Rivista il mulino

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Note
Costituzione alle vongole
Piero Ignazi, August 20, 2010

La retorica populista del forzaleghismo continua ad inquinare le fonti delle nostre regole comuni. Non paghi di aver ricevuto il sonoro ceffone del rigetto della loro proposta di riforma costituzionale con ben il 61,7% di voti contrari al referendum confermativo del 2006, i lealisti berlusconiani e le truppe di complemento bossiane continuano a sfornare bizzarre e pericolose interpretazioni della Costituzione. Come già in passato è tornato in auge il mito della volontà popolare, vero cardine della torsione populista prodotta dalla destra. Mentre nella concezione liberale della democrazia la volontà popolare si trasmette e si realizza attraverso percorsi e meccanismi ben definiti che garantiscano i diritti e le minoranze nonché assicurino il bilanciamento dei poteri per non cadere nella dittatura della maggioranza, preoccupazione costante di ogni liberale, nella visione populista ogni barriera al pieno e assoluto dispiegamento di quella che il capo ritiene essere la volontà popolare deve essere travolto. Chi si frappone è ipso facto un nemico del popolo. Del resto, con qualche aggiustamento di accento era quanto ci sentivamo ripetere nelle assemblee infuocate del post-68 quando capi e capetti rossi invocavano la volontà delle masse contro i formalismi della democrazia borghese, scimmiottando i ben più cupi discorsi dei leader comunisti dell’immediato dopoguerra nella loro esaltazione delle “democrazie popolari”. Anche allora c’era una volontà del popolo che veniva coartata dalle pastoie e dai trucchi della (falsa) democrazia borghese-capitalista. Ora siamo costretti ad ascoltare simili sragionamenti, benché provengano dalle sponde opposte. In fondo gli anti-liberali allignano dovunque, e nella storia politica italiana si sono rivelati ben più pericolosi quelli di destra.
L’invenzione costituzionale di questi giorni, che per la verità è un remake di storielle già sentite, riguarda l’illegittimità del parlamento a sfiduciare il governo in carica e a instaurarne uno nuovo. La motivazione addotta è che il popolo ha scelto un governo alle elezioni e quindi non si può cambiare. Che cosa abbia scelto non è affatto chiaro. Ha scelto il primo ministro, i membri del governo, la coalizione, i singoli partiti? Sulla scheda si votava per un partito e basta. Che ci fosse stampigliato anche un nome non importa un bel nulla. Infatti, poniamo il caso, Dio non voglia, che l’attuale presidente del consiglio dovesse passare a miglior vita: cosa si dovrebbe fare secondo la logica costituzionale forzaleghista? Andare al voto?  Solo nei sistemi presidenziali, e non in tutti, si torna alle urne  quando scompare il presidente in carica:  in Francia sì, ma negli Stati Uniti no, subentra il vice-presidente. E nelle democrazie parlamentari quali la nostra i governi li cambia a piacimento il Parlamento che è sovrano – lui sì – sulla sorte del governo. Esattamente quanto è accaduto, più volte, sia in Gran Bretagna che in Germania. Il populismo disdegna i sistemi di rappresentanza; li  vuole scavalcare per rivolgersi direttamente al popolo. E’ questo il vero nodo gordiano. Se il forzaleghismo riuscirà a troncarlo l’Italia compirà un altro passo fuori dal novero delle democrazie consolidate (e persino la conservatrice Freedom House già ci inserisce fra i Paesi solo “parzialmente liberali”).

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