Un "talled" che marca il confine tra ortodossia e riformismo. Lo scialle della preghiera scatena l’ennesima battaglia della storia del femminismo religioso, svelando le divergenze tra gli ebrei ultraortodossi e gli ebrei più progressisti. Per i primi solo i maschi adulti che hanno l’obbligo di obbedienza ai precetti religiosi possono indossare questo manto. I secondi, invece, non hanno dubbi: anche le donne possono portarlo sulle spalle quando compiono un rito.

L’ultimo atto di questo confronto si è compiuto proprio nel luogo più sacro all’ebraismo. Lo scorso dicembre, infatti, alcune attiviste ebree sono state arrestate nei pressi del Muro del Pianto a Gerusalemme, dove stavano compiendo un rito religioso indossando il loro talled. L’opposizione degli ultraortodossi che gestiscono il sito è stata netta. Anche se questi religiosi permettono alle donne di leggere in pubblico brani della Torah, non hanno esitato a ricorrere alla forza per fermare le Donne del Muro.

Mentre il dibattito teologico tiene banco, a intervenire nella questione è stato anche il premier israeliano Benyamin Netanyahu che ha cercato un punto di incontro tra le diverse interpretazioni. Se da una parte il capo di governo sente le pressioni delle correnti più conservatrici che influenzano il suo establishment, dall’altra è condizionato anche dell’ebraismo riformato della diaspora che si è schierato in difesa delle attiviste.

“La discriminazione contro le donne predicata da taluni ebrei ultraortodossi è degenerata in questi ultimi anni. La lotta contro il talled femminile è solo l’ultima tappa di una battaglia fatta anche di  iceberg violenti” commenta una lettrice del quotidiano “Jerusalem Post”. “Basta camminare per le strade di Mea Sherim per capire che cosa sta accadendo” aggiunge la signora, riferendosi al quartiere ultraortodosso nel centro di Gerusalemme, dove la vita della comunità è regolata da dettami molto severi. Questo aspetto è ancora più evidente se ci si sposta a Beit Shemesh, una cittadina a 40 chilometri da Gerusalemme dove si leggono per strada scritte che esortano le donne a vestirsi modestamente, con maniche e gonne lunghe. In questa località, teatro anche di scontri violenti, vive infatti una comunità di ultraortodossi che vorrebbe adottare una certa separazione tra uomini e donne. Il tema dell’immagine della donna è tutt’altro che nuovo al dibattito israeliano, soprattutto quando si parla di spazi pubblici, siano essi pareti o mezzi di trasporto. I cartelloni pubblicitari che ritraggono volti femminili sono spesso sfregiati da ultraortodossi che li ritengono offensivi e ne richiedono la rimozione. A combattere contro questi atti di vandalismo è stato anche il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat che ha chiesto alla polizia di vigilare su questi poster, anche quelli appesi sui tram di linea.

Se dalla carrozzerie degli autobus si passa poi al loro interno, il dibattito sulla segregazione torna a scaldarsi. Dopo quasi due anni di polemiche che hanno coinvolto organizzazioni femministe, intellettuali, politici, scrittori e religiosi, nel 2011 la Corte Suprema israeliana si è pronunciata a favore della creazione di mezzi pubblici con posti riservati alle donne, rigorosamente divisi da quelli per gli uomini. A condizione che la separazione avvenga su base volontaria, su alcuni trasporti pubblici le donne si siedono quindi nei sedili posteriori. Il tutto per evitare che gli uomini vengano tentati da pensieri impuri nel vedere i corpi femminili.

I primi a criticare queste evoluzioni sono gli ebrei più progressisti che accusano i conservatori di condurre pratiche contrarie alla religione stessa. “Stiamo acquisendo abitudini che non provengono dalla nostra fede e che sono diffuse solo nella nostra regione” chiosa una blogger residente a Tel Aviv. Eppure alcune pratiche sembrano aver valicato i confini nazionali, arrivando anche negli Stati Uniti. Qui le comunità di ebrei progressisti che si stanno battendo per la difesa dell’uso del talled femminile devono comunque fare i conti con le fasce più conservatrici. Non sorprende quindi trovarsi a New York, salire a bordo di un autobus di Brooklyn e vedere un gruppo di ebrei mentre critica una donna che decide di sedersi sui sedili anteriori. Non sorprende soprattutto se l’autobus è quello che collega il quartiere trendy di Williamsburg con quello di Borough Park, due tra le aree della Grande Mela con la maggiore concentrazione di ebrei ultraortodossi.