Rivista il mulino

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Identità italiana
La politica dell'emergenza
Guido Melis, November 16, 2011

Quando, nel 1945, si trattò di avviare tra enormi difficoltà la ricostruzione del Paese, fu un gruppo di uomini a garantire allo Stato l’expertise necessaria per uscire dalle secche della sconfitta bellica. Donato Menichella primo fra tutti, e poi Pasquale Saraceno, un altro giovane di scuola-Iri; e più tardi Guido Carli, che proprio all’Iri si era fatto le ossa a ridosso della guerra.

L’interazione tra alcuni protagonisti di primo piano della politica del dopoguerra (in modo diverso Luigi Einaudi, Ugo La Malfa e Ezio Vanoni) e questo bacino di competenze tipicamente cresciute nell’alveo dello Stato e dei suoi enti fu decisivo per avviare il miracolo economico e con esso il secondo grande balzo in avanti (il primo era stato quello di inizio Novecento) dell’economia italiana.

Si potrebbe continuare. Furono le élite estranee alla politica, tratte da quella vera e propria pépinière de grand-commis che è stata nei decenni la Banca d’Italia, a garantire il risanamento degli anni Novanta (il governo Ciampi) e l’adesione all’area dell’euro (il governo Prodi con Ciampi in posizione chiave). È ancora a quel mondo (sebbene Mario Monti venga piuttosto dall’Università Bocconi) che si attinge oggi, quando nuovamente, una crisi gravissima attanaglia il Paese.

Si potrebbe allora sostenere che nella storia d’Italia, dall’Ottocento a oggi, corre una specie di filo rosso virtuoso, rappresentato da queste élite, che potremmo forse definire come “i migliori”? Élite – si badi – estranee al modello di formazione delle classi dirigenti (sia economiche sia politiche), fortemente collegate per più fili, innanzitutto di formazione culturale, alle cerchie internazionali più prestigiose dell’economia e della finanza (con la testa in Europa, più che in Italia), dotate di una elevata sensibilità istituzionale di antico stampo risorgimentale, interpreti (alla fine) di un’idea del Paese assai distante da quella che i grandi partiti di massa prima, la complessa cultura dei media poi, ha imposto nell’opinione (e nell’immaginario collettivo) della maggioranza degli italiani?

Italiani speciali, insomma; stranieri in patria; aristocrazie distaccate dal consenso; grandi borghesi en réserve de la République; padri nobili di una figliolanza turbolenta e irriconoscente?
Irriconoscente. Già, perché se si guarda al dopo, all’esito di questi repentini e spesso drammatici salvataggi, non può non balzare agli occhi un paradosso: che sempre, immancabilmente, nel dopo il vecchio soffoca il nuovo, la mediocrità prevale sulla virtù, la continuità ricuce gli strappi delle provvidenziali rotture. Accade sul piano della moralità pubblica, innanzitutto, dopo i soprassalti “giacobini” cui queste politiche danno espressione; ma accade anche su quelli della politica e dell’economia. Una legge inesorabile, negativa, sembra ogni volta riportare tutto al punto di partenza. Rendere tutto vano.

Così al Giolitti promotore della Banca d’Italia succede un cattivo Crispi (sarà il Crispi dell’avventura coloniale e della repressione dei fasci siciliani); al colpo di reni del dopo-Caporetto l’ubriacatura retorica dannunziana e poi il Ventennio fascista; alla sagace ingegneria istituzionale di Alberto Beneduce il declino dell’Iri e dei grandi enti di Stato nell’età della Repubblica; al Ciampi dell’euro la pazzia collettiva del berlusconismo e il nuovo crollo del Paese.

C’è una spiegazione di queste altalene? Perché la palla, rimessa faticosamente in gioco, poi scivola inesorabilmente fuori campo? È già scritta nel nostro destino nazionale che l’iniziativa dei “migliori” debba necessariamente concludere in una storia di vinti?
In parte sì, e per comprenderlo a fondo bisognerebbe scavare sui dati strutturali dei 150 anni della nostra storia recente: sulle debolezze originarie della rivoluzione borghese in Italia, sulle contraddizioni profonde di uno sviluppo che pure si è espresso in tempi e modalità che hanno del miracoloso, ma proprio per questo è stato pagato con grandi e imbarazzanti compromessi; sulle ambiguità, anche, del nostro stesso processo di civilizzazione, della formazione in Italia di una borghesia nazionale, della distribuzione delle classi sociali, delle nostre fratture storiche, a cominciare da quella Nord-Sud. Manchiamo poi, a confronto coi grandi Paesi europei, di solidità nelle strutture portanti, di efficaci regole nella selezione dei “migliori”, di laboratori capaci di illuminare le classi di governo (i think tank degli Stati Uniti, l’Ena della Francia repubblicana, figlia a sua volta della tradizione plurisecolare delle grandes écoles; la tradizione secolare del Civil Service inglese); e di identità nazionali forti, anche, in grado, nei momenti di crisi, di funzionare da collante della società civile.

Insomma, un grande lavoro sta di fronte ai “migliori”, se davvero la svolta di questi giorni li riporterà nella sala macchine: non soltanto sul terreno della lotta al declino economico, ma su quello – più vasto e ancora più impegnativo – della ricostruzione o forse della edificazione ex novo dei “fondamentali” del Paese. Ci vorrà tempo, e pazienza, e coraggio, e soprattutto spirito di sacrificio.
Resta, alla fine, una domanda, però. Come si fa a trasformare queste intermittenti riserve virtuose in fattori permanenti e strutturali dell’impianto istituzionale, in garanzia di continuità e di lunga durata anche al di là dei fisiologici mutamenti dei governi, in nervature essenziali dello Stato e della rete delle istituzioni nel loro complesso. Puntare sulle grandi scuole? Correggendo il tipico vizio italiano per il quale ogni corpo o amministrazione o ente pubblico crea autonomamente il suo percorso formativo ma nessuno pensa davvero a formare l’élite nazionale? Oppure lavorando piuttosto sui contenuti, intrecciando di più le culture del pubblico e i saperi della società, anche attraverso una radicale revisione del modello di alta formazione formalmente garantito dalle università, ripensando lauree, curricula, formazione post-laurea?

Certo, il problema esiste, ed è urgentissimo. Si tratta, in una parola, di formare la classe dirigente del Paese, indirizzandone consapevolmente le linee evolutive. Compito da far tremare le vene ai polsi, certo, ma in definitiva vero progetto vincente, almeno se si vuole uscire dall’altalena delle crisi.  

jean-olivier mallet, 24-11-2011, 01:19
Ho modestamente l'impressione che il problema della formazione delle élites, pur importante, non sia più il problema centrale delle nostre società oggi, ma di più quello dell'espressione di ampi gruppi di popolazione e dell'accesso alle decisioni, insomma di una democrazia diretta nella società e sul posto di lavoro per chi ce l'ha ancora e non troppo precario
Sono francese, in Italia da 6 anni e quell'elogio delle grandes écoles mi fa un po' dubitare: appunto le grandes écoles selettive accanto all'università di massa in degrado sono un elemento del problema, serve poco avere l'eccellenza selettiva oggi se accanto il tessuto anche formativo è in crisi, poi l'ENA oggi con Sarkozy viene sostituito con le Bocconi francesi, HEC e ESSEC, con risultati penso catastrofici in termini di efficienza e di efficacia reale perché senza considerazione dell'aspetto sociale e culturale.
Dunque: attenti all'esterofilia italiana, va bene guardare il prato del vicino, ma può diventare grigio come il suo; i luoghi comuni invecchiano velocemente di questi tempi!
maria cristina marcucci, 23-11-2011, 09:35
Ben detto signora Saraceno, ed agli altri, per favore, coltiviamo sempre il dubbio, soprattutto in presenza di tanta, bipartisan, piaggeria. Una ricerca di consenso veramente vergognosa, siamo sulla falsariga degli inizi di Woityla (ricordate? Il papa atleta, il papa poeta, il papa attore...) e del primo Berlusconi. Il privato - Università private, banche, "onlus" - è ora in maniera diretta al governo. Il privato prospera grazie a ben definiti  interessi. "L' unica mission dell' imprenditore è fare profitto" direttamente o indirettamente. Questa nefasta affermazione ci ha portato al punto in cui siamo, assieme all' ideologia, tutta statunitense, del self made man. Specchietto per le allodole: nessuno si fa da solo. Occorrono prima di tutto le oppurtunità di nascita, la nazione, il luogo, la famiglia, il vivere in una società con strutture che altri hanno costruito, in una cultura che altri hanno sviluppato, usando mezzi che altri hanno inventato... Occorrono collaboratori, e, soprattutto, più che mai evidente in questo periodo di crisi, occorrono clienti , ed aiuti. Gli "altri", appunto . Da solo nemmeno Robinson sarebbe sopravissuto: ha avuto bisogno di Venerdì.
Chiara Saraceno, 21-11-2011, 19:39
Non esageriamo con i migliori e tantomeno con una appresentazione di persone schive, note internazionalmente ma marginali sulla scena italiana, stranieri in patria. Si tratta di persone competenti, alcune delle quali, non tutte, con standing internazionale, ma certamente non marginali sulla scena politica ed economica italiana, come è testimoniato dalle posizioni che occupavano ed occupano. Il fatto che non abbiano fatto per lo più politica diretta, non significa che non appartenessero alla cerchia ristretta di coloro che contano. Una cerchia, per altro, quasi esclusivamente maschile (e c'è voluta la pressione dell'opinione pubblica perché 3 donne su 17 venissero inserite nella lista dei "migliori" o delle "riserve della nazione". Non a caso Melis parla di "padri nobili". Non vorrei, inoltre, che passasse l'idea che per essere considerato "speciale" occorresse in primo luogo appartenere alla buona borghesia intellettuale, frequentare i giri giusti, avere più di sessantanni, tanto più se donne. Di nessuno dei ministri maschi si è sottolineato se avessero o meno figli e nipoti, mentre la "nonnità" delle ministre è stata segnalata a garanzia della loro rispettabilità, insieme al tacco basso e al filo di perle.
Carlo Turco, 21-11-2011, 19:16
 Sul medio-lungo periodo la soluzione del problema non può che essere ricercata in una revisione abbastanza radicale dei modelli formativi universitari e della scuola superiore.
Mi chiedo però se soluzioni efficaci nell'immediato non dovrebbero essere ricercate in una maggiore e più organica apertura dei partiti politici ai "tecnici" valenti che pur ci sono. I partiti dovrebbero avere il coraggio di andare al di là dell'autarchia di fatto nella quale operano (e pensano) quando si tratta di mettere in piedi programmi di governo operativi, controllandone - e sottoponendone a mediazione - ogni singolo aspetto specifico. Aprirsi ai "consiglieri" esterni dovrebbe significare anche riconoscere agli stessi quel grado di autonomia e  indipendenza e quel rispetto della "professionalità" per cui i relativi "progetti" debbano essere accolti così come strutturati. E, d'altra parte, è solo a queste condizioni che dai "migliori" si potrà ottenere una collaborazione duratura, organica: garantendo che idee e progetti non vengano strumentalmente svuotati di contenuto, coerenza, e alla fine di reale efficacia, per esigenze di cabotaggio politico. 
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