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Note
Un governo di dilettanti
Piero Ignazi, April 11, 2011
Una volta di più, il governo italiano sta dando pessima prova di sé sul piano internazionale. Del resto, è quando si passa dall’ordinaria amministrazione alle situazioni di crisi che emergono le carenze. Sia quelle strutturali, ereditate dal passato, sia quelle contingenti, frutto dell'impreparazione, del dilettantismo e del provincialismo dei governanti. La primavera araba è il fatto nuovo positivo che contrassegna questo decennio: così come l’11 settembre e suoi postumi aveva marchiato in maniera macabra e terribilmente nefasta il primo decennio del nuovo secolo, così questo risveglio democratico delle opinioni pubbliche del Mediterraneo e del Medioriente sembra destinato a influire per il meglio su molti versanti, da quello dell’espansione della democrazia a quello di nuove relazioni tra le sponde del Mediterraneo, fino a incidere, in prospettiva, sulla questione israelo-palestinese. Di fronte a una tale situazione, la politica italiana è stata risucchiata in una serie di azioni-reazioni tipiche di un Paese piccolo. Il Primo ministro e il ministro degli Interni, in particolare, seguiti a ruota da quello della Difesa, hanno commesso una serie impressionante di gaffes e di passi falsi, tutti all’insegna del provincialismo. Vale a dire dell’assenza di un rapporto reale con le classi dirigenti europee e internazionali (fanno eccezione le “intese cordiali” con personaggi quali Putin, Nazarbaiev, Lukaschenko e Gheddafi) e di confidenza con gli organismi internazionali, a cominciare dall’Unione europea. Se sono stati evitati disastri peggiori è solo grazie alla competenza e alla qualità del personale diplomatico. La dimostrazione più clamorosa a supporto di questo giudizio viene dal comportamento del ministro degli Interni di fronte all’arrivo dei migranti sulle nostre coste. Dopo aver sparato cifre iperboliche – e non in un comizietto nel varesotto, ma in sedi ufficiali – sull’arrivo di “centinaia di migliaia” di immigrati (sollevando immediatamente lo sconcerto degli esperti e dei policy maker europei), ha iniziato a lamentarsi con insistenza e querula aggressività dello scarso sostegno dei Paesi europei. Proprio qui emerge tutto il pressapochismo e il dilettantismo con cui il governo si muove nell’arena internazionale. Il ministro Maroni ha infatti totalmente ignorato – e lo stesso, purtroppo, hanno fatto molti commentatori autorevoli e diversi giornali indipendenti – che negli ultimi anni i flussi migratori hanno investito altri Paesi con cifre ben superiori a quelle registrate a Lampedusa; Paesi, spesso più piccoli dell’Italia, che non si sono lamentati per la scarsa solidarietà comunitaria. Basti pensare che solo nel 2010 la piccola Grecia (un ottavo di abitanti rispetto all’Italia) ha fatto fronte – in solitaria – all’ingresso di 31.186 immigrati dalla frontiera con la Turchia, oltre a quello di altri 27.030 provenienti dall’Albania. Tutta l’Italia ne ha ricevuti poco più di 6.000. Inoltre, mentre noi abbiamo accolto 8.200 rifugiati, grandi Paesi come Francia e Germania ne hanno accolti almeno cinque volte tanti – 47.800 e 41.300 rispettivamente – ma ancora di più hanno fatto Paesi più piccoli: 31.800 la Svezia, 19.900 il Belgio, 13.300 l’Olanda, 11.000 l’Austria, 10.300 la Grecia. Di fronte a queste cifre, al posto dei piagnistei, indegni per un grande Paese, si sarebbe dovuto invece fare ammenda, ammettendo la nostra assenza nel fornire assistenza agli altri piccoli Paesi, per poi porre in maniera razionale e civile il problema di una migliore gestione degli immigrati extra-comunitari: consapevoli che una responsabilità collettiva da parte dell’Ue significherebbe accollarsi un numero maggiore di migranti rispetto ai Paesi più piccoli. Ma forse il ministro Maroni non lo immagina nemmeno. Dilettantismo e provincialismo, appunto.
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Ha quindi pienamente ragione il signor Mohammed, ma non potrà non concordare con me, che i lavoratori italiani hanno il diritto di proteggere il proprio posto nel Paese in cui sono nati. Esattamente come spero che nelle ricche terre del Nordafrica, i lavoratori magrebini si liberino dai satrapi che li opprimano e godano finalmente i frutti di quelle materie prime che tanto arricchiscono i loro governi.
Il lavoro sarà per gli immigrati, per coloro capaci di accettare i posti sempre più umili e mal pagati "rimboccandosi le maniche" - leggi lavorando in nero, senza tutele, e dormendo in auto, data la situazione dei mutui e degli affitti.
In questi ultimi 20 anni non abbiamo fatto nulla per fermare il degrado, basta girare per le strade del centro cittadino - Bologna in primis - ed il caos e la sporcizia di chi vive e bivacca in strada ci perseguitano in ogni angolo. Ed il caos e la sporcizia, ben lo sappiamo, per noi italici sono contagiosi.
I nostri giornali e telegiornali ci parlano soltanto di Mediterraneo, di suk, di donne velate. Ogni riferimento al Nord Europa che ancora funziona, all' ordine, ad una parvenza di legalità ed alla pulizia che ancora resistono - mai notato come si comportano gli extracomunitari in Svezia? Fateci un viaggetto - è completamente scomparso. Al massimo li si deride, come noiosi burocrati, e si dà del leghista a chi di noi si azzarda a fare qualche paragone.
Noi siamo più furbi, noi siamo più "umani", più creativi, noi siamo meglio. Ed intanto precipitiamo. e senza colpo ferire.
Comparti industriali un tempo primi al mondo per qualità e design - penso a Prato, dove i cadaveri di lavoratori cinesi sono abbandonati per strada (assolutamente impensabile fino a pochi anni fa!) - in completo declino; i diritti degli immigrati - utilissimi, alle "grandi firme" ed ai piccoli e grandi padroncini con conti all' estero da capogiro - sono gli unici ad avere una qualche mediatica visibilità.
E se non sono poveri e disperati ma ci comprano, migliaia di euro delle mafie alla mano, le nostre migliori attività cittadine, tanto meglio. Loro sì che sono bravi, loro ce l' hanno fatta.
Sono loro i giornalieri "casi umani", loro il diritto ad una vita migliore. Mai che ci si occupi di italianissimi e disperati cinquantenni con famiglia a carico rimasti senza lavoro, per non parlare dei pensionati al minimo, dei malati senza risorse, più disperati delle badanti venute dall' Est:chi ci invita mediaticamente all' accoglienza indiscriminata ha naturalmente il suo bel posticino caldo, ed i figli ben sistemati.
E nessun commentatore che vada sul concreto: gli affamati nel mondo sono centinaia di milioni, ad Est ed a sud. Quanti ne dovremo ancora "accogliere"? Per fare cosa? Chiedere la carità, sopravvivere disperati lontani da casa preda della delinquenza? Chi lascia il proprio paese soffre sempre, e spesso non riesce a superare quel dolore ed il senso di estraneità.
Mi piacerebbe, almeno per una volta, non sentire dire "accogliamoli tutti" nè "fora dai..." ma parlare di numeri, di strategie concrete, di "idee della ragione".
Come si può "sentirsi italiani" e festeggiare, quando - sempre piiù in difficoltà - nelle graduatorie per la casa, la scuola materna, la salute, si è continuamente respinti dagli ultimi arrivati con più figli e lo stipendio in nero? Come si può non innescare una guerra tra poveri quando migliaia di giovanotti senza arte nè parte arrivano sul mercato senza impegni famigliari, disposti a tutto in uno stato che ha ormai furbescamenti rinunciato ad ogni controllo e regola?
Come si può cercare di vivere anche le cose più piccole nella legalità quando i più sfrontati venuti da lontano la fanno sempre, costantemente franca?
"A forza di dire non è niente siamo diventati niente io e te" recita Eduardo...
Uscire dall' Europa è l' ultima pensata, alla faccia dei sacrifici che abbiamo fatto per entrarci.
Ma forse è proprio qui che si vuole arrivare. Nell' eterna italica nostalgia per il signore feudale, un bello staterello di feudatari con i loro vassalli nei punti strategici ed un nutrito stuolo di servi della gleba timorati di Dio, creerebbe un bel terzo mondo nel cuore dell'Europa geografica.
Per le "grandi firme" e gli speculatori sarebbe una manna, e finalmente ricominceremo a produrre oggetti tecnologici. Per conto dei Cinesi, naturalmente.