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Note
La piazza e il palazzo
Piero Ignazi, October 16, 2011
Tanto la piazza quanto il palazzo hanno mostrato tutto la loro estraneità alle aspettative dei cittadini. A Montecitorio un coro di deputati plaudenti alla “grande” vittoria parlamentare del governo Berlusconi si accalca intorno al leader, mentre alcune deputate dalle bionde chiome fluenti inneggiano al capo del governo a braccia alzate con il segno della vittoria. A questi festeggiamenti per lo scampato pericolo si contrappone il giorno dopo l’immagine plumbea e violenta della piazza degli indignati. Due volti contrapposti e entrambi inquietanti di quest’Italia da finis terrae. Il volto contratto – la maschera quasi – del potere politico, asserragliato nel proprio bunker e deciso a sopravvivere ad ogni costo proprio in quanto sideralmente lontano dalla società civile; il volto esagitato e confuso di un movimento imberbe e indefinito facile preda del ribellismo antagonistico, pronto a sfruttare ogni occasione per esprimere il proprio nichilismo. Sono due aspetti estranei alla realtà di una nazione certo frastagliata al suo interno ma sempre più consapevole di essere di fronte a un momento di passaggio, a una sorta di tornante. Se nella società civile componenti antagoniste “per definizione” come imprenditori e operai si ritrovano a manifestare assieme, come è successo a Rovigo domenica dopo che migliaia di industriali avevano inscenato a Treviso una inedita marcia di protesta, ciò significa che in molti, anche se non in tutti, la sensazione di dover spostare l’asse delle contrapposizioni storiche e di dover archiviare una stagione politica dominata dal forza-leghismo si diffonde e si radica. E invece da un lato abbiamo la distribuzione di prebende ai fedelissimi con la creazione di nuovi posti di governo, e dall’altro la pulsione a sfasciare tutto per l’infantile quanto impotente desiderio di essere protagonisti. La buona politica e la buona mobilitazione hanno bisogno di altri attori. Di una classe di governo, e più in generale di una classe politica a ogni livello, rispondente a criteri minimi di decenza, e di giovani in grado di esprimere la loro indignazione con intelligenza e civismo. Nella storia d’Italia l’incontro di sentimenti di non-rappresentatività da parte degli esponenti politici con una aggressività diffusa nella società (oggi tra i giovani ma domani forse tra categorie normalmente più responsabili) ha portato a cortocircuiti drammatici, dal fascismo al terrorismo. Non è il caso di evocare scenari così catastrofici: ma in questi giorni palazzo e piazza si sono dati la mano nell”irresponsabilità”.
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Ma gli Italiani lo sanno chi è - da chi viene eletto - il Governatore della Banca d' Italia? Come si fa a dichiararsi "contro le banche che ci hanno portato a questo punto e continuano a chiedere finanziamenti" e poi aspettare il verbo del cambiamento da Mario Draghi e dalla BCE? Potere infinito della propaganda!
Il popolo non governa mai. Quella che contraddistingue ciò che i politologi chiamano pomposamente "democrazia" è, diceva Popper, solamente la possibilità di rovesciare un governo senza spargimento di sangue. Votazioni, elezioni, maggioranze, sono solo la facciata.
I recenti fatti seguiti al "porcellum" e non solo, ci hanno chiaramente dimostrato come neppure questa definizione sia più valida. Se si compra o si condiziona il Parlamento, cosa che è avvenuto spesso nei regimi dittatoriali, il governo non cade più.
La reciproca estraneità tra rapprentanti e rappresentati e l'entità della stessa è certamente originale nella storia politica dell'Italia. L'inerzia e l'insipienza politica, la corruzione di questo governo stanno esasperando oltre ogni ragionevole grado la condizione vitale dei cittadini italiani. Il dato inquietante è il degrado civile e morale non solo di questa classe dirigente ma di una parte stessa del paese. L'assenza della politica, di una cultura capace di trasformare l'attuale condizione di stallo in rilancio di una progettualità sociale e politica degrada ancor di più la debolezza e le incertezze delle opposizioni, attori quasi impotenti davanti allo scenario attuale.Il PD, asse centrale di una futura e alternativa coalizione di governo, sembra aver smarrito se stesso; le riunioni separate organizzate da Civati, Renzi ed altri denunciano una profonda difficoltà che non è solo di metodo ma di identità e linguaggi condivisi. Le diverse visioni incarnate da Veltroni e Bersani sull'esito di questa legislatura non aiutano ad uscire dalle nebbie in cui ci troviamo.
Il governo è ormai politicamente defunto, ha esaurito la sua spinta propulsiva (sempre che ne abbia mai avuta una!) e l'ostinazione a resistere sta diventando un pericoloso detonatore sociale, specie dopo la guerriglia urbana a Roma. Si avverte la necessità di un adeguato progetto di futuro, di una politica che incontri le vite dei precari, degli operai, degli studenti, degli anziani ormai lasciati al loro destino. Non ci sono più i partiti capaci di svolgere una funzione politica nazionale, di tradurre in disegno politico organico le istanze che provengono dalla realtà civile e dal lavoro. Questo a me sembra, l'aspetto più devastante della fine delle ideologie: la dequotazione della politica come processo razionale di trasformazione del sociale, abilità di governo e di promozione umana. Il potere come intermediario di affari per gruppi di consumata illegalità, per interessi settoriali e privati. Non un governo di classe ma un esecutivo al servizio di se stesso, che ha ridotto il Parlamento privo di dignità istituzionale, esautorato di ogni potere.
"Il pessimismo non vale più. Diventa un ostacolo al realismo politico.Corrono tutti alla politica estera per liberarsi dai vincoli della realtà, non sanno scorgere le connessioni generali se non per amore dell'impreciso che pomposamente intitolano: visione generale. E certo come tutte le crisi anche questa non è da considerarsicon leggerezza, ma vuole gli sforzi operosi dei popoli e l'acume politico dei governanti. Importa distinguere una crisi morale, una crisi economica, una crisi politica". Così Piero Gobetti in "Rivoluzione Liberale del 19/02/1922, che sembra scrivere, in alcuni momenti, per l'odierna fase storica.
Ancorchè condivido le preoccupazioni finali di Piero Ignazi, ci soccorre come indefinito epilogo e sconcertante ritratto del presente Gramsci: " a questa degenerazione della borghesia corrisponde la degenerazione del Parlamento che diviene bottega di chiacchiere e scandali, diviene un mezzo al parassitismo, un Parlamento corrotto fino al midollo che perde progressivamente prestigio presso le masse popolari (Il popolo delle scimmie, pubblicato su "L'Ordine Nuovo", il 2 gennaio 1921).
Ora dipende da noi vigilare contro i cortocircuiti della storia e restituire valore alla politica e al futuro.