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Guerra, il ritorno del rimosso
Mauro Barberis, March 21, 2011

Come siamo impreparati di fronte alla guerra, noi che leggiamo i giornali e ci informiamo religiosamente su internet, e ogni volta, benché democratici, magari di sinistra, ripetiamo le stesse fesserie a distanza di dieci, venti o cent’anni, come se la storia non insegnasse nulla, e ogni volta si dovesse capire tutto daccapo. La trama sembrava già scritta, dopo la Tunisia l’Egitto, dopo l’Egitto la Libia, e poi, perché no?, l’Italia, magari la primavera maghrebina sarebbe arrivata anche da noi… E invece no, il Fiero Beduino, il Cattivo Selvaggio di Tripoli si è messo in mezzo, ci ha guastato l’happy end, mostrando quanto contino, ancora e sempre, i soldi, la forza, e un’assoluta mancanza di scrupoli.

Certo, si rischia di provare ammirazione per il boia libico, se si confronta l’apocalisse scatenata a centocinquanta chilometri dalle nostre coste con le piccole battaglie private ingaggiate sull’argomento dal popolo del web, militarmente schierato dinanzi al proprio computer. E qui bisognerebbe aprire un ampio ed elevato dibattito  su tutta la gente come voi e me – nos semblables, nos frères – che invece di scazzottarsi sanamente nelle osterie, come una volta, lo fa on line, spesso al riparo di uno pseudonimo dietro al quale stanno talvolta autentici mercenari, proprio come quelli libici, solo che questi non sparano Scud, sparano altre cose, che non si possono dire su un sito perbene.Così, a caldo, mi pare di vederne tre tipi. Anzitutto, ci sono quelli che non si capacitano del fatto che l’idillio con Gheddafi sia andato a rotoli, lui ci mitragliava i profughi in alto mare, a distanza di sicurezza dalle coste, poi teneva i sopravvissuti nei lager, così che nelle sere estive potessero sentire la musica dei nostri Club Mediterranée, insomma, cosa potevamo chiedere di meglio, l’unico vero imbarazzo era ospitare il beduino con le tende, le amazzoni e le divise tipo Sargent Pepper, e ora ci mettiamo a sparargli?, e se arrivano milioni, miliardi di profughi, dove li mettiamo, nella casetta al mare, oltretutto abusiva?

Poi ci sono quelli furbi, quelli che hanno capito tutto, il petrolio, ecco la parola magica, e se non fossimo intervenuti sarebbe stato per il petrolio, che del resto potevamo continuare a comprare da Gheddafi, debitamente raffinato dal sangue, e se interveniamo, invece, ovviamente è ancora per il petrolio, e se persino il principio di non contraddizione si ribella tanto peggio per lui, e allora perché siamo intervenuti nel Golfo e in Iraq?, già ma anche in Afghanistan e in Kosovo, c’è il petrolio in Kosovo?, il petrolio libico è il due per cento della produzione mondiale, potremmo comprarlo da chiunque altro, dobbiamo necessariamente comprarlo da un criminale?

Infine, ci sono tutti quelli che avevano rimosso la guerra e se la vedono continuamente tornare, sicché per esorcizzarla ripetono lo stesso mantra, no alla guerra, mai e poi mai, neanche contro Hitler, bisogna convincere educatamente Gheddafi, oppure aspettare che cada da sé, come le pere, nel caso peggiore passeranno cinquanta-sessant’anni di terrore, e che sarà mai?, e poi il colpo del ko, ma si dice ko su un sito culturale?, l’art. 11 della Costituzione, naturalmente, il ripudio della guerra, e mai uno che arrivi a leggere poche righe più sotto, sino alle «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», la pace e la giustizia, distinte, saranno mica la stessa cosa?

Mi sbaglio, uno sì: tanto per cambiare, il presidente Napolitano. Se qualcuno ha il tempo di rileggere le sue dichiarazioni, il presidente Napolitano ha giustificato l’intervento proprio in base all’art. 11: tutto l’art. 11, nient’altro che l’art. 11. Certo, il presidente, a differenza del sottoscritto, deve astenersi dal partecipare alle zuffe sul web. Eppure, sarà perché sono un giurista, io la penso esattamente come lui.

calogero curabba, 24-03-2011, 11:19

Nella vicenda libica l'Europa conferma l'inesistenza di una politica estera comune. Al suo posto si affermano gli interessi nazionali, dettati ora da priorità economiche ora da esigenze geopolitiche. Un intervento militare in Libia, come quello che si è concretizzato in questi giorni, senza una visione politica dell'area dopo Gheddafi che abbia una dimensione europea rischia di produrre effetti peggiori del problema che si pretende di risolvere, tardi e male! Le azioni militari, come quelle operate in Kosovo, Iraq e oggi in Libia, non hanno il profilo di una "missione umanitaria" e solo formalmente aderenti alla risoluzione 1973; in realtà siamo in presenza di una guerra vera e propria, sia pur "vestita" dei crismi di una legalità internazionale assai confusa nelle modalità di intervento. Gli interessi sono di ben altro spessore e si coniugano con le risorse energetiche da controllare e l'interesse strategico dei volenterosi!

E' ancora possibile, necessario, ad oggi, parlare di guerre giustificabili (non più guerre giuste, sottile differenza), sia pur in nome degli ideali democratici e umanitari più elevati, come fa Massimo Nava nell'editoriale del Corriere della Sera di oggi? 

Lo stesso editorialista osserva che "nel caso dell'Iraq, è arduo negare le conseguenze dei bombardamenti sulla popolazione civile, lo stillicidio di attentati seguito all'occupazione militare, l'instabilità, il prezzo pagato dall'America e dall'Occidente in termini d'immagine ed esposizione al terrorismo. Per fare la guerra a Saddam si è scoperto il fronte afghano, si è permesso che il terrorismo accentuasse la presenza nel Paese, si sono forniti argomenti al fondamentalismo islamico".
Credo sia tempo di ripensare profondamente la politica internazionale italiana e europea, meglio, costruire una politica estera che superi la competizione tra gli stati in Libia, meglio conosciuto come multilateralismo.

Occorre una nuova cultura politica dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La realpolitik giustificata dagli interessi nazionali, legittimi ma non esclusivi, pone in essere le condizioni per una riproposizione futura di scenari come quelli libici che delineano il probabile esito di una divisione della Libia, una frammentazione dello scenario internazionale dove sembrano prevalere forze centrifughe di rinati e nuovi nazionalismi. 

calogero curabba, 22-03-2011, 13:54

Alcune considerazioni immediate emergono dal nuovo scenario di guerra libico. Intanto l'ennesima manifestazione di impotenza dell'ONU, che dopo le risoluzioni approvate, in questa come in altre circostanze di guerre "territoriali" si eclissa in coalizioni NATO o peggio, da ultimo, a una di volenterosi in ordine sparso. E qui rileva la seconda considerazione: siamo nell'epoca del multilateralismo, tante volte invocato per l'Iraq e ancor prima per il Kosovo. Una partecipazione plurale che non lasci spazio ad interventi di dominio unilaterale ha dimostrato di essere una competizione tra stati nazionali pre guerra fredda. Nessun coordinamento, nessun comando condiviso. Le dichiarazioni, i commenti di questi giorni sono quasi del tutto identici agli scenari summenzionati, sia pur nella diversità degli ambiti storici.

E' tempo di configurare i rapporti commerciali in una cornice che non escluda il rispetto dei diritti umani e dei trattati internazionali. Se non si avrà il coraggio di modificare le relazioni internazionali, superando una  diplomazia soggiogata totalmente agli interessi economici, moltiplicheremo i conflitti su aree geopolitiche fondamentali senza riuscire più ad adottare  politiche (im)praticabili che non siano quelle militari.

viola nicodano, 22-03-2011, 13:34

Chiedo scusa Valerio, avevo letto di corsa il tuo commento, pensavo dicessi che questo articolo era stereotipato. Mi devo correggere.

viola nicodano, 22-03-2011, 13:29

Caro Valerio, il tuo post è molto bello, ben scritto e articolato. Nella sua prima parte, però, non mi sembra meno "banalmente stereotipato" di quello cui commentiamo (che, oltretutto, mi sembra si prefiggesse di esternare appunto posizioni molto comuni). COn la seconda, invece, si contraddice.

Ma scusa, dopo quei due paragrafi di spatafione nichilista e condannante il nostro pensiero e la nostra era, tu mi dici che "Abbiamo il dovere di imporre una visione. Non perchè è la nostra visione, ma perchè è la migliore possibile in quanto è riuscita non solo a garantire, ma a promuovere e valorizzare al suo interno l’esistenza di un motore critico di auto-miglioramento, che raffina continuamente il sistema secondo il criterio di massima efficienza. Abbiamo il dovere di imporre una visione perchè è la più razionale che conosciamo"?

1. Non sono convinta che siamo i migliori in assoluto. Non proteggiamo valori, proteggiamo interessi.

2. Siamo irresponsabili e incapaci di autocritica (a parte qualche reale sinistroide, che fa dell'autocritica un motivo di vita, senza uscire più dal mea culpa)

3.Non mi hai spiegato da dove derivi quest dovere. Posso sicuramente considerare la responsabilità storica, derivante dal nostro aver sempre ingerito nei fatti altrui per ragioni economiche, per cui ora non è che puoi fuggire.

Domanda provocatoria: se davvero siamo il meglio (e spesso lo dimostriamo -io amo la cultura classica- e allora aiutare l'onda verde in Iran è giusto -ma non lo abbiamo fatto davvero), perchè dovremmo imporci? Nella natura umana, si persegue il meglio, non lo si impone.

Grazie

maria cristina marcucci, 22-03-2011, 13:11
Nel periodo storico in cui stiamo vivendo (ma è una costante, pensiamo a Cesare, ad Ottaviano ad es...) la legge - qualunque legge - viene sistematicamente irrisa ed aggirata senza che alcuno ne renda conto. Mentre noi citiamo, analizziamo, loro fanno quello che più conviene (conviene? Spesso neppure quello...) lasciandoci affogare nella nostra indignazione. "L'Italia - che ha perso il secondo conflitto mondiale, facendoci pure una pessima figura - dopo un congruo periodo di "penitenza", fornirà uomini e mezzi ogni qualvolta ne sarà costretta dai Paesi vincitori che di fatto la condizionano (continuando tra l'altro ad occupare parte del suo territorio con un gran numero di basi militari), nei tempi e nei modi decisi da questi ultimi". Questa è la realtà non scritta nella nostra Costituzione, questo ci dicono i fatti.
Napolitano sa benissimo di non poter dire, nè agire, diversamente.
Il resto è solo retorica.
L' inettitudine delle nostre classi dirigenti e l' immagine stessa del nostro presidente del Consiglio, non contribuiscono certo ad elevarci da questo stato di sudditanza.
marialaura galante, 22-03-2011, 11:11

Art. 11 della Costituzione:

'L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.'

Secondo quanto dice l'articolo 11 lei sostiene che il presidente Napolitano ritenga che il nostro intervento non offende le libertà, non è mezzo di controversia, consente le limitazioni di sovranità necessarie in condizioni di parità con altri Stati, promuove le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

In effetti anche a Torino Giorgio Napolitano ha legato idealmente il Risorgimento alla lotta per la libertà degli altri popoli.

Io invece penso che la costruzione di una nazione e la definizione di un confine siano concetti obsoleti e dannosi, soprattutto se ottenuti con la forza. Credo che gli interventi armati e di guerra a cui assistiamo in questi giorni agiscano relazioni di potere tra sovranità nazionali all'interno di un simbolico fatto di equilibri di potere e controversie internazionali a danno della cooperazione internazionale. Disconosco cioè l'idea della guerra come interruzione della politica. Denuncio il discorso di Giorgio Napolitano come ideologico e a posteriori rispetto alla costruzione di un'identità fissa.

Segnalo a proposito Judith Butler, Che fine ha fatto lo Stato nazione; Hanna Arendt, Sulla violenza.

maria cristina marcucci, 21-03-2011, 17:32
Mi piacerebbe soltanto, dato che da decenni non si fanno più guerre ma "missioni umanitarie" oppure si "porta la democrazia", che almeno, per chiarezza, si modificasse la Costituzione nella parte in cui si ripudia la guerra. Sarebbe un atto di onestà verso noi poveri cittadini  tenuti come sempre in stato di minorità. Che poi le guerre non si facciano sempre per motivi economici, e per gli interessi di pochi (Risorgimento compreso) è qualcosa a cui può credere solo chi non conosce la storia. Se qualcosa di buono poi ne viene (per i posteri, naturalmente...) tanto di guadagnato.
valerio genovese, 21-03-2011, 16:04
Apprezzo molto la sua critica a opinioni stereotipate che muovono da una visione ideologica e irrealistica della geopolitica, e mi permetto di chiedere il parere suo e dei lettori su questo mio contributo:

http://tr3nta.com/2011/03/08/la-nostra-guerra/
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