Incontriamo Arthur Grace in occasione della imminente pubblicazione per Damiani di un suo libro dedicato all’era comunista e ai Paesi che furono sotto l’egida dell’Unione Sovietica, Communism(s). A Cold War Album. Un volume che presenta fotografie in bianco e nero scattate durante i suoi viaggi nel corso di dodici anni di permanenza nei Paesi dell’Europa orientale. Grace, che ha iniziato la sua carriera nel 1973 per la United Press International, ha lavorato come fotografo per «Time» e «Newsweek». Sue fotografie sono apparse nelle copertine di «Life», «Time», «Newsweek», «The New York Times Magazine», «Paris Match», «Stern». Tra i suoi libri fotografici più noti vanno ricordati almeno Choose Me: Portraits of a Presidential Race, Comedians, State Fair, America 101, e Robin Williams: A Singular Portrait, 1986-2002. Al suo lavoro sono state dedicate varie esposizioni, e alcune sue immagini sono nelle permanenti di molti musei, tra cui il J. Paul Getty Museum, la National Portrait Gallery, l'High Museum of Art, l'International Center of Photography, il Minneapolis Institute of Art e il National Museum of American History.

LB  Arthur, già nella prefazione al tuo ultimo libro ricordi le difficoltà incontrate per svolgere il tuo lavoro di fotoreporter sotto regimi totalitari e come hai cercato di aggirare le diverse forme di controllo esercitate per limitare la libertà dell’indagine giornalistica. Fu molto complicato lavorare in quelle condizioni, immagino.

AG  Sì, in quel periodo lavoravo come fotografo e giornalista in alcuni di quei Paesi. «Time» aveva un ufficio a Berlino Ovest, dove era relativamente facile arrivare in aereo dagli Stati Uniti. Da lì, insieme al corrispondente del giornale, era meno complicato passare all’aeroporto di Berlino Est di Tempelhof [lo scalo che divenne famoso in tutto il mondo per il ponte aereo per Berlino che durò dal giugno del 1948 al maggio del 1949, N.d.R.], dopo aver attraversato Checkpoint Charlie, per poi andare in altri Paesi del blocco orientale e arrivare a Bucarest, o a Mosca. Non era semplicissimo ma si poteva fare. Certo, non era come salire su un aereo qualsiasi in un aeroporto qualsiasi e andarsene liberamente per atterrare in un altro aeroporto in giro per il mondo.

Una volta giunti nei Paesi del blocco sovietico, dovevamo trovare il modo per aggirare i controlli che gli apparati di sicurezza degli Stati comunisti mettevano in atto. Avevano due strade per farti capire che eri controllato: la prima era lasciarti intendere che ti stavano osservando facendoti affiancare da una guida o da qualcuno dell'agenzia di stampa, un qualsiasi «giornalista», diciamo così, della stampa locale, ad esempio. Non ci si metteva molto a capire che queste persone riferivano puntualmente al governo ciò che facevi, e anzi, di tanto in tanto, ti impedivano proprio del tutto di farlo, facendo in modo (capitava molto spesso) che tu non potessi fotografare una certa cosa o una tale persona o una determinata situazione che invece avresti voluto documentare. L’altro tipo di controllo per limitarti nel tuo lavoro e negli spostamenti era più occulto: c'erano tutte queste persone degli apparati di sicurezza statale che non vedevi mai. Stavi lì finché non spuntavano fuori dal nulla e ti dicevano «E tu che ci fai qui?», e cominciavano col chiederti di esibire il permesso e le tue credenziali.

LB  Ricordi qualche episodio in particolare?

AG  Ero a Varsavia, saranno state le sette o le otto di sera, e siamo entrati in un sottopassaggio per attraversare un viale. Di fronte a me e al mio collega sono comparsi due tizi per ostacolarci e io ho fatto una cosa che non fa parte del mio carattere, non mi piace menar le mani. Ma per passare li ho spinti contro il muro e questi due si sono allontanati in fretta. Era così, bastava la presenza di queste persone anonime per segnalarti che si sapeva chi tu fossi e che cosa ci facevi lì. Era come se ti dicessero: «Attento, ti conosciamo». È stato così a Mosca e in ogni posto dove sono andato in quel periodo. Così abbiamo finito per dare sempre per scontato di essere osservati. Anche quando ce ne stavamo nelle nostre stanze.

La prima volta che sono andato in Unione Sovietica era il ’77Ci avevano ospitati all'Hotel Metropole, che affacciava sulla Piazza Rossa. Con noi c’erano turisti e uomini d'affari occidentali e alloggiavamo tutti in quell'albergo. Di quel soggiorno ricordo che nel mio appartamento c’era un grande specchio e ho subito avuto la sensazione che non fosse soltanto uno specchio. Così ho provato a spostarlo, a rimuoverlo, ma non si muoveva. E ho avuto la chiara sensazione che dall’altra parte ci fosse qualcuno che mi guardava e ascoltava, anche se non sapevo dove avessero piazzato i microfoni. Ma sai, a quel punto vivevi con la certezza che ti stessero sempre guardando. Anche quella era l'Unione Sovietica in quel momento storico.

LB  Da quella stanza hai preso delle foto della Piazza Rossa, se non sbaglio.

AG  Sì, è vero, dalla finestra del mio albergo scattai una foto alla Piazza Rossa. Il vetro della finestra però era di pessima qualità, diverso da una qualsiasi finestra americana o europea. Così una volta sviluppata e stampata l’immagine risultò come artefatta, quasi distorta, un po’ come se davanti all’obiettivo ci avessi piazzato un filtro. Ma dipendeva solo dalla finestra, niente di più. Fu uno dei miei primi incontri con la qualità di certi manufatti.

Come fotografo dovevi comunque cercare di fare bene il tuo lavoro, soprattutto se c’era gente che guardava direttamente o indirettamente l’obiettivo della tua macchina. Prendi ad esempio l'ultima fotografia del libro, che scattai sempre nel ’77, con la chiesa protestante e il pastore che fa un sermone.

Quella volta prendemmo un taxi; ma ti seguivano, osservavano quello che facevi e quello che non facevi, e anche se in realtà non erano lì di fianco a te era come se fossero sempre con te. Trovavano sempre il modo per farti capire che ti tenevano d'occhio. A volte – capitò ad alcuni miei colleghi a Varsavia, nel 1982 – te lo facevano intendere in maniera molto concreta. Ad esempio tagliandoti le gomme dell’auto per impedirti di tornare in tempo al tuo albergo, che in quel caso, durante il periodo del coprifuoco, era il Victoria Hotel, il posto dove alloggiavano tutti i network e la stampa straniera accreditata.

LB  Quindi eri a Varsavia durante la legge marziale? Tra le tue foto ce n’è una che colpisce particolarmente, con la gente in fila a un banco alimentare.

AG  Sì, è una foto che come altre cerca di mostrare gli aspetti della vita quotidiana in Paesi come quelli. Oggi se in un Paese occidentale vedi una fila del genere all’aperto ti aspetti che siano in coda per il biglietto di un concerto di Adele… In realtà erano lì per comprare qualcosa, generi alimentari per le loro famiglie più che altro, e le code erano all'ordine del giorno. E, come ha scritto il mio collega Richard Hornik, quando c'era la fila, tutti si mettevano in fila. Non sapevano nemmeno per che cosa: queste file iniziavano a formarsi e la gente si metteva in fila. Vedevi file ovunque, uno stile di vita.

LB  In un’altra foto c’è una coda in una macelleria…

AG  Sì, e appese ci sono salsicce. Solo salsicce.

LB  Sei tornato in Unione Sovietica dopo il 1991?

AG  No. E mi è mancato non tornarci. Ricordo invece che dieci anni dopo, nel 2002, il gruppo di giornalisti che aveva coperto la Polonia durante la legge marziale e Solidarnosc convocò una riunione a Varsavia. E vuoi sapere una cosa? Ci siamo tornati tutti. Tutti quelli che c’erano allora, dell’«Economist», della «Bbc», del «New York Times», del «Washington Post», di «Time», di «Newsweek», tutti, da tutte le parti. E per tre giorni siamo stati insieme nello stesso hotel. In quell’occasione ho avuto modo di verificare che la Polonia, o quanto meno Varsavia, era ormai un Paese occidentalizzato. Durante il periodo sovietico l'architettura stalinista dava a tutto un aspetto grigio, squallido e duro. Quello che emerge nel libro. C'era pochissimo colore. Le macchine erano tutte uguali. A Berlino Est, a quel tempo, le auto erano tutte di un verde oliva o grigie. Così, tornato a Varsavia, la prima cosa che ho notato è stato che i caffè avevano scelto ombrelloni rossi o dai colori sgargianti, e non più grigi. Era come se l’occidentalizzazione fosse passata anche dall’aver colorato il paesaggio urbano. Si notava subito anche dal modo in cui le persone erano vestite, o nei gioielli che portavano, che non avevano più nulla a che fare con il periodo sovietico.

LB  Mi sembrano aspetti centrali del tuo libro, che aiuta anche a comprendere che cosa è successo dopo, e forse anche che cosa sta accadendo ora.

AG  È il mio lavoro. Serve anche a fare memoria, per capire che cosa c’era e che cosa è venuto dopo. Il ritorno negli ultimi anni di certe tendenze autocratiche in alcuni dei Paesi che ho documentato a quell’epoca, ad esempio, mi ha fatto comprendere che molte delle mie fotografie del periodo della Guerra fredda possono svolgere ancora una funzione, possono avere un nuovo significato a distanza di tanto tempo. Nel mio libro offro solo una selezione delle mie fotografie più rappresentative di quel periodo, ma spero che servano a ricordare com'era la vita in quei Paesi allora, e come potrebbe tornare essere in un futuro non troppo lontano.

 

[Ringraziamo l'editore Damiani per averci concesso la riproduzione in anteprima di alcune immagini, tratte dal volume, che illustrano il nostro speciale C'era una volta l'Urss]