia nel nostro Paese) da quello che rimbalza, con enfasi, sulla scena dei media nei suoi primi mesi di vita. È come quando, davanti a un neonato, si pretende di definire che tipo di persona sarà in base ai suoi primi vagiti. Se assomiglia più a mamma o più a papà, se ha l’irruenza di nonno Peppino o la calma di nonno Pasquale oppure l’intraprendenza di zia Matilde.

Il dato chiaro e incontrovertibile, l’elemento da cui partire, è che il Popolo della Libertà nasce – e lo dico senza alcuna retorica – per una necessità storica. Nasce per guidare la modernizzazione italiana dei prossimi anni. Nasce per contribuire alla stabilità del nostro sistema. Nasce per dare una solida casa politica ai moderati (che sono, piaccia o non piaccia, maggioranza culturale nel Paese, come sosteneva Pinuccio Tatarella). Nasce per unire quello che prima era diviso. Nasce come sintesi di percorsi liberali, di destra, cattolico-democratici, laico-riformisti. Un partito così si inserisce legittimamente nel solco del popolarismo europeo, che è a sua volta la sintesi degli ideali sostenuti dai gollisti francesi, dai tories britannici, dai cristiano-democratici tedeschi, dai popolari spagnoli e da altre forze europee (ed europeiste).

Poi, certamente, non mi nascondo il fatto che anche il Popolo della Libertà, come tutte le grandi forze politiche occidentali, sia soggetto a rischi «populistici» e «carismatici», dal momento che viviamo in un’epoca segnata dalla tendenza alla personalizzazione della politica.

Aggiungo anche che dobbiamo fare i conti con una presenza storicamente debole della cultura liberale presso la società italiana. Né dobbiamo dimenticare la tendenza alla dispersione e all’atomizzazione della nostra società insieme con la sopravvivenza di riflessi condizionati di tipo ideologico, che alterano il dibattito politico e rendono incerta la pratica dei valori condivisi.

Però la sfida di fondo è quella di costruire un grande partito democratico e plurale, che discute e si confronta, come ho detto parlando al Congresso costituente del Pdl. E ritengo che le premesse per realizzare un simile obiettivo ci siano tutte.

Non è possibile oggi stabilire se sarà un percorso agevole o, viceversa, un percorso accidentato e faticoso. Ma sarà comunque un percorso serio. Molto dipenderà dalla qualità del dibattito politico, anche in questo caso sia dentro che fuori il Pdl.

E con questo ritengo di avere risposto anche all’altra sua provocazione, relativa alla leadership del Pdl. Si tratta della classica vexata quaestio, non foss’altro perché è a tutti evidente come quella di Berlusconi sia oggi la leadership naturale del partito.

Ritengo comunque che concentrarsi sulla leadership distragga l’attenzione dalle questioni più importanti e strategiche. Per usare le sue parole, il «vero oggetto del contendere» (ammesso e non concesso che ci sia una contesa) è come costruire nel concreto il Pdl, come farlo crescere e camminare dentro la realtà italiana. «Oggi – ha scritto Ilvo Diamanti – tutti i partiti si sono personalizzati. Hanno cioè bisogno di un leader riconoscibile. Ciò avviene ormai in tutte le democrazie. Tuttavia, è altrettanto vero l’inverso: nessun leader può affermarsi senza un partito presente nella società e nelle istituzioni».

È scontato che il Popolo della Libertà non potrà essere come i partiti-chiesa del passato. Ma dovrà comunque selezionare una classe dirigente per l’Italia di domani. Dovrà offrire momenti adeguati di partecipazione politica. Dovrà stabilire solidi legami con la società civile. Sono questi i problemi su cui interrogarsi nella prospettiva del futuro. È qui che il Pdl non dovrà fallire.

Nella sua lettera non si parla comunque solo del domani. Si parla anche della nascita di An. Lei sostiene che Fiuggi fu un «passo incerto e sghembo». E che fu compiuto «per necessità, non per convinzione». Poi però riconosce che il passaggio su fascismo e antifascismo fu una «rivoluzione copernicana». Ritengo che la storia di questi ultimi quattordici anni abbia smentito ogni accusa di «strumentalità» della svolta del 1995. Né mi pare giusto lamentare l’assenza di un’«azione maieutica, di educazione politica» presso quadri e iscritti di An. In realtà, dopo Fiuggi, si è svolto un grande processo di maturazione politica, scandito da momenti forti di dibattito storico-politico, da documenti e conferenze programmatiche. Anche l’attività culturale è stata vivace. In pochi anni, a destra s’è prodotto un grande rinnovamento di temi e di interessi. Tutto è avvenuto senza bisogno di operazioni di «pedagogia superiore» rivolte ai militanti, che si sarebbero fatalmente risolte in anacronistiche, ancorché sottili, forme di indottrinamento.

Poi non sono mancate le contraddizioni. Non era pensabile che tutti si muovessero con lo stesso passo. Ma tutti si sono mossi. E, chi s’è rifiutato di muoversi, ha preso legittimamente altre strade. La costruzione di un partito è sempre una grande opera collettiva, che risente del clima del tempo. Se contraddizioni ci sono state, ciò è anche dipeso dai più generali ritardi e anomalie della politica italiana degli anni passati. Il bipolarismo, ad esempio, s’è accompagnato con grandi momenti di lacerazione e di divisione all’interno dell’opinione pubblica. E spesso s’è trattato di divisioni artificiose.

Ma il cammino è comunque avvenuto. E la nascita oggi del Pdl rappresenta l’approdo naturale dell’evoluzione di An. Non è nata una destra «con tratti assai diversi». Ma un soggetto politico nella quale la destra stessa sarà impegnata a realizzare nuove sintesi politiche e culturali.

Il Popolo della Libertà non è solo un punto di arrivo, ma è soprattutto un punto di partenza.

Gianfranco Fini

Caro presidente, era prevedibile, anzi scontato, che lei respingesse al mittente le mie critiche su Fiuggi: il suo ruolo in quel frangente glielo impone. Però, essendo lei un «partecipante» di quell’evento, anzi il protagonista assoluto, la sua percezione e la sua visuale sono inevitabilmente diverse da quelle di un osservatore esterno. Avendo acquisito alcuni strumenti di analisi sia sulle dinamiche interne dei partiti che sulla vita del Msi, tendo a ribadire la mia interpretazione di un passaggio viziato da molta strumentalità e non accompagnato nel tempo da un lavoro di educazione politica interna. Le basi empiriche di questa mia valutazione poggiano su due osservazioni credo non confutabili: a) l’assenza di un dibattito sul superamento del neofascismo all’interno del Msi (a meno che mi sia sfuggito qualche intervento, qualche convegno, qualche polemica interna, nel qual caso faccio ammenda); b) l’assenza di una pressione interna per il cambiamento: a parte un piccolissimo gruppo, nessuno sentiva la necessità di una svolta radicale, e dai ranghi del partito, o da componenti intellettuali, non salivano domande di innovazione. Inoltre, le ricerche su quadri, militanti e iscritti compiute negli anni successivi mostrano inquietanti riserve di nostalgia, come se Fiuggi non fosse mai esistita. Su questi dati si basa la mia analisi critica.

Ma questo è il passato e possiamo lasciarcelo alle spalle. Concertiamo sul presente e sul futuro. Capisco di essere «scortese», ma c’era una domanda (spinosa) nella mia precedente lettera, della quale non vedo traccia nella sua risposta. E cioè: a che cosa è dovuto il suo repentino ripensamento in merito ai rapporti tra An e Fi dopo le sue feroci critiche al proclama berlusconiano del predellino? Insisto, perché quel ripensamento e la conseguente scelta in favore della nascita del Pdl hanno avuto una valenza strategica.

Aver dato vita al Pdl, in quelle condizioni, con un Berlusconi trionfante, ha comportato una egemonia del cavaliere sulla nuova formazione. Con due conseguenze. La prima è che questo partito, contrariamente a quello che lei sostiene – ma immagino sia un suo wishful thinking – non ha nulla di comparabile con i partiti moderati europei. Con discrezione – capisco – lei cita en passant il clima del congresso fondativo. Ma quel clima non si contiene nell’eccitazione, «nell’adrenalina», che percorre un momento topico. Deborda al di fuori, e informa di sé il partito: ne costituisce la sua cifra identificativa. Se si concepisce la politica come una ordalia, dove «il partito unto dal signore» deve combattere nemici subdoli e perfidi, non c’è spazio per il moderatismo. Basta aver assistito all’ultimo congresso dei conservatori britannici, come ho avuto l’occasione di fare (ma immagino lo stesso valga per la Cdu e, un po’ meno, per l’Ump e il Pp), per capire la siderale distanza di toni, d’accenti, di stile, di riferimenti ideali, che separa i conservatori europei e il Pdl berlusconizzato. Nessuno di questi leader al governo si sognerebbe mai di invocare «il volere del popolo» contro le altre istituzioni. Nessuno innescherebbe queste dinamiche populiste perché, proprio in quanto moderati, non sono inclini all’esaltazione e all’eccesso, bensì alla discrezione e all’accordo. La moderazione in quanto tale mi sembra del tutto estranea al Pdl in quanto «aliena» al suo leader e a gran parte della sua classe dirigente nazionale e locale. Soprattutto la nuova classe dirigente maturata dentro Fi è percorsa da una animosità, un rancore e una ostilità per l’avversario che non ha alcuna parentela con la tradizione moderata-conservatrice europea. Questo per quanto riguarda lo «stile» politico. Poi – seconda conseguenza – c’è il problema dei contenuti. E qui, mi lasci dire con molta franchezza, come mai il suo discorso al congresso del Pdl – un discorso da leader di un partito moderato-conservatore – non è stato accolto con ovazioni? Mentre quelli che adottavano parole d’ordine e riferimenti tipici dei partiti populisti più che dei partiti conservatori raccoglievano valanghe di applausi… Solo una questione di «adrenalina»? La mia impressione è che queste reazioni costituiscano una cartina di tornasole della forza del marchio d’origine del cavaliere. Certo che Berlusconi è il leader indiscusso del Pdl, e non può essere diversamente. Su questo siamo d’accordo. Sostengo tuttavia che tutto ciò produce inevitabilmente una torsione populista di tutto il partito, e quindi un suo distanziamento dal mainstream del conservatorismo europeo. Non si tratta qui della necessità, comune a tutti i partiti, di una leadership forte: importa che tipo di leadership forte sia al comando. Non tutte sono populiste.

Su tutto ciò immagino il dissenso permanga, ed è in buona misura inevitabile (anche se, mi permetta, la quantità di studi sul linguaggio verbale e non del cavaliere offre solide basi alle mie argomentazioni). Allora provo a spostare il tiro. Giustamente lei sostiene che l’Italia sia un Paese naturaliter moderato. Infatti, e concordiamo, era questa una delle ragioni della lunga egemonia democristiana. Solo che la Dc era un partito con molte anime che coprivano uno spettro assai ampio di posizioni; e soprattutto, esercitava una funzione di «moderazione», ponendosi al centro, nei confronti del proprio elettorato. Il Pdl può esercitare questa funzione? Per quanto detto prima, a me sembra di no. Anzi direi che l’animus del partito vada nella direzione dell’eccitazione degli animi, in una logica di scontro continuo, di campagna elettorale permanente, piuttosto che verso lo stemperare le tensioni e cercare punti di accordo. Altrimenti, in cauda venenum, come mai le sue prese di posizione sui temi istituzionali, sulla laicità dello Stato, sulla convivenza tra diversi, e più in generale, sui diritti civili, hanno trovato una così flebile eco nel suo partito? Insomma, al di là dello stile politico, che però, ripeto, in un Paese attraversato da una storia lunga di sanguinosi conflitti, ha grandissima valenza, non c’è, anche sui temi, una divaricazione tra il progetto di un partito moderato-conservatore e l’attuale agenda del Pdl?

Piero Ignazi

Caro direttore, nella seconda lettera di questo nostro scambio lei ha ribadito il suo scetticismo circa la possibilità che il Pdl possa affermarsi come quel moderno partito popolare, liberale e democratico da me auspicato. Prima di entrare nel merito delle sue argomentazioni, vorrei solo dirle che penso di trovarmi in buona compagnia (insieme con forze rappresentative della politica, della società, dell’economia, della cultura e della pubblica opinione del nostro Paese) nell’auspicare la costruzione di una moderna formazione di stampo europeo. E ritengo che tale circostanza vada comunque tenuta presente nell’analizzare le tendenze di fondo nell’evoluzione della politica italiana. Quella dell’affermazione di un grande partito moderato capace di elevare il tono del confronto nel nostro Paese è un’esigenza diffusa nella società italiana.

I punti su cui lei incentra la sua critica attengono allo «stile» e ai «temi» che sarebbero egemoni nel nuovo partito. In entrambi i casi lei rimprovera, come già peraltro rilevato nella sua lettera precedente, una «torsione populista» del Pdl, che lo allontanerebbe sia dal mainstream dell’odierno conservatorismo europeo sia dalla tradizione «moderata» della Democrazia cristiana.

Non dico che sia facile smaltire l’«adrenalina» andata in circolo in questi mesi nell’organismo del Pdl. In effetti, come lei ha rilevato, è rintracciabile un certo animus da «campagna elettorale permanente». Ma, per la verità, si tratta di una tentazione presente nella generalità dei partiti italiani.

Dico però che l’occasione che si presenta oggi alla classe dirigente del Popolo della Libertà è talmente importante da far ritenere più che fondata la previsione che si inneschi un processo virtuoso all’interno della politica. Penso che, passata l’eccitazione della campagna elettorale, si potrà cominciare a lavorare per dotare il nuovo partito di più solide strutture.

Si tratterà comunque di un processo complesso. Nella precedente risposta rilevavo che le premesse per fare del Pdl un «centro di gravità permanente» (volendo dirgliela con una canzone di successo di Battiato) ci sono tutte. Va da sé che dalla «potenza» (volendo dirgliela con Aristotele) occorre passare all’«atto». E non esiste alcuna deterministica Legge della Storia che ci autorizza a pensare che tale passaggio sia automatico.

Esistono però sia circostanze di fatto sia circostanze storiche, sociali e culturali che spingono verso il radicamento del Pdl nella parte più dinamica della società italiana.

Innanzi tutto, come circostanza di fatto, c’è un dato molto semplice, ma molto importante: un partito che raccoglie il 35 per cento dei voti (e che ha un potenziale elettorale anche superiore) non può essere strutturalmente un partito «populista». Può capitare che, in determinate circostanze, esso usi toni populistici, ma è obbligato a esprimere, prima o poi, una avanzata cultura di governo. Se così non avvenisse, le basi reali del suo consenso si indebolirebbero inesorabilmente. E tale partito finirebbe presto o tardi in un’orbita eccentrica rispetto all’evoluzione sociale, autocondannandosi fatalmente alla marginalità politica.

Questo almeno accade nei Paesi a lunga e consolidata tradizione democratica. Diverso può essere il caso nei Paesi a nuova democrazia. Ma non è il caso italiano.

Conoscendo bene l’insieme della classe dirigente del Pdl, posso dire che è diffusa la consapevolezza dell’enorme portata della posta in gioco, una posta – ci tengo a precisarlo – che non riguarda soltanto il centrodestra, ma l’intera politica nazionale. L’Italia non può permettersi di perdere l’ennesimo treno con la modernizzazione. Se ciò malauguratamente dovesse accadere, non saprei davvero dirle in che tipo di Paese ci ritroveremmo a vivere tra qualche anno…

Per quanto riguarda invece le circostanze storiche e socio-culturali, vorrei solo ricordarle che il Pdl non nasce come nascono i funghi, cioè dall’oggi al domani. Dietro il Pdl ci sono almeno quindici anni di storia politica, quella del Polo delle Libertà prima e della Cdl poi. Non sono molti, d’accordo, ma sono abbastanza per formare una classe dirigente e per sperimentare nonché consolidare, sia nella prassi sia nell’elaborazione politica, l’incontro tra diversi percorsi storici e ideali.

La scommessa vera è semmai quella di allargare gli orizzonti e di riqualificare la proposta politica, oltre la logica del «blocco sociale» («popolo» delle partite Iva vs lavoratori dipendenti) e delle appartenenze macro-regionali (Nord vs Sud). C’è bisogno di irrobustire la proposta complessiva e unificante per l’intera società italiana.

Nel Pdl ci potranno e dovranno essere diverse «anime» in una prospettiva di partito «plurale». Ma esse dovranno muoversi in una logica diversa rispetto al passato. Non seguendo la cultura della «coalizione» bensì quella della «sintesi».

E con questo intendo rispondere anche alla questione da lei definita «spinosa» circa le mie critiche al «proclama berlusconiano del predellino» e circa la successiva nascita del Pdl, che a lei pare in contraddizione con quelle stesse critiche. La questione è molto semplice e gliela riassumo in tre punti: a) l’idea di un soggetto politico unitario del centrodestra non è nata con l’annuncio del «predellino» ma circolava da molto tempo in seno ad An e a Fi, apparendo l’approdo logico dei rispettivi percorsi politici dei due partiti (si erano svolti, in tal senso, diversi incontri, convegni, seminari nel corso degli ultimi anni); b) il «proclama» non poteva essere accolto per il suo carattere estemporaneo e unilaterale; c) si è potuto procedere a varare una road map per la nascita del Pdl quando è stato chiarito che non si trattava di aderire ad alcunché ma di fondare insieme un nuovo soggetto politico.

E con questo spero di aver soddisfatto la sua curiosità. C’è però un ultimo punto che merita un particolare approfondimento. È quando lei stabilisce un paragone con la Dc, rilevando che il Pdl dovrebbe svolgere un ruolo «moderatore» nei confronti del proprio elettorato simile a quello esercitato a suo tempo dallo Scudo crociato; se intende dire che un grande partito di massa con compiti di governo deve evitare, responsabilmente, di vellicare le pulsioni radicali presenti in una parte del proprio elettorato non posso che essere d’accordo.

Se intende però dire che la Dc deve rappresentare il modello di riferimento del Pdl, allora avrei qualche perplessità. Non c’è dubbio che tra gli elementi fondativi del Popolo della Libertà ci sia un consistente filone culturale che si richiama ai valori e al pensiero politico che fu della Dc. E non c’è allo stesso modo dubbio che una similitudine tra i due partiti possa essere rappresentata dalla vocazione interclassista.

Ma l’esperienza storica della Dc appartiene a un tempo molto diverso da quello attuale. Soprattutto in un punto: le diverse anime della Democrazia cristiana erano tenute insieme, oltre che dai comuni valori, anche dalla necessità di difendere la democrazia nel tempo della Guerra Fredda e nel contesto di un mondo diviso in blocchi. Il cemento comune del Pdl non viene invece da una pesante condizione storica. Il Popolo della Libertà agisce in un mondo aperto e senza frontiere. Tale circostanza può consentire al nuovo partito di sviluppare compiutamente quella cultura liberale, laica e modernizzatrice che al tempo della Dc (e anche del Pci) era decisamente minoritaria all’interno della società italiana.

Gianfranco Fini

Caro presidente, mi permetta di insistere. Che lei sia in buona compagnia, come a buon titolo rivendica, «nell’auspicare la costruzione di una moderna formazione di stampo europeo», non lo dubito. Il mio dubbio riguarda se la «buona compagnia» stia in buona parte dentro il Pdl, oppure se non vada ricercata soprattutto fuori da quel contenitore. È un dubbio che si riallaccia alle mie precedenti argomentazioni sulla «torsione populista» del Popolo della Libertà. Ovviamente, e non potrebbe essere diversamente, lei nutre grande fiducia che la costruzione di una nuova formazione di stampo europeo, come dovrebbe infine essere il Pdl, sia favorita dal radicamento di tale partito «nella parte più dinamica del Paese». Su questo punto dissento, così come sul fatto che un partito del 35% sia obbligato ad esprimere, «prima o poi» come lei sottolinea con opportuna cautela, una «avanzata cultura di governo». Ahimè, il mio tasso di hegelismo è così basso da farmi dubitare sugli sviluppi «inevitabili»: non sono convinto che un grande partito sia, di necessità, un buon partito di governo: non lo era il Pci ai suoi tempi d’oro, e lo è stata assai poco anche la Dc, soprattutto nel periodo dell’occupazione arrembante dello Stato e della colonizzazione della società civile. La forza numerica di un partito non corrisponde sempre e comunque alle sue qualità. Su questo credo convenga anche lei. Le qualità dipendono dal progetto politico, dalla classe dirigente e dal programma di governo. Sappiamo che ci sono stati partiti piccolissimi, come il Pri lamalfiano, che grazie alla sua qualità, riassunta nelle tre caratteristiche sopra enunciate, ha giocato un ruolo rilevantissimo negli anni sessanta (e anche oltre).

Ebbene, a me sembra che il progetto politico della modernizzazione del Paese, che lei giustamente sottolinea come imprescindibile e vero core business del Pdl, si scontri con le politiche messe in atto dal governo attuale: la riduzione della competizione (norma sulle Opa), la compressione delle logiche di mercato (nuova Alitalia), lo smantellamento delle liberalizzazioni, l’allentamento delle norme sull’infortunistica sui luoghi di lavoro, la limitazione della libertà di stampa (la galera per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni!), sono tutte scelte che vanno in senso contrario. Per non parlare dell’area dei diritti civili, dove il «lepenismo verde» sub specie leghista produce un arretramento nel livello di civiltà giuridica, e non solo, con contorno di critiche da parte degli organismi internazionali. Ma su quest’ultimo aspetto so di sfondare una porta aperta viste le sue prese di distanza. Tuttavia, proprio queste sue posizioni, alquanto isolate, per ora, sottolineano l’eccentricità di visioni modernizzanti rispetto al progetto politico del Pdl nel suo complesso. E non credo sia colpa solo della Lega, perché se il governo è al traino del Carroccio vuol dire che il Pdl è consenziente. In altri termini, nell’idea di una società moderna, sia sul piano economico-sociale che dei diritti, vedo il Pdl piuttosto carente, o per meglio dire, piuttosto distante rispetto ai modelli europei che lei indica. Una forza politica moderata e moderna non addita al pubblico ludibrio gli avversari, non li marchia come dei nemici da combattere, non stigmatizza intere categorie sociali (i dipendenti pubblici, gli insegnanti, ecc.) o etniche (i zingari, gli immigrati), non demonizza l’opposizione, non grida al complotto quando viene criticata dalla stampa, non definisce disfattisti coloro che non plaudono le scelte del governo. Tutti questi comportamenti sono estranei al tipo di partito a cui pensa lei. Eppure tutti questi comportamenti provengono dal suo partito che, appunto, «vellica le pulsioni radicali presenti in una parte del proprio elettorato».

Allora, ad essere conseguenti, dovrei arguire che il suo auspicio è quello di una trasformazione del Pdl in senso modernizzante eliminando la sua «torsione populista». Il Pdl dispone delle risorse interne, culturali e politiche, per esercitare questa funzione propulsiva, di cambiamento virtuoso del nostro Paese verso maggiore dinamismo ed efficienza ma anche apertura e garanzia dei diritti, individuali e sociali. Come mai questa, supposta, pulsione modernizzatrice e moderna non emerge? Cos’è che lo blocca? Perché esprime invece una agenda (e un modo d’essere) assai lontani da quelli dei partiti moderati europei?

Se queste mie perplessità hanno un fondamento – e la realtà dei fatti, cioè le policies e lo stile politico adottati, fornisce una solida conferma – allora devo pensare che il suo, presidente, è un wishful thinking, una speranza. Lei indica una direzione di marcia – e un modo di marciare – al Pdl: ma mi sembra che il partito vada in un’altra direzione e, per di più, alquanto scompostamente. Quindi ci si trova di fronte a un bivio: o riformare (forse rifondare?) in profondità il Popolo della Libertà, o estrarre dalla società civile, con altri «strumenti», le risorse per perseguire il progetto di un partito conservatore europeo (che certamente è ambito da molti). Qual è la strada percorribile e/o che intende percorrere?

Piero Ignazi

Caro direttore, mi sembra di ravvisare nella sua ultima lettera un giudizio eccessivamente severo sul Pdl e sull’opera del governo, oserei dire «prevenuto» se non apprezzassi (come apprezzo) il suo rigore di studioso.

Interpreto quindi i suoi giudizi e il suo dichiarato pessimismo sulla possibilità di far crescere il neonato Pdl nel solco dei grandi partiti moderati europei come utili provocazioni intellettuali, come già peraltro le ho scritto nella prima risposta.

Va da sé che non spetta al presidente della Camera fornire pareri sull’operato dell’esecutivo. La mia opinione nel campo dei diritti civili è del resto nota. Ed è nota anche riguardo ad altri importanti temi come le riforme istituzionali e la modernizzazione economica e sociale del nostro Paese.

Ma preferisco attenermi all’argomento specifico della nostra conversazione, e cioè le prospettive del Popolo della Libertà. Dico questo perché non ritengo produttivo ragionare sulla costruzione del partito sulla base dell’azione del governo. Si tratta di due realtà certamente collegate (e anche in modo stretto). Ma che vanno comunque tenute distinte perché svolgono funzioni diverse all’interno della vita istituzionale. Il che, come lei sa bene, fa parte della fisiologia dei sistemi politici.

A questa scontata annotazione aggiungo la meno scontata considerazione che il ruolo di un partito politico (grande o piccolo che sia) non deve esaurirsi nel sostegno all’esecutivo (nel caso si tratti di un partito di maggioranza) o viceversa nella critica ad esso (nel caso di un partito di opposizione).

Le funzioni di un partito sono anche altre, e non meno importanti: organizzare la partecipazione politica dei cittadini; selezionare la classe dirigente; elaborare piattaforme e produrre cultura politica; mantenere sempre un contatto stretto fra politica e società. Poiché, nel caso specifico, parliamo di una formazione nata poco più di tre mesi fa ritengo opportuno inquadrare la questione del Pdl in un arco temporale ben più lungo di quello che emerge dall’agenda politica di queste settimane.

Alla sua domanda se il Popolo della Libertà sia da «riformare» o da «rifondare» non posso quindi che rispondere: né l’uno né l’altro. Il Pdl è da consolidare come organizzazione e come presenza nella società. Ed è anche da far decollare come luogo di elaborazione e dibattito politico. Occorre passare dalla fase, diciamo così, «movimentista» a quella della democrazia «strutturata». È superfluo precisare che quando parlo di «struttura» non intendo riferirmi al partito «pesante» del passato, ma a una forma di organizzazione libera, plurale e aperta. Aperta alla società civile e alle sue associazioni. Aperta anche e soprattutto alle idee e alle tendenze che fermentano nel Paese.

Non posso dire al momento quanto ci vorrà per radicare il Pdl nella società italiana.

Quello che posso però dire è che il Popolo della Libertà dispone delle risorse culturali e politiche necessarie per affermarsi come moderno ed evolutivo partito di massa e come presenza tutt’altro che effimera all’interno della politica italiana. Può contare su una classe dirigente che ha accumulato una considerevole esperienza di governo sia in periferia che al centro. Si avvale dell’apporto di idee che viene da fondazioni, riviste e laboratori culturali vari. Le sue diverse «anime» rimandano a storie e percorsi politici di rilievo. Tutto lo si può insomma considerare fuorché un «contenitore» improvvisato che marcia, come dice lei, «scompostamente».

Quanto poi al fatto che un partito del 35 per cento debba esprimere prima o poi una avanzata cultura di governo e che non possa essere in permanenza soggetto a «derive populiste», vorrei precisare che in tale mia affermazione non c’è alcunché di «hegeliano». Neanche io credo negli sviluppi «inevitabili». La politica è un campo di possibilità. E non è detto che tutte si realizzino.

Però si possono sempre fare ragionevoli previsioni sulla base delle condizioni del presente. E, se non è garantito al cento per cento che un grande partito sia immune dalla tentazione populista, non si deve nemmeno ignorare che le grandi dimensioni (che comportano sempre grandi responsabilità) favoriscono comunque l’affermazione di uno stile politico all’insegna della responsabilità. Cosa che, peraltro, è ulteriormente favorita dagli stretti legami europei stabiliti da una formazione come il Pdl.

Capisco il «pessimismo» di uno studioso serio e rigoroso come lei. Però è opportuno dare tempo al Pdl di esprimere le proprie potenzialità.

Visto che lei ha evocato Hegel, ritengo che ci possa stare bene, a chiosa di questa nostra conversazione, una citazione: «Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo».

Come lei sa bene, Hegel intendeva dire che la ragione non anticipa gli eventi, ma interviene a fornire una spiegazione dopo che questi si sono svolti.

Ecco, facciamo volare la «nottola di Minerva» quando il Pdl avrà acquistato una sua definitiva fisionomia.

Gianfranco Fini