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Identità italiana
La corruzione italiana è maggiorenne
Alberto Vannucci, March 1, 2010
Una ricorrenza destinata a passare inosservata – il diciottesimo anniversario di quel 17 febbraio 1992 che segnò l’avvio delle inchieste di “mani pulite” – ha coinciso casualmente con un inaspettato revival del tema della corruzione italiana. Qualche osservatore ha richiamato (o paventato) una nuova Tangentopoli, per descrivere il coinvolgimento in diverse inchieste, tra cui quella sugli appalti della Protezione civile, di numerosi politici e imprenditori di calibro nazionale, dirigenti, magistrati, procacciatori d’affari. L’analisi dell’evoluzione negli ultimi decenni delle statistiche giudiziarie e degli indici di percezione della corruzione mostra in effetti uno scenario di illegalità pubblica ancora capillare e sempre più spesso impunita, in un contesto di sfiducia generalizzata verso l’onestà dell’intera classe politica. La “nuova” corruzione presenta del resto un elemento di continuità rispetto a quella svelata con grande scandalo all’inizio degli anni novanta. È ancora una corruzione sistemica, nella quale le condotte, gli stili, le movenze degli attori sono incardinati entro copioni prefissati, seguono regole codificate, assecondano moduli ben familiari agli insider. Nelle reti della corruzione appaiono tuttora in vigore – proprio come negli anni di mani pulite – norme di comportamento che realizzano alcune funzioni cruciali: facilitano l’identificazione di partner affidabili; differenziano i ruoli nelle aggregazioni di corrotti e corruttori; tracciano i contorni di transazioni altrimenti nebulose; accrescono la redditività attesa dei processi decisionali, attenuano l’eventuale “disagio psichico” dell’illegalità; emarginano o castigano onesti e dissenzienti; socializzano i nuovi entrati alla “legge” della corruzione. [Su questi stessi temi, l'Autore ha in preparazione un articolo per il numero 2/2010 del "Mulino"]
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