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Una serata americana all'Avana
Lo ammetto: non ero preparata. Cuba è un Paese del terzo
mondo, ma finché non vedi non credi. Si faticano a
immaginare le medaglie d’oro olimpiche, i campioni della
danza o le eccellenti menti scientifiche vivere in condizioni che
in Europa sono riservate agli ultimi. I cubani sono tutti poveri,
nessuno escluso. Non muoiono di fame, ma non possono permettersi
più dello stretto indispensabile, acquistato con la tessera
annonaria che chiamano libreta. Crescono in case senza
intonaco, dove gli asciugamani sono un lusso, come l’acqua
calda. Le cucine ospitano torri di stoviglie su un terreno che non
è detto sia pavimento, perché i pensili, se non ce li
hai, mica ti metti a buttar soldi per comprarli. Il telefono
è un miraggio. E non dico il cellulare, che costa una follia
sia per chiamare sia per ricevere anche entro i confini nazionali,
ma pure il fisso è roba da ricchi. Internet non esiste.
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La danza del Carpintero Jabao
Baracoa è l’ombelico di Cuba. Un ombelico non
centrato, abbarbicato alle propaggini di un profondo Est. Ma
è da qui che l’isola ha preso vita, tratto la sua
origine non geologica, germinato una radice non culturale: Baracoa
è la culla di Cuba semplicemente perché a Cuba non
esiste luogo più ancestrale. La natura stringe con selvaggia
generosità una lingua di case, affiancate nelle loro
architetture di legno pitturato con sgargianti colori, come tante
niñas messe in fila. I baracoensi sono mulatti o
neri, figli moderni degli antichi Tainos; le donne indossano
vestiti rosso fuoco e turchese, magliettine luminescenti di strass,
pantaloni da cui pendono armamentari di fibbie.
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Leopold, l'ultimo klezmer
Avevo paura a incontrare Leopold Kozlowski. Sapevo che avrei
guardato negli occhi un uomo leggendario, vecchissimo ma con i
pensieri guizzanti di un ragazzino, acuminati anzi, e
proverbialmente umorale. Mi sono incamminata verso Kazimierz, cuore
pulsante della comunità ebraica di Cracovia, rimuginando su
cosa avrei potuto chiedere io a L’ultimo klezmer,
come sono intitolati un libro e
un film in suo omaggio.
Superata la soglia della Klezmer Hois, la
casa-teatro-rifugio-ristorante dove il cantore riceve gli amici e
suona la sua musica a qualsiasi ora, ecco Leopold con i suoi
novantatre anni, immobile sulla sua sedia davanti a una tazza di
caffè. Senza darmi il tempo di chiedere mi risponde:
«Sono nato nell’ex Polonia orientale, nella cittadina
di Przemyslany. Da ragazzo avevo sentito parlare parecchio di
Kazimierz». Inizia così il racconto dell’aedo,
un racconto che mi avrebbe condotto attraverso le arterie del
klezmer, in apnea per quattro ore nell’anatomia del
dolore.
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Il suono verde di Cecylia
Il verde. Ecco la prima parola che ho segnato nel mio diario di
viaggio in Polonia. Dall’alto dell’ultima virata su
Cracovia mi ha scosso un pensiero, fulminante: se vuoi capire
questo Paese, devi ascoltare il sentimento del verde che i polacchi
hanno nelle ossa. È un mare di erba e di boschi a perdita
d’occhio, accecante, che si arrampica in cima agli alberi,
spazia in larghe pianure, primeggia sulle colline.
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Firenze: la prospettiva è un gioco
Firenze è un inganno. Sicura nel mostrare la sua
sfacciata bellezza, quando cominci a darle del tu, la scopri
inibita dal suo stesso splendore. Il passato riempie l’occhio
come la cupola del Brunelleschi e nella via di fuga del futuro
è difficile immaginare altro. Ma a inizio ottobre, la
città si è giocata una chance audace, per farsi
guardare da una prospettiva inedita: un occhio contemporaneo che ha
spiato attraverso gli scorci più tipici, per scattare
fotografie capovolte. Uno ieri rovesciato nell’oggi come un
bicchiere lasciato a maturare, capace di inattesi lampi
organolettici in una bevuta goduta senza reverenza.
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