In uno degli episodi di “Family Guy” (serie animata statunitense che smaschera con ironia la mediocrità e l’ignoranza di una certa cultura non solo americana) la famiglia protagonista è seduta di fronte alla televisione, sullo schermo si vedono due donne seminude distese su un prato che si spalmano a vicenda dell’olio solare con atteggiamento sensuale, l’inquadratura si sposta su alcune bottiglie mentre una voce fuori campo dice: “Se compri questa birra delle donne focose faranno sesso nel tuo giardino”.L’ambientazione allude al tanto tipico quanto immarcescibile immaginario erotico finto lesbo che si perpetua in linea maschile di generazione in generazione, quasi ineluttabilmente. Dal divano Lois, la moglie-madre, esclama indignata: “Tipica fantasia maschile – smorfia di fastidio – le donne che bevono birra! Ti garantisco che è stato un uomo a fare quella pubblicità”, al che Peter, il marito-padre, le risponde: “Ma certo che è stato un uomo: è una pubblicità, non la cena per il giorno del ringraziamento!”.
Surreale? Esagerato? Ridicolo? No, siamo noi: qui, ora.
La verità, nella sua complessità, ci appare così com’è solo nella sua finzione, come in un’opera d’arte iperrealista.
Qui, ora, in Italia, lo stereotipo “santa o prostituta” assume nuove brillanti vesti grafiche, senza mutare nella sostanza. Da un lato, un’azienda che produce pannelli fotovoltaici ci offre una versione photoshop del fordismo con l’immagine di una donna in perizoma e scarpe rosse che, accovacciata sulle ginocchia, invita gli astanti a montarla a costo zero; dall’altro lato, un’azienda che produce bibite si dà alla speculazione matematica postulando che se un uomo si addiziona a una donna il risultato è il desiderio di fare sesso, ma se una donna si addiziona a un uomo il risultato è invece il desiderio di fare figli.
Sono i due estremi di un pensiero unico, pervasivo e influente, di cui tutti noi siamo permeati e con cui tutti noi dobbiamo fare i conti. Bisogna indignarsi e reagire, e le donne – molto più degli uomini – si indignano e reagiscono.
Eppure, ogni volta che si tenta di articolare un ragionamento su questi temi si viene infilate a forza nel cul de sac dei “sì, ma…” e dei “c’è di peggio”, con la violenza invasata tipica della pulsione normalizzatrice che punta all'annientamento. Il corpo delle donne è oggi il luogo fisico di un discorso da cui le donne sono escluse come soggetti.
L’utilizzo di un linguaggio sessista e di immagini che definiscono i sessi in maniera unidimensionale, senza metterli in prospettiva, perpetua una cultura in cui i ruoli della donna e dell’uomo sono definiti e sclerotizzati. In tal modo si danno per scontate relazioni che non prevedono il rispetto del corpo e della persona, e si costruiscono modelli identitari che non ammettono la libertà di scelta e l'autodeterminazione, identità eterodirette.
Sono modelli dai quali sembra impossibile derogare, se non nel caso di eccezioni che però vengono considerate eccentriche e che poi, a ben guardare, richiamano comunque gli stereotipi più comuni sull’immaginario sessuale dell’uomo etero. Il ruolo della donna è quello della seduttrice passiva che non sceglie e il ruolo dell’uomo è quello del seduttore attivo che non ha scelta, se non quella di sedurre. C'è uno sguardo esterno ed estraneo che, oggi come ieri, ha la pretesa di definire la soggettività femminile e normarla.
Da qui deriva una femminilità debole e pericolosa, asservita e incapace di decidere: è "la Donna". Ma questa donna con la D maiuscola non esiste, sebbene sia proprio di lei che, il più delle volte, si parla nel dibattito pubblico.
C’è un ipotetico Corpo Collettivo delle donne come un Golem obbediente e servizievole da annichilire quando cresce troppo, che deve essere privo di intelletto e incapace di prendere decisioni autonomamente. L'epoca reazionaria in cui viviamo è una vasca di deprivazione sensoriale dentro la quale galleggiamo ignorando la profondità ed eludendo la critica. A questa cultura bisogna ribellarsi, su questa cultura - parafrasando Carla Lonzi - bisogna sputare.
Non concordo con le tesi esposte dal pubblicitario nel commento sopra riportato per tre motivi.
L'immagine di una pubblicità tesa a utilizzare gli stereotipi con l'intento di esasperarli fino al ridicolo è solo la prima pietosa fandonia. La pubblicità è un mezzo di comunicazione di massa che agisce su un vastissimo immaginario collettivo, in quanto – notoriamente – utilizza un linguaggio semplice e immediato che arriva a tutti. Il messaggio mediatico, in questo modo, agisce quasi a livello inconscio, affinché arrivi a essere interiorizzato dagli utenti pressoché inconsapevolmente.
Ridurre la casistica di una pubblicità misera ai due episodi citati è la seconda pietosa fandonia.
Belle ragazze seminude e ammiccanti vengono impiegate spesso e volentieri per vendere auto, servizi di telefonia, bibite... Neonati seminudi sono spesso usati per pubblicizzare pannolini o detergenti. Il messaggio è sempre lo stesso: l'esibizione e l'uso dei corpi femminili e infantili per attirare e invogliare al consumo di oggetti. Un bel corpo femminile è appetibile come quell'auto lussuosa, quel cellulare altamente tecnologico. Un bel culetto infantile è morbosamente esibito per rendere l'idea della morbidezza di un pannolino o la delicatezza di un detergente (ma qui apriamo un'altra grande questione, anche se perfettamente in tema).
La terza pietosa fandonia è una supponibile differenza tra forme pubblicitarie che utilizzano belle donne elegantemente svestite o volgarmente esibite; in realtà il risultato è identico. Anzi, l'esplicita dozzinalità del secondo caso serve, se non altro, a scuotere la letargia di chi guarda senza – spesso – capire. La pubblicità più o meno volgarmente esplicita ha lo stesso effetto; in quanto la questione vera non risiede nella volgarità, ma nel messaggio culturale che continua a passare: la donna parificata a oggetti di consumo, la donna come oggetto di consumo a uso degli uomini, gli uomini come principali consumatori, una società dei consumi declinata al maschile.
sono un pubblicitario e posso assicurarle che le "soluzioni di senso" che lei cita non sono sicuramente un caso esemplare nè per qualità della realizzazione nè per aderenza ad un modello culturale di riferimento.
L'obiettivo di chi fa il mio mestiere non è quello di collezionare denunce all'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, ma di aumentare il valore dell'azienda/cliente e dei suoi prodotti, senza perdere di posizionamento (ovvero senza sacrificare la sua credibilità).
I casi che lei cita, come tutti gli altri esempi di "trash advertising" (perchè di questo si tratta) esprimono solamente la profonda incompetenza di chi improvvisa una professione senza conoscerne le regole. E' vero che l'immaginario sessuale viene utilizzato in pubblicità, ma non in questo modo. Viene utilizzato, invece, con ironia - ovvero sfruttando proprio la consapevolezza collettiva della sua stereotipizzazione e della sua banalità.
Se dovesse imbattersi nuovamente in questi "doppi sensi" non si preoccupi, non esprimono certo una tendenza comune. Sono soltanto una cattiva interpretazione dell'intelligenza altrui da parte di chi soffre di miopia intellettuale.