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Il post-referendum di un antipatizzante
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Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen è uno straordinario resoconto, sospeso fra Graham Greene e il new journalism, della caduta del regime di Saigon (Vietnam del Sud, 1975). Regime stritolato nella tenaglia fra l’offensiva vietcong (l’esercito del Vietnam del Nord) e l’opinione pubblica statunitense (vedi alla voce Bob Dylan).

Il protagonista è The Sympathizer, «l’uomo con due anime», figlio naturale di una vietnamita e di un prete cattolico. Per associazione d’idee, ricordo che anche Fidel Castro, figlio di un proprietario terriero e di una serva, aveva due anime: mentre la gran parte dei politici odierni non sa neppure cosa sia, avere un’anima.

L’uomo con due anime, ça va sans dire, fa il doppio gioco. È stato spedito negli Stati Uniti dal suo mentore, capo dei servizi segreti nordvietnamiti, un po’ per imparare l’inglese, che finisce per parlare meglio degli ufficiali americani, ma soprattutto per studiare la mentalità statunitense: vanesia, arrogante, incapace di rispetto per l’altro.

Occorre appena ricordare che Apocalypse Now (1979), il grande film di Francis Ford Coppola sulla guerra del Vietnam, era tratto da Heart of Darkness di Joseph Conrad: altro uomo con doppia anima, Conrad, non foss’altro perché polacco naturalizzato britannico. Il simpatizzante è dunque il primo libro sul tema scritto da un vietnamita: un vietnamita anomalo, peraltro, visto che insegna in un’università della California.

Dopo il soggiorno statunitense, in cui finisce per capire di più degli Stati Uniti di quanto ne capiscano gli insider, il Simpatizzante viene infiltrato dai nordvietnamiti nell’esercito del Vietnam del Sud. Qui, anche grazie all’empatia con gli occupanti americani, assume un ruolo così importante da organizzare lui stesso la fuga verso gli Stati Uniti dei dignitari del regime e delle loro famiglie.

Voi direte: che c’entra questo libro con noi, qui, oggi? C’entra, c’entra. Il simpatizzante è la metafora della caduta di qualsiasi regime politico: dunque, anche la metafora del crollo del sistema di potere renziano, cui stiamo assistendo in questi giorni, dopo il referendum del 4 dicembre. 

È in questi momenti che vengono fuori le virtù e i vizi delle persone, e che si finiscono per apprendere dettagli che si avrebbe preferito ignorare. Prendete la commozione in diretta del presidente del Consiglio dimissionario, con apparizione della moglie nel momento giusto per l’inquadratura. Perché non risarcirla, la povera Agnese, magari con il ministero dell’Università? Almeno lei ce l’ha, la laurea. Oppure prendete le lacrime di Debora Serracchiani, vicesegretaria Pd e governatrice della regione Friuli-Venezia Giulia. Dopo il pianto in consiglio regionale, ha lamentato di essere odiata in quanto non-friulana e in quanto donna. Peccato che anche Renzi non sia friulano ma sia odiato benché uomo. E magari vuole andare alle elezioni politiche al più presto solo per evitare il referendum sul Jobs Act, richiesto da tre milioni e trecentomila elettori, e sul quale ha rumorosamente taciuto nella relazione alla Direzione del suo partito.

Prendete pure la vicenda del sindaco di Milano Beppe Sala, subito autosospesosi – ma l’autosospensione è istituto sconosciuto al diritto amministrativo – dopo aver ricevuto un avviso di garanzia per falso. Encomiabile: ma l’avviso riguardava l’Expo, e la spartizione degli appalti fra Compagnia delle opere e Lega delle Cooperative. E non parliamo, per carità di patria, di Human Technopole: altro modo per distrarre fondi pubblici verso soggetti privati.

Prendete persino lo scandalo che ha investito la sindaco di Roma, in quota al Movimento 5 Stelle: benché tutti gli arrestati, indagati e dimissionati vengano poi dalle precedenti amministrazioni, soprattutto di destra. Pensate al Monte dei Paschi di Siena, alla scalata a Mediaset di Vivendi… Non sono segnali del crollo del regime: rappresentano già, essi stessi, il crollo.

 

[Dedico questo intervento alla memoria di Paolo Prodi.]