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Che cosa abbiamo capito della "Buona scuola"
Il cavallo di Troia
rubrica

L’assedio di Troia durò inutilmente per dieci anni: la città ne fu indebolita, ma resistette. Solo con lo stratagemma del cavallo, che i greci riuscirono a “vendere” come dono degli dei, fu possibile distruggerla. Come Troia la scuola è sotto assedio da oltre dieci anni, dalla riforma Moratti alla feroce “razionalizzazione” della Gelmini, e oggi rischia di essere stravolta grazie al “tormentone salvifico” dei 3 miliardi e delle 100.000 assunzioni.Renzi ne è solo l’ultimo epigono, il geniale e abile inventore del cavallo spacciato come opera compassionevole.

Ma al cavallo torneremo dopo. Prima occorre ricordare su quali fondamenta era stata costruita Troia, su quali pilastri era stata “costituita” la scuola dopo le macerie del fascismo e della guerra.

L'istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita. La Repubblica istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio.

L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

I pubblici uffici sono organizzati in modo che sia assicurata l'imparzialità dell'amministrazione.

Dunque, una scuola della “Repubblica” – pubblica, inclusiva, gratuita e adeguatamente sostenuta – nella cornice di un’essenziale “unitarietà del sistema scolastico”, da Sondrio a Mazara del Vallo, con l’obiettivo dichiarato di assicurare a ogni giovane cittadino le medesime opportunità per la propria formazione; una scuola pluralista (tramite la libertà di insegnamento), imparziale e trasparente (nelle assunzioni ed in tutto il resto). E, dal 1962, con la media unificata che sostituiva l’avviamento professionale del 1928, tesa in primis alla formazione della persona e del cittadino e non più solo del lavoratore. Dal 1974, poi, con i decreti delegati, a sovranità e conduzione democratica.

Una scolarizzazione di massa e una partecipazione democratica che, unite a tanti altri significativi passi avanti (la scuola statale dell’infanzia , il tempo pieno e i moduli, l’integrazione dei disabili…), stava cominciando a rendere concreti quei principi costituzionali e che hanno permesso alla nostra scuola di salire ai primi posti nel mondo.

A partire dal 2000 - con la legge di parità, la riduzione del tempo pieno, gli 8 miliardi e mezzo e 150.000 insegnanti/bidelli in meno di Gelmini/Tremonti - si susseguono gli  anni in cui il  ministro dell’Istruzione (che nel frattempo simbolicamente perde l’aggettivo “pubblica”) è di fatto sostituito dal ministro delle Finanze: sono gli anni del disimpegno statale e della tendenza sempre più forte alla “privatizzazione” delle scuole, della loro iscrizione a campionati diversi (serie A, B…).

Il mondo della scuola cerca di resistere all’assedio con movimenti di opposizione e proteste. Ma ora l’attacco è più raffinato, viene portato sia dentro sia fuori la scuola: l’esperienza ha insegnato che occorre separare gli insegnanti dalla società, altrimenti non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione dei docenti agli occhi della società: fannulloni, privilegiati, incapaci, da mettere sotto esame.

Le classi diventano sovraffollate, l’integrazione e l’alfabetizzazione impoverite. Nessuna ora di “sostegno” per le altre difficoltà, “risolte” unicamente con strumenti compensativi (Dsa) o con l’invenzione di nuove sigle come “Bes”: Bisogni educativi speciali. Bisogni talmente speciali da poter essere anch’essi risolti con progetti, per l’appunto, solo sulla carta… Insomma, un ritorno alla scuola classista denunciata da don Milani. Ma è un ritorno ancora troppo lento…

I genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno che cosa hanno perduto (tempo, ascolto, accoglienza); per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi, “oggettività” e la foglia di fico dell’informatica. Una scuola che Renzi - nascondendone le vere cause - ha gioco facile a definire “non funzionante”, e dunque da rinnovare completamente.

Il cavallo di Troia della “Buona” scuola renziana porta in pancia i guerrieri e le armi per la residua “distruzione” del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti. Non sarà roba di una notte, ma l’ancora costituzionale sarà levata e la barca veleggerà, vento in poppa, verso una nuova terra promessa dove edificare, su nuove fondamenta e 13 deleghe in bianco, un sistema simile a quello statunitense: scuole private per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza  nei quartieri bene delle città, tante scuole pubbliche “deprivate”e senza speranza nei quartieri popolari e nelle periferie povere. Nelle prime verranno formate le classi dirigenti: condotte come “aziende”, libere da lacci e lacciuoli, con la selezione degli insegnanti migliori e fedeli alle caratterizzazioni ideali e ideologiche proprie di ogni scuola. Contrapposte e attentamente separate dalla stragrande maggioranza delle altre, con gli insegnanti attribuiti “d’ufficio” perché non chiamati da nessuno (perché scarsi, o magari perché troppo sindacalizzati, o con la 104, o gay o…). Dove non si perda tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità - ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari - ma si formi  rapidamente una flessibile e disponibile forza lavoro a basso costo.

Analizziamolo bene, allora, questo furbo cavallo. Cominciamo dall’imbellettamento esterno, da come ci viene dipinto. “Tre miliardi, il più grande investimento sulla scuola”: in realtà siamo a meno della metà, perché quasi 1 miliardo e mezzo non è denaro fresco, ma partita di giro: 2.000 bidelli in meno, tagli ai Fondi d’istituto e dell’autonomia ecc.;  senza contare i 1.200 milioni che arrivano dal prolungamento del blocco contrattuale. Ma per smontare lo spot basta un dato per tutti: questo governo che urla “Riprendiamo a investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in cinque anni  la spesa per istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del Pil (Fonte: Documento di Economia e Finanza 2015, cfr in particolare tavola IV.4, p. 82).

“100.000 nuove assunzioni, 50.000 per eliminare la supplentite, 50.000 per ridurre le classi pollaio, aumentare il tempo pieno, combattere la dispersione scolastica ecc.”: in realtà sarebbe più corretto parlare non di assunzioni, ma di stabilizzazioni; quegli insegnanti a scuola già ci sono e lavorano tutti gli anni, da settembre a giugno. Dunque “l’assunzione” comporterà solo il pagamento del 30% dello stipendio di luglio e agosto non coperti dal sussidio di disoccupazione. E la “supplentite” non sparirà, se va bene sarà solo dimezzata, perché gli incarichi annuali sono nell’ordine dei 120.000 annui. E neanche tutte le meraviglie promesse con i 50.000 dell’organico funzionale si potranno realizzare perché 50.000 diviso tra le 41.383 scuole fa 1,2 insegnante per scuola… Dunque “stabilizzazioni” insufficienti al bisogno, insufficienti a rispondere a chi ha maturato un diritto riconosciuto dalla Comunità europea; un passo avanti, per carità, ma non gli effetti speciali tanto decantati.

“Ma come, vi opponete proprio a tutto questo? Non capite?”: non ci opponiamo certo alle assunzioni, anzi le richiediamo da sempre, con forza e subito, con un decreto legge urgente, perché sono urgentissime. Noi non siamo né squadristi, né una minoranza chiassosa, né ignoranti: siamo insegnanti, cioè gente che di consuetudine studia, con discrete possibilità di capire.  E questo disegno di legge lo abbiamo studiato e abbiamo  capito benissimo il ricatto che nasconde in pancia: le assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

Abbiamo capito che con il 5 per mille concesso alla propria scuola, assecondando le diverse capacità contributive tra zona e zona, aumenteranno le differenze già oggi inaccettabili tra scuola e scuola. Abbiamo capito che con lo “school bonus” un qualsiasi soggetto privato, sia esso la “Compagnia delle Opere” o un imprenditore “padano”, potrà finanziare e condizionare la “sua” scuola. Per di più  il 65% del suo “contributo” verrà defiscalizzato a spese anche di tutti coloro che magari quelle scuole “di tendenza o di parte” non condividono; quel 65% sarà sottratto ancora una volta  proprio alla scuola, o alla sanità, o ai servizi, e non certo alle spese militari. I privati, come vediamo dagli esempi che già oggi abbiamo - la pubblicità di polli sul libretto delle assenze, i bollini che raccogliamo nelle catene alimentari per avere una stampante a fronte di decine di migliaia di euro di acquisti - non sono benefattori, hanno bisogno di un “ritorno”. E invece la scuola deve essere costituzionalmente tenuta libera dalla necessità di dare/offrire “ritorni”, di fare “scambi”. Abbiamo intuito quello che sarà scritto con chiarezza fra non molto: al prossimo giro (o con una delle deleghe in bianco) questi “benefattori” entreranno a far parte del “consiglio di amministrazione” della scuola.

Abbiamo capito che con le detrazioni per le rette estese addirittura alle superiori - altro che suorine che danno un servizio all’infanzia che altrimenti mancherebbe - vengono aggiunti indirettamente altri 137 milioni di contributi al miliardo di cui le scuole paritarie usufruiscono già oggi. Mentre le scuole pubbliche - ulteriore esempio di privatizzazione strisciante - sono costrette a chiedere alle famiglie sempre maggiori  contributi “volontari”, le risme, la carta igienica…

Verrebbe quasi da pensare che forse, tra un po’ di anni, l’articolo 34 occorrerà riscriverlo alla rovescio. Non più “la legge deve assicurare agli alunni delle paritarie un trattamento equipollente a quello degli alunni di scuole statali”, ma “agli alunni delle scuole statali deve essere assicurato un trattamento equipollente a quelli delle paritarie”. 

Abbiamo capito che se saremo chiamati e poi, dopo 36 mesi,  riconfermati o meno sulla base delle nostre capacità ma anche - e potrebbe diventare “soprattutto” - sulla base della fedeltà al “capo” d’istituto, al contesto, agli obiettivi dei “benefattori”, la nostra libertà di insegnamento e la libertà di apprendimento per i nostri ragazzi sarà pesantemente condizionata.

Abbiamo capito che finiremmo con l’avere pesanti remore a esprimerci liberamente, che tenderemmo a non esporci, a piegarci al contesto parlando in un certo modo piuttosto che in un altro degli immigrati o delle foibe o di Marzabotto, a privilegiare l’australopiteco alla Bibbia o viceversa, a non protestare neppure più verso una didattica per crocette che svilisce noi e i nostri ragazzi.

Abbiamo capito bene che la nostra progettazione educativa e didattica non sarà più autonoma, ma dovrà adeguarsi agli “indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico” (art. 2). Che la “sovranità” democratica e diffusa che oggi noi abbiamo nel Collegio docenti e i genitori in Consiglio d’istituto passerà di mano.

“Stimolati” dal contesto, controllati dai dirigenti a loro volta controllati dal ministero. È questa la tanto sbandierata autonomia?

In questo Ddl - ispirato e scritto da consulenti d’azienda - non c’è neppure una delle parole che dovrebbero essere centrali in una riforma scolastica. Non c’è una parola che appartenga alla didattica, ma tante attribuibili al “mercato”: finanziamenti, privati, competizione tra scuola e scuola, organizzazione aziendale, catena di comando,  staff, organizzazione e controllo della forza lavoro, selezione del personale, “incentivi di produttività”, peraltro miseri e destinati al solo 5% di meritevoli (il 95% immeritevoli per definizione?)…

Avremmo bisogno dell’opposto: di una riforma che ci sapesse parlare di pedagogia e non di organizzazione aziendale. Per questa ci basterebbero le promesse fatte più e più volte dal Pd: abrogare i tagli della Gelmini e trovare risorse pari al 6% del Pil, neppure un euro in più della media degli altri. Ora siamo i penultimi: se ci riescono Paesi ben più poveri di noi, perché noi no? Se ci fossero date le risorse necessarie si vedrebbe che scuola coi fiocchi, per tutti, saremmo in grado di realizzare.

Se questa fosse l’intenzione. Ma, come ho cercato di argomentare, a noi le intenzioni paiono ben altre e la posta in gioco drammatica. Proprio per questo avremmo un gran bisogno di non essere lasciati soli sulle mura di Troia. Dove sono i pedagogisti, i filosofi, i letterati, gli scrittori, gli storici, i sociologi? Rivolgo loro, al loro assordante silenzio, la stessa domanda che Renzi pone a noi: “Possibile che non capiate?”.