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Note
Condominio Italia
Un enorme camion articolato si è incastrato in un piccolo
parcheggio condominiale. Sta tentando una manovra impossibile.
È, appunto, la “manovra”, il tentativo di far
quadrare i conti del condominio Italia: un colpo di qua e un colpo
di là, un assegno postdatato a te e un altro a lui, una
batostina a quelli e un rimbrotto a quegli altri. Mentre sulle
scrivanie si accumulano i report che rappresentano
l’evoluzione inesorabile del disastro, una robusta opera di
taglia e cuci economico tenta faticosamente di accreditarsi. Grazie
alla sua presentabilità rispetto al resto della compagine di
governo, il ministro Tremonti accelera la corsa, aumenta il
distacco sui compagni di partito e di coalizione e lavora,
calcolatrice alla mano, nello sforzo di far quadrare almeno un
po’ i conti. Impresa titanica, a fronte della
indisponibilità di una intera classe politica, con poche e
poco evidenti eccezioni, a farsi carico del problema.
“Il” problema. Data per certa la sofferenza seguita
alla grande crisi, e tutt’altro che risolta la questione che
ruota intorno all’interrogativo centrale dei pessimisti
cronici (“E a noi quando tocca?”), restano, nero su
bianco, i numeri che illustrano un quadro assai poco rassicurante.
Come quelli che descrivono la
disoccupazione giovanile (i minori di 25 anni) ormai al 30%. Da
anni si celebra il rito del pianto lagnoso per le nuove
generazioni: che non hanno possibilità di crescita, che
soffrono la ridotta mobilità sociale, che si barcamenano in
un difficile equilibrio tra lavori pagati male e sempre più
spesso a termine. Quei precari con cui
il ministro Brunetta si esprime a malintesi. Che capitano a
tutti, certo, anche se da un ministro ci si aspetterebbe un
po’ di attenzione in più.
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Lo Stato introvabile
La situazione della “monnezza” a Napoli, dopo quasi
due decenni di “emergenza” continua, ha consolidato uno
dei più stupefacenti e significativi ossimori che definisce
una “normale emergenza”.L’argomentazione della
straordinarietà dell’evento, oltre a giustificare anni
di inefficienze istituzionali, corruzione politica e consistenti
apporti mafiosi, tende a legittimare ogni sorta di intervento fuori
dalle regole di un Paese civile e democratico (come
l’intervento dell’esercito). Ma ci sono due
novità: una riguarda le istituzioni pubbliche e
l’altra i cittadini.
Se lo Stato italiano – come è ben riassunto in un
titolo di un libro di Sabino Cassese di qualche anno fa –
è uno Stato “introvabile”, nello stesso tempo
esteso e debole, costoso e inefficiente, oggi nella situazione
napoletana mostra in più una disgregazione mai raggiunta
prima e una faccia gretta e particolaristica. A questo si è
giunti con le lacerazioni nel governo tra Lega e PdL, e
all’interno della stessa Lega, i reciproci blocchi e
sgambetti e il linguaggio del “padroni a casa nostra”
più simile all’atteggiamento “NIMBY”
( acronimo inglese per Not In My Back Yard,
ossia “Non nel mio cortile”) di molte
proteste attuali che non a quello di una forza di governo che
dovrebbe avere a cuore gli interessi generali (il che, detto tra
parentesi, getta un’ombra cupa sul progetto federalista della
Lega).
Ma questi strumenti e linguaggi appaiono consunti e riescono
sempre meno a fare breccia su una popolazione incattivita e al
limite della sopportazione.
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Miracolo all'italiana
La maggior parte dei
commentatori, italiani e stranieri, sta
celebrando il miracolo di un Paese che, improvvisamente, pare
uscito dal torpore televisivo nel quale era immerso. Un Paese che,
ridestatosi, si preparerebbe a relegare un indebolito Silvio
Berlusconi nel dimenticatoio della storia. In breve, in Italia
sarebbe in corso una di quelle svolte di cui la storia italiana
trabocca, un nuovo episodio della versatilità per cui
è noto il suo popolo. Non si tratta che di cliché,
nient’altro che di cliché che fanno pensare ad altre
idee preconfezionate assai diffuse, secondo cui gli italiani, tutti
fascisti, nell’estate del 1943 decisero tutti da un giorno
all’altro di passare dall’altra parte. In
effetti, viene da pensare che un miracolo
si sia repentinamente prodotto, se si considera che l’Italia
dal 1994 è diventata un regime, una telecrazia che
stabilisce un totalitarismo sottile, una tirannia della
maggioranza, e che Berlusconi rappresenta alla perfezione lo stato
d’animo immutevole degli italiani: poco istruiti, senza senso
civico, ottenebrati dalla televisione, preoccupati unicamente di
soddisfare i propri interessi e quelli delle loro famiglie. A
dispetto delle due sconfitte subite da Berlusconi, sino a
pochissimo tempo fa siffatte analisi erano molto diffuse, tanto
diffuse da alimentare la favola di una maledizione strutturale
della democrazia italiana.
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Vox populi
I referendum abrogativi hanno sempre avuto un impatto politico
fortissimo sul sistema politico italiano. Una ragione di questo
risiede nella natura stessa dello strumento: si vota dando un
«sì» o un «no», esprimendo una
decisione netta, senza mediazioni. Nei referendum – e non a
caso il generale De Gaulle li usò in abbondanza quando
tornò al potere nella V Repubblica – le
intermediazioni offerte dai partiti saltano, e l’elettore
è di fronte a una scelta binaria e ultimativa. I referendum,
dunque, non solo vanno “oltre” le indicazioni dei
partiti, ma a volte, quando questi non sanno interpretare le
sensibilità dell’elettorato, li travolgono. Pensiamo
alle consultazione tenutisi nei primi vent’anni di vita
dell’istituto referendario, dal 1974 al 1993: sono stati
tutti di grande portata sistemica, dal primo, quello sul divorzio,
agli ultimi di quella fase alta, quelli sul finanziamento dei
partiti e il sistema elettorale (del Senato). Anzi, la spallata
finale al sistema partitico della cosiddetta “Prima
Repubblica” venne proprio dai referendum del 1993, preceduta,
quasi annunciata, da quello, apparentemente minore, per
l’introduzione della preferenza unica nel 1991. Molte sono le
analogie tra quella stagione di inizio anni Novanta e i referendum
che si sono appena tenuti. Anche allora vi erano leader di una
stagione politica antica e ormai declinante che irridevano ai
referendum e invitavano ad “andare al mare”, come
suggerì all’epoca Bettino Craxi. Anche allora si
tentò di minimizzarne il risultato
“depoliticizzando” il significato. Anche allora il
referendum venne lanciato come un guanto di sfida a una classe di
governo logora e distante.
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Dopo il voto: il grande nodo delle partecipate
Un tema rimasto un po’ nell’ombra nella recente
tornata elettorale, ma che i nuovi sindaci dovranno affrontare con
urgenza, è quello delle società partecipate dai
comuni. È infatti necessario uscire al più presto dal
disinteresse della politica per una gestione efficiente di queste
imprese, utilizzate troppo spesso come luogo di politiche
consociative a danno delle imprese stesse e dei cittadini.
La situazione è molto variegata sul territorio nazionale,
per numero e tipo di società coinvolte, nonché per la
varietà dei risultati economici: accanto a società in
perdita, che prima o poi comporteranno anche pesanti oneri sui
bilanci comunali, vi sono vere e proprie casseforti, a cui i comuni
hanno attinto per coprire i buchi di bilancio, soprattutto in
questi anni di tagli dei trasferimenti governativi. Ne risente la
politica di privatizzazioni e/o liberalizzazioni, che se in un caso
diventa difficile nell’altro è osteggiata dagli enti
stessi che incassano i dividendi. Che siano in utile o siano in
perdita, le società dei comuni sono poi il luogo di
compensazione che consente ai politici di gestire conflitti e
mantenere consensi, grazie alla gestione diretta di incarichi i cui
compensi sono spesso di grande appetibilità.
Il ripensamento sulle imprese dei Comuni deve essere a 360
gradi, a partire dalle opportunità di privatizzazione e/o di
liberalizzazione, anche al di là degli obblighi di
legge.
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