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La nota
Quel comunismo bonario ed efficiente
Piero Ignazi, 01 febbraio 2010
Le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono per commistioni tra pubblico e privato e rimborsi spese per sé o per la fidanzata-segretaria, hanno catapultato il capoluogo emiliano all’onore delle prime pagine. Un onore amaro, per la verità. Un tempo vetrina specchiata del “comunismo al ragù”, efficiente e onesto, bonario e industrioso, Bologna si trova oggi trascinata nel gorgo delle disinvolture amministrative del suo primo cittadino. Come è potuto accadere tutto questo, si chiedono in tanti, tra lo stupefatto e lo sgomento? Non ci sono risposte univoche, ma non c’è dubbio che Bologna sia vissuta sugli allori del passato per almeno due decenni e forse anche più. Le scelte per lo “sviluppo armonioso” adottate dalle amministrazioni del dopoguerra e continuate fino agli anni Ottanta hanno garantito alla città un vantaggio competitivo rispetto agli altri grandi centri urbani della Penisola. La classe politica locale ha però progressivamente dilapidato questa rendita con scelte rinviate e sbagliate, con mancanza di progettualità e di concretezza, con irrigidimento consortile e chiusura ai nuovi ceti.
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Penso che Delbono sia stato il figliol prodigo della parte più influente del mondo accademico bolognese. Il frutto amaro, la conseguenza ultima dell’estinzione del ceto politico tradizionale, quello, in sostanza, selezionato a seguito di una lunga trafila di partito, vicina alle necessità del territorio e dalla stessa “messo a nudo” prima di assurgere a ruoli di rilievo pubblico anche minimo. Estinzione prodotta in buona parte - ma non solo - da quella sanguinosa guerra intestina citata, la quale non ha lasciato nel principale partito superstiti di qualità che fossero in grado di raccogliere, interpretare e rappresentare adeguatamente la grande tradizione civica del “bolognese comune”. Il principale partito di Bologna, proprio perché ostinatamente immaginato troppo a lungo forte apparato nella capitale del comunismo/riformismo italiano, contagiato, avvelenato - nel corso di decenni - dalle propaggini delle consorterie di partito romane, “camera di compensazione” a loro uso e consumo, che tutto avrebbe dovuto sopportare nel nome di una superiore funzione e responsabilità nazionale. Anche per questa ragione, la normale dialettica interna, strumentalizzata da sollecitazioni disinteressate o – peggio ancora - atee al territorio, è divenuta sin dai primissimi anni ottanta, massacro fratricida.
Nei periodi di crisi il passato viene sempre ricordato come qualcosa di glorioso, mentre non fu altro che la ricerca di qualcosa di nuovo, di una spinta verso il meglio per milioni di persone passando attraverso lacrime, fatica e sudore.
Sulle istituzioni culturali e sociali della città vien da dire per fortuna che ci sono! Servono da supporto, da laboratorio nelle fasi di elaborazione di progetti per rendere più vivibile il territorio dove si vive, da spina dorsale, per dare un senso all'esistenza quotidiana di tanti cittadini e a tenere insieme quel tessuto a cui a volte manca l'ingrediente della politica.