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Note
Un Paese senza memoria civile
Piero Ignazi, August 15, 2011
Ogni nazione ha non solo i suoi luoghi della memoria ma anche le sue date simbolo, i momenti nei quali si ricordano gli eventi che hanno marcato la vita del Paese. Impossibile pensare alla Francia senza ricordare il 14 luglio, data evocativa della Rivoluzione, oppure agli Stati Uniti dimenticando il giorno del Ringraziamento. Una comunità che si raccoglie e si riconosce unanimemente in quei momenti esprime una forte coesione nazionale. Anche grazie all’enfasi posta in quelle occasioni francesi e americani “sanno” perché stanno insieme, sanno da quali rami discendono. Sanno anche che cosa li ha divisi nel corso del tempo (le lotte politiche nei cambi di regime tra francesi, la guerra civile e la questione razziale tra gli americani), ma fanno prevalere gli elementi di unità e di continuità. E per rinsaldare questo sentimento di appartenenza comune servono le celebrazioni solenni dei momenti alti della propria storia. Il nostro Paese è giovane, è un “late comer” in rapporto agli altri, e proprio per questo dovrebbe aver grande cura degli aspetti simbolici legati alla sua breve storia nazionale. L’allucinante dibattito sull’opportunità o meno di celebrare il centocinquantesimo anno dell’unità con una festività ha invece dimostrato il contrario. Poi, invece e per fortuna, le celebrazioni, anche al di là della ricorrenza del 17 di marzo, sono state ben più calde e partecipate di quanto non temessero tanti visi pallidi. E’ emerso un desiderio di identificazione di proporzioni inaspettate, che ha trovato mille rivoli di espressione, senza peraltro incontrare un interprete privilegiato.Ora la proposta avanzata dal governo di eliminare le tre festività civili del 25 aprile del primo maggio e del 2 giugno, tanto per risparmiare qualche spicciolo, si inserisce in questo atteggiamento di sottovalutazione dei fattori simbolici e identificativi. Ma c’è forse qualcosa di più di una pochezza politico-culturale da parte della classe politica del governo Berlusconi. C’è il sospetto che la destra voglia sfruttare l’emergenza per assestare un colpo a quelle date simbolo della storia repubblicana che non le sono mai piaciute per nulla. La celebrazione della liberazione dal nazi-fascismo, la festa (rossa) dei lavoratori e la nascita della Repubblica antifascista sono tutti momenti che contraddicono nel fondo le sensibilità e i riferimenti valoriali della destra. Non è un caso che il primo ministro Silvio Berlusconi non abbia mai partecipato alle manifestazioni del 25 aprile (salvo nel 2009) e del primo maggio. Alla destra non par vero di riuscire a depotenziare il momento evocativo di queste ricorrenze in maniera quasi indolore con la scusa dell’emergenza economica. Ma c’è di peggio: non siamo solo di fronte a una meschina vendetta ideologica bensì al rischio di trovarci in un Paese lobotomizzato della propria memoria storica. Un Paese senza un passato civile degno di essere ricordato.
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Personalmente non ci conto molto.
La prima reazione dei bambini, anche piccolissimi, quando vogliono aggirare un rimbrotto o una punizione (genitori ed insegnanti lo sanno bene), è l' immancabile: "Maestra, ma anche lui l' ha fatto..." e generalmente si indica, da parte dell' alunno più svogliato, l' unica volta in cui il consueto secchione ha sgarrato.
Qualsiasi governo , quello in carica in modo particolare, anche se governa da anni con un' ampia maggioranza, continua a giustificare le sue (volute) "mancanze" e le sue (ben pianificate) "omissioni" con : "Ma anche loro... Ma i debiti che ci hanno lasciato... Ma quella volta che...Ma se l' opposizione avesse collaborato..." anche se i fatti risalgono a decenni addietro.
Altra strategia infantile è quella di sfinire il genitore con continue richieste. Alla fine, per la pace familiare, spesso si acconsente alle meno onerose.
Stessa strategia usano i governi "democratici": si arriva all' ultimo momento, si millanta uno stato di necessità europeo o mondiale -la crisi del petrolio negli anni '70, la mano invisibile del mercato negli '80, l' entrata nell' Euro nei '90, la globalizzazione, la crisi odierna - descritta come una punizione divina, irrimediabilmente fatale - in cui forze esterne ci costringono ad impellenti "sacrifici" per il futuro dei nostri figli ( sento gli stessi discorsi da quando ero bambina) perchè abbiamo vissuto "al di sopra delle nostre possibilità" (chi?).
La meta è chiara e sempre la medesima, arricchimento dei soliti noti, all' incirca la metà della popolazione italiana, come aveva assai ben notato a suo tempo Edmondo Berselli, impoverimento degli altri.
Ma si fa un gran fumo con proposte e controproposte, non possumus, si dovrebbe, le pensioni no, le pensioni si, IVA no, IVA si,
Robin Hood no, Robin Hood si, tasse in più agli sconosciuti al fisco (?!?)...E' inevitabile, doppiamo fare presto, ce lo chiede l' Europa, ce lo chiedono i nostri nipoti, ce lo chiede il mondo...("Dio lo vuole", ricordate?)
Le idee sono tanto astruse e contraddittorie, che alla fine i soliti noti (lavoratori dipendenti & C.) non ci capiranno più nulla, e stufi e rassegnati penseranno che, meno male, le loro pensioni saranno ancora salve.
Ne godranno i sopravissuti ad 80 anni, ma data la prospettiva di vita fino a 200...
Stessa cosa per le feste. Lavoratori si, lavoratori no.
Sarà perchè non sono mai stata comunista, ma pensavo che il Primo Maggio fosse la festa di tutti i lavoratori, soprattutto di artigiani e professionisti, che, come è noto, lavorano 32 ore al giorno (quelli che affollano in tutte le stagioni il Mar Rosso sono i loro avatar). Evidentemente mi sbagliavo.
E poi ci sono i morti. Quelli della resistenza? No, anche i fascisti. E perchè non i briganti meridionali? E le foibe? E i perseguitati omosessuali? E i morti di Caporetto? E quelli di Crimea? E i Comuni contro il Barbarossa? E i Romani versus Annibale?
Il fumo si alza sempre più fitto, e tutto confonde.
Alla fine, esausti, ci rassegneremo. Non avremo più feste civili: non potremo mica fare un torto ai morti della battaglia di Canne!
In un paese dove le fabbriche "razionalizzano" - altra bella invenzione- per mancanza di domanda, dovremo lavorare per produrre anche in quei pochi giorni.
A meno che non diventino festività religiose, naturalmente.
La festa dei lavoratori, ancora retorica, milioni di artigiani,coltivatori diretti, professionisti non sono compresi nel "sistema" marxista e non hanno diritto di festa.
La destra in tutto questo non c'entra proprio nulla; è un paese che si racconta delle favole ( interessate) e che intorno ci costruisce castelli.
I 180.000 o più "briganti" ammazzati dai piemontesi per fare l'Italia non vanno ricodati, disturbano.
L'Italia, finchè non farà seriamente i conti con la sua storia, quella vera, resterà contruita sulla sabbia.
Trovo molto giusta la riflessione dell'autore sulle feste nazionali e il loro legame con la memoria civile, specie in un momento grave e di crisi come quello che stiamo vivendo.
Cercare di legare le ricorrenze a questi o a quei morti, invece, la trovo una grande stupidaggine, come mi sembra si tenti di fare soprattutto da una parte che vorrebbe cancellare le sofferenze immani che l'Italia ha dovuto subire a causa di scelte scellerate della politica del ventennio a cui ancora evidentemente guarda con "rispetto".
Veramente alla fine si onorerebbero i soli santi, giusto per non ricordare il poco onorevole passato e la scia di morti da una parte e dall'altra che sono stati il suo prezzo.