Rivista il mulino

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Internationa letters
Il Cairo, 13/5/2009
Claudio Vercelli, July 13, 2009

Palestina a due velocità. Per una sorta di eterna nemesi i palestinesi paiono condannati, dalla cronaca e dalla storia, a fare notizia solo in occasione di qualche recrudescenza di un conflitto tanto antico quanto incancrenito. Eppure i palestinesi esistono non solo come comunità nazionale, con una diaspora che si aggira ormai intorno ai dieci milioni di elementi, tra gli abitanti della Cisgiordania, di Gaza e i residenti nel resto del pianeta. Dal giugno del 2007 la frattura tra i territori governati da ciò che resta dell’Autorità nazionale palestinese, nata con gli accordi di pace siglati tra il 1993 e il 1995, e quello che i detrattori chiamano «Hamastand», ossia la striscia di Gaza, rigidamente controllata dagli uomini del movimento fondamentalista Hamas, parrebbe avere consegnato al destino di una divisione politicamente inconciliabile un popolo che rivendica non solo l’unità ma anche uno Stato sovrano. La guerra infra-palestinese, che ha segnato il destino della popolazione locale in questi ultimi due anni, se a certuni parrebbe destinata a sancire la fine del sogno di una comunità politica unitaria in realtà in queste ultime settimane, al di là delle manifestazioni di violenza che pure non sono mancate, sta conoscendo una evoluzione imprevista. Il quadro, infatti, dopo le tensioni dei mesi trascorsi, tra le quali il presunto complotto volto ad assassinare Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, pare adesso essersi messo in moto. Con tutta probabilità a ciò ha contribuito il discorso di Barack Obama all’università cairota di Al Azhar del 4 giugno, quando ha inequivocabilmente richiamato l’ineluttabilità storica di uno Stato palestinese. Alle orecchie delle stanche leadership locali ciò è suonato come un campanello d’allarme, una sorta di squillo di tromba, laddove il Presidente statunitense ha detto che gli accordi di pace si faranno solo con chi vorrà partecipare alla loro costruzione. In questi giorni, quindi, anche con la silenziosa e appartata mediazione degli americani stessi, a partire dall’inviato speciale della Casa Bianca George Mitchell, Hamas e l’Autorità palestinese si sono più volte incontrate in Egitto. Dopo sei cicli di spossanti colloqui, con all’ordine del giorno il negoziato sulla fine delle ostilità, gli sherpa dei due gruppi si sono riconvocati per fine luglio, quando al Cairo dovranno definire una volta per sempre la spinosa questione dei prigionieri politici, che entrambe le parti trattengono come ostaggi. Se Hamas sconta l’isolamento politico internazionale che ne ha condizionato le ultime scelte operative, obbligandosi ad un colpo di stato prima e poi ad uno scontro dissanguante con le forze armate israeliane nel corso dei mesi appena passati, al Fatah, la componente maggioritaria dell’Autorità palestinese, deve fare i conti con il declino morale delle sue élite, insieme allo perdita di credibilità politica che dal 2000, anno della seconda intifada, fallita nei suoi obiettivi, ne ha segnato l’involuzione. Insomma, i due gruppi più importanti della galassia palestinese sono in difficoltà e devono uscire dallo stallo in cui si trovano. La situazione sul terreno si presta peraltro a letture differenziate. La condizione della Cisgiordania, malgrado la permanenza di almeno 650 tra ostacoli mobili e fissi (checkpoint, barriere, strade precluse alla circolazione della popolazione civile locale), imposti dagli israeliani, insieme allo sviluppo delle colonie ebraiche (più di 300.000 residenti), ha conosciuto comunque un qualche miglioramento grazie all’azione del governo del Premier Salam Fayyad, impegnatosi nella lotta contro il male nazionale: la diffusa e perdurante corruzione. L’Autorità palestinese, in virtù degli accordi firmati con Israele, controlla attivamente solo il 17% del territorio complessivo, per una popolazione che al 2007 era costituita da 2.345.000 persone, presenti in un’area di circa 5.640 chilometri quadrati (includendovi anche i territori di Gerusalemme est). Si tratta di una realtà a macchia di leopardo, insomma, alla quale Fayyad ha risposto cercando di innovare la prassi di governo e la macchina amministrativa. Alcuni risultati sono stati conseguiti e la credibilità di un esecutivo palestinese fatto anche di dicasteri «tecnici» è aumentata in questi ultimi mesi. La situazione di Gaza, invece, è secondo l’Onu disastrosa. A sei mesi dalla conclusione dell’operazione militare israeliana almeno 26.000 persone sono ancora senza un tetto, rispetto ad una popolazione di 1.481.000 elementi, residente in 360 chilometri quadrati complessivi. Il sessanta per cento degli abitanti della Striscia è peraltro privo di lavoro. Durante l’operazione «Piombo fuso» sono stati distrutti non meno di 4.000 edifici, insieme a 240 fabbriche. Le case danneggiate ammontano a 15.000. Attualmente le fonti di reddito più cospicue sono le stesse strutture delle Nazioni Unite, che pagano 16.000 stipendi, oltre a Hamas che sostiene il reddito di 13.000 famiglie. Il resto è un arrabattarsi tra commerci clandestini, peraltro molto lucrosi per una piccola élite di trafficanti, qualche raro permesso di lavoro in Israele e la mendicità di fatto. Cosa ne verrà fuori da una «Palestina a due velocità» è difficile dirlo ma è certo che i protagonisti sanno che la divisione ha un costo che non è detto che la popolazione sia disposta a pagare ancora a lungo.

Pier Paolo Castellari, 19-07-2009, 15:36
Qualunque iniziativa rispettosa della verità produrrà risultati equlibrati e stabili. Ma quando? Bene farà Obama a mantenere la promessa di far inserire il genocidio degli Armeni fra i dati storici acclarati; sarà compito dei Turchi trovare una conciliazione fra di loro e con il vicino alleato. L'alleanza strategica degli interessi non dovrà più fondarsi sull'insincerità e dovrà lasciare ai negazionisti di tutte le risme le loro meschine diatribe di nicchia. Per quanto riguarda la Palestina, la nuova diaspora è originata dalla pulizia etnica che dei territori già arabo-palestinesi va attuando Israele, che ha cominciato a vagheggiarla, quando ancora fumavano i camini della persecuzione ebraica in Europa. I sionisti hanno fra l'altro approfittato delle tregue, temporaneamente imposte dalle Nazioni unite per affinare, surrettiziamente completare, l'espulsione degli abitanti dei teritori palestinesi e la loro sostituzione con coloni ebrei. Non mi pare che ci siano sostanziali modifiche a questo status quo, né che si sia evoluta alla generosità la condotta degli Stati arabi confinanti che, dei palestinesi, temono soprattutto l'emigrazione nei loro territori ed un possibile sovvertimento del loro potere istituzionale. Su tutto questo si esercita l'attivismo di Al Qaeda, che cerca per vie berevi e dirette di mettere in crisi i regimi filoccidentali. Le autorità dell'ectoplasma palestinese, siano Presidenti d'Autorità o formazioni combattenti, sono, per altro, ricche e corrotte, oltreché disordinatamente composte da miliziani troppo simili a dei capobanda. Si deve purtroppo accedere alla dottrina israeliana dei due Stati, di cui uno inerme e, quindi, sotto il protettorato occidentale-sionista. Nell'impossibilità di un matrimonio, per arcaiche incompatibilità ed un divorzio ben normato, si argomenta, meglio cominciare dalla fine, cioè da un buon divorzio. Il progresso negli aggiustamenti, l'avvicendarsi dei leader, per via democratica in Israele, per limiti biologici o regolamenti di conti sul versante palestinese, accompagnano - non so quanto e se assecondino - questa auspicata ma non certa evoluzione minima e comunque transeunte.    
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