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Internationa letters
Accra, 20/7/2010
Francesca Marchetta, July 20, 2010
Il Ghana e l'oro nero. Nel Giugno del 2007 al largo delle coste ghanesi e’ stato scoperto il petrolio. Qualche mese dopo un secondo giacimento e’ stato individuato a pochi chilometri dal primo. L’estrazione di petrolio dovrebbe iniziare nell’autunno 2010 e si stima che i guadagni per lo Stato ammonteranno a circa 1,2 miliardi di dollari l’anno per almeno due decenni. È una cifra altissima, considerando che il PIL ghanese ammonta attualmente a 16 miliardi di dollari. Dal momento in cui la notizia della scoperta del petrolio è stata diffusa, i giornali e le radio ghanesi hanno espresso serie preoccupazioni su ciò che potrebbe accadere al paese, posto di fronte alla difficile gestione di questa nuova risorsa. I ghanesi sanno bene cosa il petrolio ha significato per la Nigeria, dove le immense ricchezze petrolifere si sono tradotte in corruzione, povertà e conflitto. I commentatori più ottimisti sperano che la democrazia ghanese sia ormai sufficientemente forte e consolidata da essere in grado di gestire i profitti senza che la corruzione dilaghi. Sulla scorta dell’esempio della Norvegia, uno dei paesi modello nella gestione dei proventi delle esportazioni petrolifere, è attualmente in discussione nel Parlamento di Accra un progetto di legge che propone di investire circa metà dei ricavi nel bilancio pubblico, e l’altra metà in due fondi, uno di stabilizzazione, da utilizzare nel caso in cui il prezzo del petrolio scenda, e un altro di accantonamento, da utilizzare solo quando le riserve di petrolio staranno per terminare. La proposta sembra saggia, ma l’iter è ancora lungo e molti commentatori ritengono che difficilmente potrà essere attuata. Nonostante la stabilità politica e la discreta crescita economica degli ultimi anni, infatti, il Ghana rimane un paese povero ed estremamente diseguale, in cui la tentazione di utilizzare immediatamente le nuove risorse provenienti dal petrolio potrebbe essere troppo forte, così come il rischio che esse finiscano per alimentare gli sprechi e le rendite delle élites politiche e economiche. Le ultime elezioni, tenute nel dicembre 2008, sono state animate dalle discussioni su quali dovrebbero essere i settori prioritari verso i quali destinare i proventi petroliferi: agricoltura, infrastrutture, educazione e salute rappresentano possibili opzioni. A vincerle, sul filo di lana, è stato John Atta Mills, leader del National Democratic Congress, che ha sconfitto Nana Akufo-Addo, che si presentava nelle liste del New Patriotic Party, la formazione che governava il paese da otto anni. Appena investito alla presidenza Atta Mills ha annunciato un piano industriale per il 2011 che - a partire dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas - possa dare una spinta allo sviluppo economico del paese. Il presidente ha anche annunciato di voler costituire un comitato indipendente per la gestione dei proventi del petrolio. Nonostante i proclami, però, poche decisioni sono state effettivamente prese, ed emergono i primi episodi di malversazione. Nel gennaio di quest’anno sono emerse le prime indiscrezioni sul possibile ruolo che l’ex presidente Kufuor e la sua amministrazione potrebbero aver avuto nel favorire la società che ha condotto le esplorazioni, garantendole un accordo troppo favorevole, che adesso è contestato dalla nuova amministrazione, che sta cercando di trovare il modo per ottenere percentuali più elevate di guadagno dallo sfruttamento dei giacimenti. Nel frattempo, i lavori procedono senza che si sappia chi e come gestirà i nuovi pozzi. I problemi sono quindi già sul tavolo. La situazione si presenta ancora più complicata se si pensa che il secondo giacimento che è stato scoperto è situato in un tratto di mare conteso tra il Ghana e la Costa d’Avorio, con il rischio concreto che emergano tensioni tra i due paesi. Infine, non bisogna dimenticare gli aspetti ambientali: il paese non è attualmente dotato di norme abbastanza severe che garantiscano la responsabilità delle compagnie petrolifere in caso di problemi. Il gravissimo incidente avvenuto qualche mese fa alla piattaforma della British Petroleum nel Golfo del Messico dovrebbe rappresentare un severo monito all’azione per il parlamento ghanese. Federico Testadura, 02-09-2010, 18:01
Diventato indipendente il 6 marzo 1957 con in aggiunta l'abolizione del vecchio nome di Costa d'Oro, il Ghana è un'ex colonia britannica per la quale era stato previsto,come per le altre colonie di Sua Maestà, un lungo tempo di decolonizzazione. Ma il progetto fallì per una serie di motivi: 1) I sistemi federali adottati esasperarono le mai sopite lotte tribali; 2) I tentativi di federazioni di più paesi con a capo minoranze europee caddero visto che il modello adottato era troppo simile al regime dell'apartheid in Sudafrica; 3) La Seconda Guerra Mondiale prostrò le finanze inglesi non permettendo gli investimenti gli investimenti politico-economici sperati nell'area; 4) La nascita di movimenti nazionalistici che accellerarono bruscamente la decolonizzazione (in Ghana vi fu quello di Kwame Nkrumah). Ora, allo stato attuale, la fame di risorse naturali che investe il pianeta e soprattutto attori tradizionali (Europa, Usa, Russia) ma in particolar modo nuovi protagonisti (Cina, India, Brasile, ecc.) può mettere seriamente a rischio anche i più fragili equilibri di paesi con alle spalle una recente tradizione democratica. Le materie prime possono diventare una maledizione per questi popoli come alcuni casi storici ben documentano (uno dei più famosi è il saccheggio dello Zaire, l'ex Congo Belga).
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