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Note
Il paradosso della gauche
La Francia è spesso presentata come un Paese che, al pari
dell’Italia, conosce una forte crisi della sua democrazia e
dove i cittadini sembrano essere sempre meno interessati alla
politica. Le primarie socialiste che si sono appena svolte
permettono di sfumare una simile posizione. Il Partito socialista
era piuttosto reticente a organizzarle poiché non
appartengono alla sua tradizione, ma si è infine persuaso
grazie a esperti e personalità varie che hanno studiato da
vicino l’esperienza americana e quella italiana.
Nell’impossibilità di regolare dall’interno la
delicata questione della sua leadership, alla fine il partito ha
optato per le primarie. Convinto sino a ieri che il suo campione,
Dominique Strauss-Kahn, non avesse rivali pericolosi, aveva
valutato che il rischio di scontri tra diversi concorrenti fosse
molto limitato. Tra lo scetticismo generale, a dispetto della
debolezza dei suoi mezzi (i socialisti non sono più di
130.000) e della sua inesperienza in materia, si è poi
lanciato in questa avventura. La defezione di Strauss-Kahn, in
seguito all’inchiesta giudiziaria di cui è stato
oggetto negli Stati Uniti, ha modificato la sostanza delle
primarie. Invece di rappresentare una sorta di “liturgia di
conferma” , si sono trasformate in un’arena di
confronto tra sei candidati. La grande copertura mediatica di cui
le primarie hanno beneficiato ha suscitato l’interesse
dell’opinione pubblica. Più di 2.600.000 persone hanno
votato al primo turno, e quasi 3 milioni al secondo: cifre assai
importanti per la Francia, dove i partititi sono scarsamente
radicati.
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Ignazio Visco: Il capitale umano
Nel 1993 il 16 per cento degli italiani aveva 65 anni o
più, circa il 4 per cento 80 o più. Queste quote,
oggi, sono salite rispettivamente al 20 e al 6 per cento e, secondo
le ultime proiezioni demografiche dell’Istat, raggiungeranno
il 33 e il 13,5 per cento nel 2050. L’invecchiamento della
popolazione, che riflette il calo delle nascite e
l’allungamento della vita media, ha implicazioni importanti
per l’economia. Senza scendere in dettagli, per mantenere
l’equilibrio macroeconomico occorre quindi lavorare
più a lungo e in più persone, a meno di poter contare
su un sufficiente aumento della produttività per ora di
lavoro [i].
Il prevedibile calo dell’offerta di lavoro potrà
essere compensato solo con un prolungamento della vita lavorativa,
salvo ipotizzare un’insostenibile accelerazione dei flussi
migratori. Le stime dell’Istat già incorporano un
afflusso netto di immigrati di oltre 170.000 unità
all’anno nei prossimi quarant’anni. Nel 2050 gli
stranieri residenti supererebbero i 10,5 milioni, oltre il 17 per
cento della popolazione totale. Si stima che, comprendendo anche le
seconde generazioni, circa il 37 per cento delle persone di
età compresa tra i 15 e i 54 anni sarà nato
all’estero o in Italia da genitori immigrati.
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La piazza e il palazzo
Tanto la piazza quanto il palazzo hanno mostrato tutto la loro
estraneità alle aspettative dei cittadini. A Montecitorio un
coro di deputati plaudenti alla “grande” vittoria
parlamentare del governo Berlusconi si accalca intorno al leader,
mentre alcune deputate dalle bionde chiome fluenti inneggiano al
capo del governo a braccia alzate con il segno della vittoria.
A questi festeggiamenti per lo scampato pericolo si contrappone
il giorno dopo l’immagine plumbea e violenta della piazza
degli indignati. Due volti contrapposti e entrambi inquietanti di
quest’Italia da finis terrae. Il volto contratto
– la maschera quasi – del potere politico,
asserragliato nel proprio bunker e deciso a sopravvivere ad ogni
costo proprio in quanto sideralmente lontano dalla società
civile; il volto esagitato e confuso di un movimento imberbe e
indefinito facile preda del ribellismo antagonistico, pronto a
sfruttare ogni occasione per esprimere il proprio nichilismo. Sono
due aspetti estranei alla realtà di una nazione certo
frastagliata al suo interno ma sempre più consapevole di
essere di fronte a un momento di passaggio, a una sorta di
tornante.
Se nella società civile componenti antagoniste “per
definizione” come imprenditori e operai si ritrovano a
manifestare assieme, come è successo a Rovigo domenica dopo
che migliaia di industriali avevano inscenato a Treviso una inedita
marcia di protesta, ciò significa che in molti, anche se non
in tutti, la sensazione di dover spostare l’asse delle
contrapposizioni storiche e di dover archiviare una stagione
politica dominata dal forza-leghismo si diffonde e si radica. E
invece da un lato abbiamo la distribuzione di prebende ai
fedelissimi con la creazione di nuovi posti di governo, e
dall’altro la pulsione a sfasciare tutto per
l’infantile quanto impotente desiderio di essere
protagonisti.
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Il governo, lo sviluppo e la patrimoniale
In attesa (quando?) del “decreto sviluppo” (supposta
madre del rilancio economico) le agenzie internazionali si sono
tutte allineate nel declassare il rating del Paese. Trovandosi
disoccupata, la maggioranza litiga su chi dovrà sostituire
Draghi al governo della Banca d’Italia, mentre il premier si
preoccupa, con il ricorso all’abituale linguaggio da trivio,
di
come ridenominare il suo Partito delle Libertà.
Nel frattempo, a fianco dell’ipotesi di vendere nel
brevissimo periodo il patrimonio immobiliare pubblico, è
rispuntata persino l’ipotesi di condono (fiscale e edilizio
per non scontentare nessuno). Ma lo stesso Tremonti, padre dei
megacondoni del passato e di ben tre scudi fiscali, sembra avere
finalmente capito (esibendo tuttavia una buona dose di impudicizia
intellettuale) che i condoni sono l’opposto di ciò che
serve per contrastare efficacemente l’evasione fiscale e il
rispetto del territorio. In realtà il ministro farebbe bene
a reintrodurre la Dual Income Tax, da lui inopinatamente abolita,
che favoriva la capitalizzazione delle imprese di cui queste hanno
disperato bisogno per reggere alla crisi. In verità, una sua
riedizione pudicamente ridenominata Aiuto per la Crescita Economica
è riapparsa nella delega fiscale: una buona idea, che
però rischia di cadere nel dimenticatoio.
I decreti di luglio e agosto sono stati un’occasione
persa. I costi della politica e il federalismo fiscale sono rimasti
un genere letterario abusato da tutte le parti sociali. Il
salvataggio delle provincie si è accompagnato a nuovi oneri
insostenibili per governi locali, che (come richiede un federalismo
intelligente e non fatto di avariata pasta leghista) sono i
più vicini ai cittadini e in prima linea a dover rispondere
alle crescenti esigenze di chi è davvero colpito dalla
crisi: percentuali crescenti di giovani che non studiano, né
lavorano, imprese che chiudono, disagi e bisogni crescenti, che
stanno alimentando tensioni sociali, che potrebbero facilmente
esplodere e divenire difficilmente controllabili.
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Il Medioriente verso il baratro
Pochi giorni fa, mentre a New York l’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite era nel pieno di un fitto lavorio diplomatico
per l’eventuale riconoscimento di uno Stato palestinese
sovrano e indipendente, Israele lanciava al mondo un chiaro
segnale, e un’ennesima provocazione politica,
annunciando la costruzione di più di mille nuovi
appartamenti a Gilo, un insediamento ebraico nella Cisgiordania
occupata. Gilo non è certo un caso unico. Incurante delle
pressioni internazionali, Israele continua a costruire case e
infrastrutture nelle sue “colonie” in Cisgiordania, a
demolire case arabe “abusive” (è difficilissimo,
per un palestinese, ottenere dalle autorità israeliane
d’occupazione il permesso di costruirsi una casa su un
terreno che gli appartiene), a distruggere, per mano di coloni
particolarmente aggressivi, uliveti palestinesi e altro.
Le “colonie” rendono impossibile la creazione di uno
Stato palestinese nei territori arabi occupati da Israele nella
guerra del 1967, e costituiscono una loro strisciante annessione a
Israele, totale o parziale. È una vecchia storia
iniziata quarant’anni fa e che continua a ripetersi con
drammatica monotonia, benché per la comunità
internazionale gli insediamenti e le strade che li collegano tra
loro e a Israele (strade proibite ai palestinesi) siano
perfettamente illegali. Il caso di Gilo, pochi giorni or sono, ha
suscitato l’usuale litania di critiche e condanne senza
conseguenze.
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