Una tentazione che andrebbe sempre evitata di fronte a un’opera d’arte, tentazione particolarmente deprecabile quando si tratta di un grande classico, è quella di disegnare dei parallelismi fra figure, avvenimenti, situazioni create dall’ingegno umano e la piatta banalità della cronaca quotidiana. Anche perché la brutta figura la fa soprattutto chi cerca questi parallelismi rischiando di rivelare una incapacità di andare a fondo nel rapporto con l’opera, fermandosi invece a facili e gratuiti paragoni. Perché non c’è dubbio che il Don Giovanni che il 7 dicembre ha aperto la stagione alla Scala di Milano era stato programmato con il dovuto anticipo e quindi in tempi non sospetti, ma la tentazione di creare un parallelo fra Il dissoluto punito e l’ex presidente Berlusconi è troppo forte (Purché porti la gonnella / Voi sapete quel che fa – Atto I, scena quinta: Vien qui, facciam la pace; prendi / …/Quattro doppie // …Lasciar le donne! Pazzo, / Lasciar le donne? Sai ch’elle per me / Son necessarie più del pan che mangio – Atto secondo, scena prima) e dalle cose troppo facili occorre guardarsi. Così come è troppo facile istituire un parallelo fra Leporello e i vari Scilipoti che, morto Don Giovanni, san già che cosa fare (E io vado all’osteria / a trovar padron miglior) icona di tutti i servi dentro e fuori le istituzioni (Vi sarà qualcosa anche per me – Atto II, scena ottava).

Eppure, vedere spuntare il Commendatore nel palco reale a fianco del presidente Napolitano costituisce una grande tentazione. In fondo, le grandi opere dell’ingegno non mostrano gli anni e sfidano l’eternità. Il Commendatore è Napolitano, lo certifica la regia dello spettacolo. E Don Ottavio? Don Ottavio rappresenta la gerarchia ecclesiastica, la Cei, che ce ne mette a capire di che pasta è fatto il Cavaliere (Come mai creder deggio / Di sì nero delitto / capace un cavaliero! – Atto primo, scena quattordicesima), ma poi, alla vigilia di Todi, Dopo eccessi sì enormi / dubitar non possiam (Atto II, scena decima). Poi ci sono le nobildonne. Donna Anna richiama irresistibilmente l’opposizione istituzionale che diventa assalitrice, d’assalita (Atto I, scena tredicesima): Solo mirandolo / Stretto in catene / Alle mie pene / Calma darò (Atto II, scena ultima); ma poi, uscito di scena il dissoluto, torna tutto come prima (Lascia o caro un anno ancora / allo sfogo del mio cor). Donna Elvira, invece, è Emma Marcegaglia, la Confindustria dibattuta fra amore e delusione (Mi tradì quell’alma ingrata – Atto II, scena undicesima).

Masetto e Zerlina, poi, corrispondono a uno dei più singolari scambi di genere: il parallelo di Masetto può essere Susanna Camusso con l’intransigente opposizione (No no, ballar non voglio – Atto I, scena ventesima) anche bastonata (L’iniquo, il scellerato / Mi ruppe l’ossa e i nervi - Atto II, scena sesta) di un sindacato di lotta (Lo cerco con costor per trucidarlo – Atto II, scena quarta). Zerlina invece fa pensare a Bonanni (Non temere / Nelle mani son io d’un cavaliere – Atto I, scena ottava) tentato assai dal salto di classe (Vorrei, e non vorrei / Mi trema un poco il cor; / Felice è ver sarei, / Ma può burlarmi ancor – Atto I, scena nona).

Ma no, è tutto troppo banale. Non si può ridurre così un immenso capolavoro. Ma secondo Barbara Berlusconi “la regia è interessante: è apprezzabile che l’opera lanci messaggi attuali più comprensibili per noi”. Il Don Giovanni del regista Robert Carsen, alla fine, dopo essere sprofondato come prevede il libretto, ritorna, eroe affascinante, mentre sprofondano tutti gli altri insieme al loro moralismo. E se la prospettiva fosse il ritorno? Se la disponibilità senza vesti e senza veli della cameriera di Donna Elvira dovesse portare al ritorno dell’infaticabile seduttore e al definitivo crollo nel precipizio di tutti noi?