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Identità italiana
Digital divide all'italiana
Laura Sartori, August 26, 2010
Il divario digitale indica la differenza tra chi ha e chi non ha accesso a Internet e, più in generale, alle nuove tecnologie dell’informazione (Ict). Negli ultimi quindici anni diverse indagini, nazionali e comparate, hanno svelato i fattori responsabili di questa sorta di nuova diseguaglianza. A livello macro, sono importanti il contesto istituzionale, le politiche di regolazione, la struttura del mercato delle telecomunicazioni e la capacità di innovazione tecnologica di un Paese. Genere, età, istruzione, reddito, etnia, posizione professionale incidono invece a livello micro sulle chance individuali di accedere a Internet.Nella società dell’informazione, anche la Rete si configura dunque come una nuova fonte di disuguaglianza sociale. Nonostante l’entusiasmo iniziale con cui viene accolto Internet, il divario digitale indica presto il suo potenziale negativo, in particolare per alcuni gruppi sociali. Inoltre, una volta risolto il problema dell’accesso (digital divide), si scoprono disuguaglianze anche nell’uso (digital inequalities), interpretabili alla luce di fattori come la dotazione tecnica, le capacità cognitive, le reti sociali disponibili, la varietà e l’esperienza in Rete. Si parla in proposito di struttura delle disuguaglianze che si stratifica ulteriormente. L’importanza dell’accesso e di un utilizzo “ricco” delle Ict è testimoniata dai programmi intrapresi dalla maggioranza degli Stati per favorire il superamento del digital divide e la costruzione di una società dell’informazione realmente inclusiva. Dai primi piani americani di Clinton e Gore, alla strategia di Lisbona e all’Agenda 2020 dell’Unione europea gli sforzi richiesti agli stati nazionali in tale senso sono tangibili. A che punto è l’Italia? Il nostro Paese occupa quasi sempre le ultime posizioni nella graduatoria europea degli indicatori di Ict. Come si vede dalla tabella, quasi un italiano su due non ha mai avuto accesso a Internet e gli usi più ricchi del web – come la ricerca di un lavoro, l’acquisto di beni e l’interazione con la pubblica amministrazione – sono limitati. D’altro canto, valori inferiori alla media europea si registrano anche per la percentuale di imprese presenti sul mercato online, di famiglie con connessione broadband a casa e di servizi della pubblica amministrazione disponibili via web. Nonostante i ritardi, il governo italiano non sembra interessato a impegnarsi concretamente sul fronte delle tecnologie e dell’information society. Per questo motivo le istituzioni regionali e locali si devono muovere autonomamente con politiche specifiche sui temi della e-inclusion e dell’e-government, riuscendo a conseguire risultati comunque innovativi e importanti. Parallelamente, anche l’opinione pubblica (specialmente con i media tradizionali) appare più interessata e sensibile ai temi di moda come il web 2.0 o i social network, dimenticando la persistenza del digital divide per ampie fasce di popolazione. Guardando altrove, in Estonia Internet è ormai un diritto costituzionale e in Islanda non subisce nessuna forma di censura. In Finlandia la connessione broadband (1Mbps) è un diritto legale, mentre in Inghilterra si vuole portare entro il 2012 la connessione a 2Mbps per tutti. In Italia, 800milioni di euro per il broadband sono bloccati da anni, si fanno in ritardo le gare per il wi-max, non si discute di net-neutrality (nonostante il recente accordo Google-Verizon) e si escogitano progetti balneari per risolvere il digital divide (come il codice Azuni del ministro Brunetta) o norme censorie della libertà di espressione (si veda il c. 29, art. 1 del ddl sulle intercettazioni). L’Italia si trova ancora una volta di fronte a un bivio e deve decidere se imboccare con decisione la via dell’innovazione o lasciarsi andare alla deriva, verso i mari ignoti dell’ignoranza tecnologica. Accumulare nuovi ritardi nella costruzione della società dell’informazione avrà conseguenze negative per lo sviluppo economico, politico e sociale del Paese nel suo complesso. Ma forse potrà continuare a garantire ancora per qualche tempo gli ascolti delle tv generaliste ai loro azionisti di maggioranza.
Indicatori di Information Society in alcuni Paesi europei per l’anno 2009 (valori percentuali).
Fonte: Europe’s Digital Competitiveness Report, 2010.
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Come si fa a cercare una risposta a questo tipo di domanda, se non ci si mette prima d'accordo su cosa si deve intendere per innovazione?
L'innovazione introdotta dall'uso della tecnologia [IT] è stata avviata circa 20 anni prima che l'IT diventasse un business e poi ICT.
In quei remotissimi tempi non si parlava mai d'innovazione.
Ci si confrontava con le enormi difficoltà d'uso dell'IT, in relazione al desiderio di trarne benefici per superare i limiti dell'umana capacità di fare [meglio] determinate cose.
Il business dell'IT ha stravolto la nostra capacità di percepire il senso dell'uso dell'ICT.
Come per una specie di principio d'indeterminazione
A parte le mancate azioni "attive" da parte del governo, mi chiedo quanto conti in italia la mancata liberalizzazione di fatto del mercato delle comunicazioni via cavo (una azione "passiva", se vogliamo), dove l'ex monopolista Telecom e' ancora di fatto padrone.
A dimostrazione di questo, il fatto che la penetrazione di internet via dispositivi mobili in Italia e' tra i primi posti in Europa.
Secondo l'Osservatorio Mobile Content and Internet del Politecnico di Milano gli utenti unici al mese di internet mobile in Italia sono il 24% della popolazione, dato non dissimile agli equivalenti britannici, tedeschi o francesi. Per contro, secondo Eurostat, nel 2009 solo il 42% degli italiani 16-74 usava internet almeno una volta a settimana, contro il 75% dei britannici.