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Memoria /memorie

Se la memoria deve chiudere
Toni Rovatti, November 22, 2011

Il 9 novembre 2011 un accorato appello diramato alla stampa dal sindaco di Stazzema, Michele Silicani, annunciava l'imminente chiusura del Parco della pace e del Museo di Sant'Anna di Stazzema. La causa è la mancata erogazione da parte del governo dei fondi ordinari necessari al mantenimento della struttura. Un'immediata reazione di indignazione, veicolata in primis dai comunicati dell'Anpi e della Cgil, si diffonde in parte del Paese e suscita il sollecito intervento della Regione Toscana, che si dichiara disponibile a sopperire al mancato introito con uno stanziamento straordinario di 50.000 euro. Il Museo storico di Sant'Anna, dedicato al ricordo della strage nazista nella quale il 12 agosto 1944 vennero trucidate oltre 400 vittime civili inermi, almeno per il momento non chiuderà. Continuerà ad accogliere i visitatori che vorranno raggiungere il piccolo borgo arroccato sulle Alpi Apuane. Per quanto strettamente incardinata nell'eclisse del governo Berlusconi, questa vicenda merita uno sguardo di lungo periodo se si vuole comprendere la profondità dell'oltraggio riflesso negli occhi dei superstiti ancora in vita.

Il Parco nazionale della pace di Sant'Anna, istituito da una legge del 2000 che impegna lo Stato a una precisa responsabilità (anche economica) nella preservazione della memoria del luogo, si dispiega all'interno di una stretta vallata montana della provincia di Lucca, che circonda l'epicentro dell'eccidio: un insieme di case disperse in piccole borgate, raggiungibile ancora oggi solo inerpicandosi attraverso una stretta e tortuosa strada di montagna, che collega il paese a Pietrasanta. Nel 1944 ai soldati tedeschi, equipaggiati con mitragliatori pesanti e lanciafiamme, furono necessarie quasi tre ore di marcia notturna lungo impervie mulattiere per raggiungere all'alba questo ameno borgo, dove si aveva notizia si fossero acquartierati i partigiani della X bis brigata Garibaldi "Gino Lombardi". Evidentemente i comandi militari nazisti sottovalutavano il pericolo di essere attaccati dall'alto da una copiosa e ben armata formazione partigiana; o, al contrario, erano informati che in quel luogo isolato e periferico erano presenti ormai solo famiglie di contadini residenti e sfollati, scappati dal piano per sottrarsi ai bombardamenti e ai continui rastrellamenti. Una popolazione, in base agli ordini di guerra diramati dal feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante supremo delle forze militari tedesche in Italia, ritenuta comunque colpevole di aver accolto e sfamato nelle proprie case pericolosi banditi sovversivi appartenenti al movimento di liberazione nazionale. Una comunità che, dopo essere stata decimata e privata di ogni bene materiale a seguito della strage, trova rifugio in grotte ubicate ai margini dell'abitato dato alle fiamme; e, terrorizzata dall'ipotesi di un ritorno dei carnefici, scambia per nuovi nemici i soldati americani giunti sul luogo a fine settembre.

Al termine del conflitto i sopravvissuti, organizzati prima in associazione vittime civili di guerra, quindi in associazione martiri di Sant'Anna, s'impegnano per anni a spronare le istituzioni repubblicane nella valorizzazione della loro storia. Con le proprie mani e il sostegno dell'amministrazione comunale erigono nel 1948 il Monumento Ossario a memoria delle vittime. Anche l'allacciamento alla rete elettrica e la strada costruita nei primi anni Sessanta sono frutto della loro fatica e caparbietà. Con l'istituzione delle regioni qualcosa cambia. Per iniziativa di Lelio Lagorio, primo presidente della Regione Toscana, Sant'Anna di Stazzema è proclamata centro regionale della Resistenza e nel 1971 finalmente riceve, a nome dell'intera Versilia, la medaglia d'oro al valor militare. Nel 1982 un primo allestimento museale, gestito dagli stessi superstiti, è realizzato nei locali della vecchia scuola elementare. Da questo primo embrionale nucleo, attraverso successive trasformazioni, prende vita il Museo storico così come è visitabile oggi. Un patrimonio che non possiamo assolutamente permettere venga disperso.

maria cristina marcucci, 29-11-2011, 09:17
Le continue dismissioni per mancanza di fondi, servono a mutilare la cosa pubblica (e certe memorie scomode) a favore del privato. Se il pubblico funzionasse, come bene o male faceva fino ad una ventina di anni fa (anni '80 per intenderci), per il privato non ci sarebbe molto spazio. Siccome smantellare dichiaratamente il pubblico sarebbe impopolare, occorre affossarlo dall' interno, non metterlo in condizione di funzionare.
Ci si sono messi, da tempo, di grande impegno.
Hanno dirottato grandi risorse verso il privato (direttamente o indirettamente confessionale, soprattutto ), nominato come dirigenti clientes rapaci, incompetenti, altezzosi, inadeguati quando non conniventi, limitando le prerogative di coloro in grado di fare il loro mestiere. Nessuna sanzione per i lavoratori disonesti - sempre più spesso amici degli amici o del partito - infinite difficoltà per chi vuole e sa fare bene il proprio lavoro. Burocrazia più che mai paralizzante. Continua delegittimazione e mortificazione da parte degli esponenti del governo  e del sottogoverno, pagati per offendere ed umiliare pubblicamente anzichè fare funzionare le cose in silenzio.
Si sono accaniti particolarmente nei confronti della scuola. Immissione in ruolo di precari da una vita anzichè indire concorsi seri ed impegnativi e reclutare energie fresche e competenti. Taglio dei fondi ed abbandono delle strutture al degrado. Impoverimento e delegittimazione continua degli insegnanti (pubblici, naturalmente, su quanto succede nel privato assoluto silenzio), malpagati - il mestiere è sempre meno ambito dai più competenti -  e socialmente poco influenti.
Accoglienza indiscriminata in classi affollate di portatori di handicaps anche gravi ed alunni extracomunitari spesso con problemi e scarsa o nulla conoscenza della lingua italiana ( ambedue assenti nel privato confessionale). Assoluta inadeguatezza degli insegnanti di sostegno e del personale di supporto psicologico nel numero e nelle competenze, per non parlare dell' assenza di spazi adatti ad esigenze particolari.
La funzione della scuola ridotta, nei fatti, più che altro ad assistenza sociale, con, specie nella primaria, la reintroduzione dello stereotipo della  "maestra mamma", spesso anziana, dal grande cuore più che di grandi cultura, pronta all' accoglienza, alla quale la società demanda la pressochè solitaria educazione di una trentina di alunni con famiglie spesso latitanti e problematiche (Cosa fa la scuola? Colpa della scuola! ecc...ecc...) a discapito dell' aggiornamento, delle conoscenze tecniche, della pedagogia dell' apprendimento...
Le scuole private come in USA - in cui più che la qualità degli insegnanti e la serietà dello studio contano le relazioni importanti da coltivarsi per il futuro - e la scuola pubblica come ghetto per immigrati e meno abbienti? Purtroppo siamo su questa strada. E non certo solo riguardo la scuola. Se pensiamo alla alla sanità ed alla tutela del territorio...

Una nota a margine: sulla scia della "santificazione" degli esponenti del nuovo governo, grande spazio viene dato alla loro provenienza da Università private (Bocconi, Cattolica, Luiss...). Una propaganda veramente continua, debordante e fastidiosa. Non si era mai sentito in precedenza l' ossessivo riferimento alla Statale di Milano, alla Sapienza... dalle quali provenivano molti dei precedenti governanti. Mi sarei aspettata una protesta ed una levata di scudi da parte almeno dei docenti della più antica e prestigiosa Università italiana (Bologna): invece, assoluto silenzio.
Presto dovrò vergognarmi di averla frequentata?
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