Rivista il mulino

Content Section

 
immagine
Identità italiana
Il "mondominio" Hotel House
Emergenze urbane e minoranze
Adriano Cancellieri, November 30, 2010

L’Hotel House è un enorme condominio (480 appartamenti) abitato da più di 2.000 persone, il 90% immigrate da altri Paesi, che si innalza solitario nella parte meridionale della cittadina di Porto Recanati (11.959 abitanti), nel Sud delle Marche. Questa «città verticale» è stata creata alla fine degli anni Sessanta come luogo di villeggiatura per turisti, ispirandosi esplicitamente all’unité d'habitation di Le Corbusier; all’idea, cioè, di un edificio autosufficiente caratterizzato dal verticalismo e da linee rette ripetute in modo ossessivo. Una «casa» (house) con i servizi e i comfort di un albergo (hotel). Il «sogno», però, si interrompe a metà, e l’Hotel House diventa una sorta di cattedrale nel deserto, senza servizi, isolata e «orgogliosa», abitata d’estate da poche centinaia di turisti e, d’inverno, in gran parte vuota. Così, a partire dagli anni Novanta, è meta «naturale» per l’insediamento di centinaia di migranti attratti da un territorio vicino alla piena occupazione, grazie ai distretti industriali (della calzatura in primis), all’edilizia, alla pesca, all’agricoltura e al turismo.
Dall’«esterno», una volta trasformato in territorio di concentrazione di minoranze, l’Hotel House viene rappresentato come un luogo di marginalità e degrado, come un grave disturbo al «normale» metabolismo della città. Dall’esterno proviene, però, anche gran parte della domanda che concorre a rendere l’Hotel House un luogo di scambio di sostanze stupefacenti e che contribuisce fortemente a dare vita a questo circolo senza fine di stigmatizzazione e vittimizzazione.
L’Hotel House ­­– in cui ho vissuto e fatto ricerca – non è però, in sé, né un territorio di disorganizzazione, né di degrado. È un enorme condominio, ideato per ceti medi, in gran parte abitato da soggetti in condizioni socio-economiche precarie che faticano a occuparsene e a curarlo. Ma è, anche, un territorio in cui gli immigrati possono farsi spazio, costruendo luoghi comunitari e identitari, chiese pentecostali e moschee, bar e supermercati, phone centers e macellerie. Un luogo, cioè, in cui ri-costruire risorse materiali e simboliche e, perciò, ricevere stima piuttosto che stigma. Di conseguenza, potenzialmente, più un trampolino per l’inclusione sociale che un muro.
È, inoltre, una zona di contatto tra persone che provengono da quaranta differenti Paesi, un luogo di multiculturalismo non astratto ma quotidiano, fatto, cioè, di corpi, rumori, sapori, odori. Non un «allegro carnevale» ma, piuttosto, un contesto in cui le differenze di nazionalità, di genere, di età, di condizioni socio-economiche si intrecciano quotidianamente producendo indifferenza e diffidenza, paura e curiosità, desiderio e disgusto. Si è dato vita, inoltre, a forme imprevedibili e a nuove appartenenze: risale a qualche anno fa la nascita del “Comitato Hotel House”, formato da residenti italiani, famiglie di immigrati e associazioni mobilitate contro lo stigma e l’abbandono del condominio, che ha portato all’istituzione di corsi di italiano e di una ludoteca. È una città-condominio (un mondominio?) in cui imparare quotidianamente a sopravvivere alla differenza.
Esistono, dunque, differenti Hotel House e tra essi si combatte quotidianamente una battaglia sull’uso di questo spazio e sul tipo di relazione da costruire con l’«esterno». La responsabilità dell’esito di questa battaglia è sempre proporzionale al potere ed è, perciò, decisivo soprattutto il ruolo giocato dalle istituzioni (locali) che hanno sempre abbandonato questo luogo e non hanno mai supportato le richieste di questo quinto della città, in gran parte senza voto, che finisce per essere, così, anche senza volto.
Tale situazione si ripete in tante altre città dove i luoghi in cui si concentrano minoranze sono soggetti, da un lato, all’invisibilità delle esigenze quotidiane degli abitanti, dall’altra a improvvise, quanto effimere, situazioni di panico morale legate all’iper-visibilità degli aspetti illegali e criminali.
Occorrerebbe, perciò, non parlare di «periferie» mobilitando la stessa retorica e gli stessi immaginari nonostante storie, geografie, demografie e contesti socio-politici differenti, e adottare, invece, approcci omeopatici, contestuali, maieutici, per riprendere Danilo Dolci, rivolti all’ascolto degli abitanti e alla scoperta del capitale spaziale e sociale di questi luoghi. Solo così può rivelarsi possibile conoscere queste emergenze urbane nel loro senso etimologico, cioè come qualcosa di nuovo che quotidianamente emerge dalle nostre città.

L’Autore ha pubblicato recentemente Come sopravvivere alla differenza. Etnografia dei confini sociali in uno spazio multiculturale, “Etnografia e ricerca qualitativa”, n. 1/2010, pp. 11-36.

Adriano Cancellieri, 10-12-2010, 15:33
In certi momenti e per certe persone, in gran parte italiane, è uno dei tanti luoghi dove 'rifornirsi'. Per la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è un luogo abbandonato in cui puoi, però, trovare spazi di incontro, di socialità e di aiuto enormi ed imprevedibili nella vita quotidiana.
Ti riporto una frase di un signore italiano di 69 anni che vi abita da tempo: ‘A dire il vero io all’Hotel House mi trovo bene. Da tutte le parti, tutto il mondo è paese. Ma qui c’è compagnia, se scendo, mi saluta uno, l’altro mi chiede …ti fanno sentire in mezzo alla gente, anziché essere il solito isolato’. Comunque se non è chiaro cos’è l’Hotel House è perché ci sono più HH in lotta tra loro: il mio rimprovero principale è che non si fa nulla per supportare i tanti aspetti positivi mentre si fa molto, più o meno volutamente, per fare di questo un luogo da stigmatizzare sempre più.

Giovanna Forlani, 01-12-2010, 18:17
non ho capito, in buona sostanza, se è un luogo di degrado "in cui si spaccia" o un luogo "in cui si impara ". Posso chiedere a far cosa?
In order to submit your comment, you have to register, filling out the fields below. If you are already registered, please login.
* Indicates a required field
Insert first name and last name. Example: John Smith
This address is used to authenticate your account should you ever encounter problems or forget your password.

Type the characters you see in the picture
According to the italian law and following the Note on the privacy, your personal data will be used for the aims of the Note and for manage your personal profile; without the mandatory data will not be possible send this form. The user can contact the responsible of this protocol according to the art. 7 D.Lgs. 196/03, also sending a e-mail to webmaster@mulino.it.
Sending this form, the user agrees to the terms and the aims of the Note.
The use of this site is under a license agreement, that I have completely read and with which I full agree [http://www.mulino.it/legale/legal.pdf].