Rivista il mulino

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Seoul, 16/12/2016
rubrica
  • lettere internazionali

Una crisi di sistema. Negli ultimi mesi la vita politica coreana è stata tormentata da venti di crisi. Un continuo di dimostrazioni sempre più imponenti – fino a un milione di manifestanti a metà novembre – ha forzato la mano della classe politica e portato all’impeachment della presidente Park Geun-Hye.

Che cosa è successo esattamente? La spiegazione contingente è piuttosto semplice: la presidente Park è accusata di essere l’avatar della milionaria Choi Soon-Sil, figlia dello scomparso leader spirituale Choi Tae-Min. La presidente, figlia del dittatore Park Chung-Hee, dopo la morte dei genitori è cresciuta all’ombra del «santone» e i suoi oppositori l’accusano ora di essere una marionetta nelle mani della famiglia Choi, che sarebbe dietro a molti scandali ed episodi di corruzione.

In realtà i problemi della Corea e il malcontento dilagante hanno radici più profonde. Anche se spesso viene dimenticato, la Corea del Sud è una democrazia giovane. Creato più che altro per opporsi all’avanzata comunista nel Nord Est Asiatico, lo Stato Sud-coreano dopo la Seconda guerra mondiale fu inizialmente instabile e corrotto (modello Vietnam del Sud, per intenderci), fino a quando, con il colpo di Stato del 1961, Park Chung-Hee diede avvio al boom economico che trasformò la Corea del Sud in una potenza industriale. Il developmental state coreano era (e in parte tuttora è) sintetizzabile in un’interconnessione sistemica tra pubblico e privato che dava vita a un’economia capitalista ma non di mercato, basata su stabilità politica (un eufemismo per regime autoritario), forte intervento pubblico e una politica industriale tesa alla promozione dei campioni nazionali – i «Chaebol», i grandi conglomerati industriali che dominano l’economia del Paese.

La lenta democratizzazione del Paese, avviata a partire dalla fine degli anni Ottanta, è tuttavia frenata da almeno due fattori. Da una parte, lo stato di guerra permanente con i vicini del Nord ha mantenuto vivo un clima di Guerra fredda, in cui l’accusa di essere un «rosso» è una macchia incancellabile: solo due anni fa la Corte Suprema ha dissolto il Partito Unificato del Progresso con l’accusa di essere al soldo di Pyongyang; e non a caso stampa e politici vicini alla presidente hanno cercato di usare lo stesso argomento per delegittimare le manifestazioni degli ultimi mesi. Già all’inizio del mandato presidenziale, Park Geun-Hye si è contraddistinta per l’uso degli apparati di sicurezza per reprimere i movimenti sociali e ridurre le possibilità di critica per il governo.

D’altra parte, la struttura economica del Paese è rimasta intatta dopo la democratizzazione ed è sopravvissuta anche alla cosiddetta Fmi-era – il catastrofico piano di salvataggio del Fondo monetario internazionale nel 1997. La liberalizzazione post-crisi non ha toccato i Chaebol che ancora producono l’80% del Pil; la corruzione è dilagante e il potere reale è sempre saldamente nelle mani di una élite politico-economica senza alcun tipo di accountability elettorale – semplicemente perché il potere in Corea, ancor più che nelle post-democracy occidentali – non è nelle mani degli elettori.

La situazione è aggravata ulteriormente dal deterioramento economico ormai in atto da un quindicennio. Dietro una forte crescita economica – in ogni caso in calo – si nasconde una società sempre più in crisi. La trickle-down economy nell’era della globalizzazione ha mostrato proprio in Corea i suoi limiti più vistosi: il Pil reale è cresciuto del 130% negli ultimi vent’anni (120% di crescita pro capite), mentre i salari reali sono cresciuti solo del 25%; nonostante una crescita negli ultimi dieci anni che ha doppiato la media Ocse, la situazione occupazionale è rimasta immutata – le industrie coreane preferiscono delocalizzare investendo all’estero (soprattutto Cina e Sud-Est asiatico). Nel frattempo, dal 1975 a oggi, la percentuale del reddito lordo nazionale che va alle famiglie si è ridotta dal 79 al 62%, mentre quella detenuta dalle grandi corporations è salita dal 9 al 25%. Il tutto combinato alla più bassa spesa sociale tra i Paesi Ocse e al dato della durata di una giornata lavorativa, che è la seconda più lunga dopo quella del Messico. Il risultato è che un Paese storicamente con un alto grado di eguaglianza economica è ora il secondo peggiore tra le economie industrializzate.

Il partito conservatore – diretta emanazione degli anni della dittatura – ha conservato il potere quasi ininterrottamente in questi trent’anni. Le sinistre vinsero solo all’indomani della crisi finanziaria del ‘97 con Kim Dae-Jung, e poi immediatamente dopo con Roh Moon-hyun, vittima non a caso di una persecuzione mediatica e politica senza precedenti, che lo portò al suicidio. La speranza per la Corea è che l’attuale crisi politica non si concluda con il sacrificio rituale della presidente per poi lasciare intatte le strutture di potere, ma possa essere la tanto attesa occasione per un ripensamento più generale della struttura politica coreana.